DALLA    CERIMONIA   DI    COMMEMORAZIONE DEL 

BICENTENARIO DELLA  NASCITA  DI  GIUSEPPE   GARIBALDI, AVVENUTA  AL  SENATO  DELLA  REPUBBLICA IN DATA  04 - LUGLIO - 2007, COMPARE PREDOMINANTE, ANCORA UNA VOLTA IL 

               VERO LUOGO DELL'INCONTRO CHE  CORRISPONDE  

               A                 " TAVERNA  CATENA "   -  VAIRANO  SCALO -

 

  SI TRASCRIVE IL  TESTO ED IL CONTENUTO INTEGRALE ESTERNATO NELL'AULA COME TESTIMONIANZA DI ATTI  UFFICIALI DA SOTTOPORRE A CHI ANCORA INTENDE SOSTENERE LA VECCHIA E PRETESTUOSA FORMA DI CAMPANILISMO IMMATURO PER SOTTRARRE LA VERITA'   STORICA

                                            Senato della Repubblica

 

                                           Giuseppe Garibaldi

                                                  1807-2007

 

 

             Giuseppe Garibaldi - Un ricordo a duecento

            anni   dalla   nascita

                                                    1807-2007

 

 

Palazzo Madama, 4 luglio 2007

Il presente volume raccoglie il resoconto stenografico della Commemorazione di Giuseppe Garibaldi svoltasi nell’Aula di Palazzo Madama il 4 luglio 2007 in occasione del duecentesimo anniversario della nascita. In Appendice sono riportati i resoconti delle commemorazioni svoltesi sempre nell’Aula di Palazzo Madama il 3 giugno 1882 e il 2 giugno 1982 in occasione, rispettivamente, della scomparsa e del centenario della morte di Garibaldi. La presente pubblicazione è stata curata dal Servizio dei resoconti e della comunicazione istituzionale. Foto dell’evento: Archivio fotografico del Senato.

Tipografia Atena, Roma

Finito di stampare nel mese di luglio 2007

© 2007 Senato della Repubblica

Ufficio comunicazione istituzionale

 

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

XV LEGISLATURA

MERCOLEDÌ 4 LUGLIO 2007

Commemorazione, con la presenza del Presidente della Repubblica, di Giuseppe Garibaldi, in occasione del duecentesimo anniversario della nascita

Indirizzi di saluto :

Franco Marini,

presidente del Senato della Repubblica

Fausto Bertinotti,

presidente della Camera dei deputati

Interventi

Andrea Marcucci,

sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali

Valerio Zanone, senatore

 

 

Commemorazione di Giuseppe Garibaldi 5

(Il Presidente del Senato e il Presidente della Camera dei deputati salgono al banco della Presidenza. È presente in Aula il Presidente della Repubblica) (ore 9,35).

FRANCO MARINI, presidente del Senato. (Si leva in piedi e con lui tutta l’Assemblea).

Dichiaro aperta la seduta solenne per la cerimonia celebrativa del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi.

Signor Presidente della Repubblica,

signor Presidente della Camera, autorità,

signore e signori, con quest’Assemblea straordinaria presso il Senato della Repubblica intendiamo aprire la celebrazione del bicentenario

Aula del Senato della Repubblica –

4 luglio 2007 della nascita di Giuseppe Garibaldi.

Prima di dare la parola agli oratori ufficiali di questa commemorazione, consentitemi di esprimervi un mio pensiero su questa straordinaria figura, che ha percorso tutto il nostro Risorgimento fino all’Unità d’Italia, e che proprio nel lavoro parlamentare ha concluso la sua vita prima del definitivo ritiro nell’isola di Caprera.

La personalità di Garibaldi è multiforme, come i suoi interessi in molteplici campi e, soprattutto, come le sue azioni, in molte regioni del mondo, a sostegno dell’emancipazione e della libertà dei popoli. Forse nessun’altra figura riassume come lui le passioni, gli entusiasmi, le speranze e le idee del primo Ottocento.

Garibaldi è stato definito da un autorevole storico "un rivoluzionario disciplinato". Lui, repubblicano, che consegna l’Italia meridionale al re Vittorio Emanuele II. Lui che pronuncia il celebre "Obbedisco", frenando il suo impeto per la liberazione di Roma, prima del tempo previsto dalla politica.

Come pochi, Garibaldi sente profondamente gli umori popolari, le sofferenze

e le ansie delle diverse classi sociali, specie delle più umili. Di tutto questo fu interprete positivo. Sente le trasformazioni della società e si muove sulla scena come un moderno eroe di massa, come un moderno comunicatore naturale, interprete di nuovi bisogni collettivi.

Corsero dietro a lui aristocratici, borghesi, intellettuali, liberali e non, popolani, financo taluni sacerdoti - mi piace ricordare - a smentire un suo presunto senso antireligioso. Il suo fu, per la prima volta, un esercito di tutti, un esercito volontario, mosso dal desiderio di animare il popolo, di risvegliarne la coscienza e l’impegno per una Patria comune.

Garibaldi fu e rimane molto amato nell’immaginario e nel sentimento popolare, forse meno in quelli di talune élite colte e intellettuali. Eppure ritengo che il suo carattere vitale rimanga iscritto profondamente nel nostro carattere nazionale. Non si fermava mai di fronte alle sconfitte. Mi piace sottolineare questo aspetto, un carattere per me affascinante della sua personalità. Non si fermava mai di fronte alle sconfitte, e ne ebbe tante. Piuttosto ne faceva tesoro per cercare il modo, poi, di vincere.

Comprendere a fondo Garibaldi vuol dire comprendere ed amare il nostro straordinario e multiforme Paese, le nostre tante identità locali di un Paese non centralista, le diversità culturali, le nostre tradizioni. Auspico vivamente che l’occasione di questo bicentenario, che ha già stimolato nuove letture e riflessioni, possa impegnare i nostri giovani a capire questo personaggio, nella sua italiana intelligenza e semplicità, nella sua passione al servizio di una Repubblica democratica da costruire, che lui immaginava e mai vide compiersi.

Questa cerimonia di commemorazione prevede, ora, gli interventi del presidente della Camera Fausto Bertinotti e del Presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario, che presenterà tra l’altro le molteplici iniziative programmate nel Paese. Il discorso di commemorazione ufficiale sarà tenuto dal senatore Valerio Zanone.

Voglio, infine, sottolineare che nelle Aule parlamentari siamo abituati ad un’articolazione di interventi e di posizioni che rappresentino tutta l’Aula. In questa occasione abbiamo affidato al Comitato organizzatore delle celebrazioni, che vede la presenza di molte identità culturali, l’organizzazione

di questi nostri lavori.

Prende ora la parola il presidente della Camera dei deputati, onorevole Fausto Bertinotti.

FAUSTO BERTINOTTI :

presidente della Camera dei deputati. Saluto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Saluto e ringrazio con lui il presidente del Senato della Repubblica, Franco Marini; il sottosegretario per i beni e le attività culturali Andrea Marcucci, presidente del Comitato nazionale per la celebrazione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi; il senatore Valerio Zanone, le altre autorità presenti e tutti gli intervenuti. A più di centoventi anni dalla sua scomparsa, la figura di Giuseppe Garibaldi continua a riscontrare nella memoria collettiva e nel comune sentire degli italiani un grado di popolarità straordinario, che ne fa ancora oggi uno dei personaggi più amati della storia nazionale. Una figura che è riuscita a resistere nella sua dimensione più autentica alle letture retoriche di cui essa è stata fatta segno negli ultimi due secoli. Neppure la sua forte connotazione partigiana, neppure il suo ricorso in più di un’occasione a scelte e a posizioni assai controverse hanno scalfito il riconoscimento della sua capacità di illustrare l’unità della Nazione.

La stessa assunzione della sua figura al fine di illustrare moti sociali, associazioni della società civile, raggruppamenti politici di parte non ha mai alterato il valore, anche simbolico, di Garibaldi nella rappresentazione e nella memoria unitaria del Risorgimento. Le celebrazioni promosse in occasione del bicentenario della sua nascita rappresentano, dunque, un’occasione per indagare sulle ragioni profonde della perdurante vitalità di una figura, in cui la comunità nazionale continua a riscontrare un elemento unificante, l’espressione di un sentimento attestante un’identità aperta ma in comune. Credo non sia estranea alle radici di questa grande popolarità la cifra antieroica con cui Garibaldi ha voluto segnare il suo lungo e appassionato impegno, la sua scelta di trasmettere una chiave di lettura umana e quotidiana della sua pur eccezionale esperienza biografica, come testimoniato in particolare nelle sue memorie, la capacità di unire al coraggio e al carisma la dimensione degli affetti personali e familiari declinata con sincerità e umanità. Penso, tuttavia, che l’azione di Giuseppe Garibaldi resta consegnata alla memoria storica del Paese soprattutto da un dato di valore: l’aver vissuto l’Unità d’Italia non come un’idea letteraria ma come la condizione per l’esistenza di un popolo, per l’affermazione della sua dignità, per la costruzione delle basi materiali del suo sviluppo e del miglioramento delle sue condizioni.

In questa chiave, la lotta per la causa nazionale è stata per Garibaldi soprattutto la lotta per la liberazione dall’oppressione, come dimostrano anche alcune sue riflessioni dolorose su qualche risvolto sociale imprevisto e lontano dalle aspettative che avevano accompagnato le sue imprese. Per Garibaldi, il riscatto del popolo avrebbe dovuto essere il naturale corollario della condizione d’indipendenza. Forte di questa convinzione, Garibaldi ha aderito a tutte le battaglie progressiste del suo tempo, nell’ottica di un socialismo umanitario alimentato piuttosto che dagli schemi della ideologia, dall’immediata consapevolezza dell’uguaglianza e della pari dignità per tutti gli esseri umani.

Non è dunque un caso che Giuseppe Garibaldi sia stato in prima fila nelle iniziative per la pace universale, la federazione europea, l’abolizione della pena capitale, l’antischiavismo, il libero pensiero, l’emancipazione femminile: gli stessi valori, del resto, che furono riferimento anche dell’impegno che Garibaldi condusse in Parlamento per oltre un ventennio, sino alla morte, sia pure con le pause dettate dalle frequenti dimissioni cui talora l’insofferenza per la pratica della politica quotidiana lo conduceva.

A quell’impegno, in particolare, la Camera dei deputati intende rendere il dovuto riconoscimento, ospitando una giornata di studio da promuoversi d’intesa con il Comitato nazionale che potrà concludere l’anno garibaldino nella sede della Istituzione in cui egli ha lasciato la testimonianza diretta del suo impegno parlamentare. Sarà l’occasione per ricordare come Giuseppe Garibaldi abbia arricchito l’esperienza del Risorgimento italiano di valori etici di portata universale, che hanno unito gli italiani tra loro ed il popolo italiano agli altri popoli oppressi del suo tempo, e che lo hanno condotto a valicare più volte l’Atlantico per combattere a fianco dei popoli dell’America Latina, anch’essi allora impegnati per l’indipendenza e la democrazia: un messaggio di libertà, giustizia e solidarietà iscritto nella coscienza nazionale grazie anche alla testimonianza di uomini come Garibaldi, ma anche di tutti gli italiani che dal suo esempio sono stati guidati perché ne hanno condiviso i sentimenti e le aspirazioni. (Generali applausi).

FRANCO MARINI, presidente del Senato.

Prende ora la parola il sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali Andrea Marcucci, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario di Garibaldi.

ANDREA MARCUCCI : sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali.

Signor Presidente della Repubblica, signor Presidente del Senato, signor Presidente della Camera, signor Vice Presidente del Consiglio, signori membri del Governo, onorevoli senatori, onorevoli deputati, autorità, membri del Comitato nazionale, famigliari dell’Eroe, signore e signori, è con grande emozione che mi accingo a portare il saluto del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, che ho l’onore di presiedere, in quest’Aula così prestigiosa e così carica di significati per la nostra storia nazionale.

E’ giusto un anno che il Comitato si è insediato e la giornata odierna rappresenta certamente il momento istituzionale più alto e più sentito. Nessun protagonista del nostro Risorgimento raggiunse mai una popolarità paragonabile a quella di Giuseppe Garibaldi. Al suo nome sono legate molte tra le pagine più celebri della lotta per l’unificazione italiana: tra queste la difesa di Roma nel 1849, l’impresa dei Mille, la vittoria di Bezzecca. Ma le imprese militari, per grandi che siano, non bastano da sole a spiegare lo straordinario fascino che Garibaldi esercitava sulle folle, l’aureola di leggenda che lo circondò ancora vivente non solo nel nostro Paese: il segreto di questa leggenda, come di quelle imprese, sta nella personalità dell’uomo, nel suo carattere semplice e schietto, nei nobili ideali che l’animarono, nella sua vita disinteressata ed avventurosa. «Garibaldi ha una grande influenza morale. Egli gode di un immenso prestigio, perché ha reso all’Italia i più grandi servigi che possa renderle un uomo. Ha dato agli italiani la fiducia in loro stessi». Queste parole, pronunciate da un testimone non certo sospettabile di finalità agiografiche, Camillo Benso Conte di Cavour, bene riassumono gli indiscussi meriti storici del condottiero dei Mille. Protagonista del nostro Risorgimento, strenuo combattente, sensibile alla condizione dei ceti meno abbienti, disposto a difendere la libertà laddove questa fosse messa in discussione, ma anche padre affettuoso, marinaio tenace e agricoltore aperto alla sperimentazione di nuove tecniche, figura estremamente dignitosa nella sua vecchiaia seppur non priva di mali fisici, Garibaldi appartiene agli italiani tutti, ma anche, come volle sottolineare a suo tempo il presidente Sandro Pertini nel nobile messaggio inviato alle Camere il 2 giugno 1982, in occasione del centenario della morte dell’eroe, alla causa dell’emancipazione dei popoli.

Non si contano, lo sappiamo, i Paesi del mondo che lo hanno elevato a simbolo delle loro lotte di liberazione. Vanno ringraziate tutte le istituzioni nazionali e locali, associazioni, università, scuole, e tutti i cittadini che lo hanno voluto celebrare in ogni parte del mondo attraverso una miriade di manifestazioni, le più varie ed originali. Proprio in ragione di queste sue peculiarità, di questa sua "unicità", l’attività del Comitato nazionale si è sviluppata lungo due direttive principali:

da un lato, in una serie di iniziative di carattere scientifico, volte ad analizzare sempre più in profondità la personalità, il pensiero, l’azione del Generale nizzardo in relazione alle vicende sociali, politiche ed economiche che hanno caratterizzato il nostro Paese; dall’altro, nella promozione di una serie di iniziative capaci di riportare il comandante dei Mille nel vivo della coscienza e del costume nazionale. Riguardo al primo obiettivo, quello cioè di stimolare il necessario ripensamento scientifico, il Comitato nazionale ha promosso due convegni di carattere internazionale: uno che si inaugurerà il prossimo 24 ottobre a Napoli in collaborazione con le università partenopee, un altro (doveroso riconoscimento ai luoghi che per tanti anni hanno visto Garibaldi protagonista) che si terrà a Montevideo e vedrà impegnati storici italiani, ma anche e soprattutto studiosi di diverse università e istituzioni culturali di Paesi del Centro e del Sud America. Ai due convegni si aggiungerà un Dizionario storico-politico-letterario, che riproporrà le interpretazioni che nel tempo sono state date di Garibaldi da intellettuali, politici ed artisti di ogni parte del mondo.

L’altra direttiva, cui il Comitato nazionale ha tenuto fede fin dall’inizio dei suoi lavori, riprendendo un auspicio formulato anni or sono dall’onorevole Bettino Craxi, è stata quella di cercare di riportare la figura e l’immagine di Garibaldi al centro del dibattito civile. È stato dato, per questo, impulso a tre mostre di carattere nazionale: una che già si è aperta a Firenze il 24 maggio scorso alla presenza del Capo dello Stato - al quale rinnoviamo la nostra gratitudine - che ha per titolo "Garibaldi tra storia e mito". La mostra ci è particolarmente cara perché ci ha permesso di poter ammirare almeno una parte della preziosa raccolta garibaldina appartenuta a Giovanni Spadolini, nome che in quest’Aula non ha certo bisogno di presentazioni e che fu Presidente, voglio ricordarlo qui con deferenza, del Comitato insediatosi per ricordare, nel 1982, il centenario della morte di Garibaldi. La stessa esposizione, va sottolineato, presenta dipinti particolarmente significativi provenienti dal Museo del Risorgimento di Milano.

Un’altra mostra si aprirà a Palazzo Ducale di Genova a fine settembre e avrà come tema la grande pittura ottocentesca italiana, con quadri provenienti da pinacoteche di tutta Europa. Una terza mostra si terrà, infine, a Roma nelle sale del Vittoriano, curata dall’Istituto per la storia del Risorgimento italiano.

Sempre con lo scopo di dare alle iniziative promosse dal Comitato nazionale una dimensione quanto più vicina possibile al costume e al gusto nazionali si sono realizzati la mostra itinerante che ha seguito il Giro d’Italia, dedicato quest’anno a Garibaldi, lungo tutto il percorso, e il grande concorso nazionale, organizzato insieme al Ministero della pubblica istruzione, che vedrà, nei primi giorni del prossimo mese di ottobre, premiati mille ragazzi con una crociera che ripercorrerà per quanto possibile la rotta dei Mille, arrivando in Sicilia.

C’è stata anche una grande intensità di rapporti con il Ministero degli affari esteri, con la collaborazione con gli Istituti italiani di cultura e l’affetto intenso di tutti gli italiani all’estero; con il Ministero dell’interno, che ha mobilitato tutte le prefetture d’Italia; con il Ministero della difesa, con cui si sono svolte e si svolgeranno diverse iniziative, come le quattro Bande centrali delle Armi che questa sera terranno quattro concerti contemporanei in quattro piazze romane in collaborazione con il Comune di Roma.

Stretti sono stati anche i rapporti del Comitato nazionale con la RAI, culminati nella realizzazione di tre puntate del programma "La storia siamo noi", espressamente dedicate a Giuseppe Garibaldi e che diventeranno prezioso materiale didattico.

Naturalmente non è mancata e non manca la collaborazione con le realtà locali, chiamate ad uno sforzo che, tenendo conto del carattere nazionale ed internazionale di Garibaldi, ripercorra la sua figura con tematiche legate alla specificità dei luoghi. In tal senso è stata anche approntata con il Touring club italiano una guida che dia conto di tutti gli itinerari garibaldini nel nostro Paese.

È inoltre doveroso sottolineare il ruolo decisivo che il Ministero per i beni e le attività culturali assolve da sempre quale luogo primario deputato alla memoria storica della straordinaria vicenda di Giuseppe Garibaldi, con i suoi musei, le sue biblioteche, i suoi archivi, custodi di testimonianze iconografiche, librarie e documentarie, per molti versi ancora da esplorare. Non solo, ma il Ministero ha anche provveduto a stanziare ingenti fondi per restaurare e rendere maggiormente fruibile il Compendio garibaldino di Caprera, troppo a lungo trascurato dallo Stato. Un ringraziamento particolare va al Senato della Repubblica, che oggi ci ospita, e alla Camera dei deputati per la proficua collaborazione e per la costante spinta istituzionale.

Questo bicentenario vuole essere solo una tappa del percorso di recupero e riappropriazione da parte di tutta la Nazione dei valori e della storia della Patria nata con il Risorgimento italiano. Percorso che ci condurrà nel 2011 alla celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

In conclusione: Giuseppe Garibaldi appartiene alla nazione ed è patrimonio di tutti gli italiani. Proprio per questo alla sua figura dobbiamo attribuire un significato particolare. Per questo voglio qui ricordare le parole che Giovanni Spadolini pronunciò alla Camera l’11 luglio 1981, allorché affermò che "evocare il patriottismo senza riserve dell’eroe nizzardo, i suoi impeti generosi, la sua onestà senza macchia è un modo di ritrovare quella certa idea dell’Italia che dal Risorgimento arriva fino a noi e che noi vorremmo trasmettere intatta alle nuove generazioni".

Signor Presidente, conscio della mia inadeguatezza al compito, mi sento obbligato ad esprimere la grande gratitudine mia e, se posso permettermelo,

di tutti gli italiani ai membri del Comitato nazionale e in particolare alla sua Giunta, che tanto impegno hanno profuso in questi mesi di lavoro.

Viva Garibaldi, viva l’Italia! (Vivi e generali applausi).

FRANCO MARINI, presidente del Senato.

Do ora la parola per il discorso di commemorazione ufficiale al senatore Valerio Zanone.

VALERIO ZANONE : senatore.

Signor Presidente della Repubblica, signor Presidente del Senato, signor Presidente della Camera dei deputati, signor Vice presidente del Consiglio e Ministro per i beni e le attività culturali, signori del Parlamento e del Governo, autorità tutte, amici della famiglia garibaldina e delle associazioni garibaldine, quanti erano giovani negli anni Cinquanta, ancora conservano o ricordano un disco dove Piero Calamandrei spiegava la Costituzione agli studenti di Milano. Diceva Calamandrei nel 1955, che ogni costituzione contiene in sé una polemica; e la Costituzione italiana non era soltanto la polemica contro il passato ventennale delle libertà negate e represse, era anche la polemica verso il presente dei diritti incompiuti.

Per spiegare agli studenti riuniti nella sala dell’Umanitaria l’origine dei diritti ancora incompiuti, Calamandrei risaliva indietro nel tempo, fino alle origini dell’Unità nazionale. "A saper intendere, diceva Calamandrei, si sentono nei princìpi della Costituzione gli echi di voci lontane. Nell’articolo 2, a parlare dei doveri inderogabili di solidarietà è la voce di Mazzini.

All’articolo 5,

la Repubblica che promuove le autonomie è la repubblica di Cattaneo. All’articolo 8,

l’eguale libertà delle religioni davanti alla legge è la libertà di Cavour".

C’è anche, nella Costituzione letta da Calamandrei, la voce di Garibaldi. Non parla di principi, ma dei diritti e doveri del cittadino; compare all’articolo 52 nel comma finale, che informa le Forze armate allo spirito democratico della Repubblica. La democrazia è lo spirito informatore dell’ordinamento militare, in quanto esprime la virtù repubblicana del cittadino in armi.

Nel discorso di Calamandrei l’evocazione garibaldina non andava oltre; ma sembra evidente che in quel comma dell’articolo 52 Calamandrei avvertisse l’eco lontana dell’appello a "non disgiungere il popolo dall’esercito", che fu il tema centrale del discorso per l’armamento dei volontari, pronunciato da Garibaldi alla Camera il 3 giugno 1862; e ripreso nella Camera giusto vent’anni dopo, il 3 giugno 1882, dal presidente del Consiglio Depretis, nell’orazione funebre per Garibaldi, in cui Depretis riconosceva il soldato che più di ogni altro "seppe usare la forza morale degli eserciti popolari".

In ciò, signor Presidente, si può ravvisare uno dei tanti fattori all’origine del mito di Garibaldi, che, a distanza di due secoli, è inseparabile dalla sua storia; la storia presto tradotta in mito del guerriero che, per la sua concezione dell’esercito, ripudiava il "tristo nome di militarismo", opponendo al militarismo la milizia democratica della nazione armata. Il mito del combattente che dalle prime avventure sudamericane aveva riportato, insieme alle tattiche di guerriglia e all’inclinazione verso la dittatura al servizio degli oppressi, la convinzione che la guerra fosse la verdadera vida del hombre, ma come guerre legittime ammetteva solo quelle di liberazione e di indipendenza, e nel 1867 a Ginevra, chiamato a presiedere il Congresso internazionale per la pace, dichiarava ammissibile soltanto la guerra contro il tiranno. Quel volontarismo ha segnato la storia d’Europa e d’Italia fino alla Resistenza, quando in suo nome hanno combattuto i partigiani in Italia e i soldati all’estero, come la divisione Garibaldi in Jugoslavia.

Il 22 ottobre 1860, dunque a pochi giorni dalla battaglia del Volturno, mentre i plebisciti del Mezzogiorno in Sicilia sancivano l’annessione al Regno sabaudo, Garibaldi pubblicava nel giornale "Il Diritto" il "Memorandum alle potenze d’Europa", in cui prefigurava la formazione di un unico Stato europeo e la conseguente smobilitazione degli eserciti e delle flotte di guerra.

Nell’Europa sovrana del mondo gli immensi capitali impiegati negli armamenti sarebbero diventati disponibili per le opere pubbliche e le spese sociali che negli ultimi anni dopo l’Unità sarebbero diventati i temi prioritari delle iniziative politiche di Garibaldi: strade, ponti, canali e la scuola pubblica gratuita.

Così, prima di passare il Volturno verso il bivio di Taverna Catena per stringere la mano al Re d’Italia, ancora dal campo di battaglia Garibaldi rivolgeva la speranza verso un futuro in cui nell’Europa unita "la guerra non essendo quasi più possibile, gli eserciti diventerebbero inutili". Ma aggiungeva che neppure allora sarebbero diventate inutili le milizie nazionali per mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose.

Oggi, a duecento anni dalla nascita il mito ritorna nelle pagine dei giornali, nei nuovi libri che si aggiungono alla sterminata bibliografia garibaldina, nei convegni degli studiosi, nelle iniziative promosse e coordinate dal Comitato nazionale, di cui ha parlato poc’anzi il suo presidente Andrea Marcucci. È desiderabile che, a due secoli della nascita e centoventicinque anni dalla morte, il mito di Garibaldi sia liberato da rivendicazioni e da appropriazioni di parte e anche da similitudini e accostamenti con fatti e personaggi del mondo di oggi, tanto lontano da quell’Ottocento sul quale si distende quasi per intero la vita avventurosa di Garibaldi.

Sebbene il culto di Garibaldi e la tradizione del garibaldinismo si siano protratti fino ai giorni nostri, Garibaldi fu pur sempre un uomo dell’Ottocento e nel contesto dell’epoca che gli appartenne va vista e interpretata la sua vicenda esistenziale, dai moti libertari della giovinezza alla filantropia umanitaria e all’internazionalismo socialista e romantico degli ultimi anni.

La vicenda della sua vita è inseparabile dal mito di cui egli stesso fu più o meno volontario artefice. Si può citare in proposito il necrologio pubblicato il 5 giugno 1882 dal compassato "Times". Il personaggio - scriveva il "Times" - "meriterà di essere studiato anche dopo che la fredda analisi critica avrà fatto quanto occorre per spogliarlo delle armi scintillanti di cui l’entusiasmo popolare lo aveva rivestito". Ma, poche righe dopo, anche il "Times" tornava quasi sui suoi passi per ammettere che neppure la fredda analisi critica avrebbe potuto spogliare del tutto la personalità di Garibaldi dall’alone che la circondava "come qualcosa di favoloso, dalla natura inafferrabile".

Ebbene, anche sull’arco di due secoli quell’aura intorno alla figura di Garibaldi non si è dissipata, nel senso che la sua storia ed il suo mito fanno parte insieme di un’unica rappresentazione, che non va sezionata a scopo di appropriazione politica, ma piuttosto intesa nella complessità e anche nella compresenza di elementi opposti in cui per buona parte risiede quell’alone leggendario.

Il connubio indissolubile tra Garibaldi e la celebrità inizia con le avventure latino-americane del corsaro della libertà, capo della legione italiana di Montevideo, celebrate nella stampa europea soprattutto ad opera di Giuseppe Mazzini, che in Garibaldi vedeva personificato il principio scritto nello Statuto della Giovine Italia: la virtù dell’azione. Cresce quel destino di celebrità nella disperata difesa della Repubblica romana, continua negli anni dell’esilio per i mari del mondo, non solo dei due mondi, ma dei cinque continenti. Devo alla cortesia del senatore Nino Randazzo una recente pubblicazione degli italiani d’Australia che rievoca la traversata di Garibaldi da Lima alla Cina nel 1852 e nel ritorno la rotta del sud e l’approdo nelle isole australiane.

Poi il navigante ritorna in Italia e alle armi. Nel marzo 1859 assume il comando dei Cacciatori delle Alpi e riceve, con la firma di Cavour, il grado di generale di quell’armata sarda che nel 1834, con sentenza del Consiglio di guerra di Genova, lo aveva condannato a morte come nemico dello Stato. L’anno seguente la celebrità di Garibaldi culmina nell’epopea dei Mille. Poi la ruota della fortuna discende verso anni che nelle Memorie Garibaldi dichiarerà "inerti e inutili". Ma la sua fama è ormai sganciata dalla ruota della fortuna, anzi si alimenta ad ogni avversità. Quando sull’Aspromonte l’esercito italiano lo colpì con una ferita che lo segnerà per la vita anche moralmente, Alessandro Herzel scrive che "alla grandezza dell’eroe si è aggiunta la corona del martire".

Il viaggio a Londra del 1864 si trasforma in un trionfo che provoca l’irritazione tanto di Vittorio Emanuele quanto della regina Vittoria ed anche di Karl Marx, ma Gladstone ne rimane affascinato e farà scrivere nella sua biografia "ciò che infiammava i cuori dei più era il pensiero del soldato che aveva combattuto per la libertà umana".

L’avanzare degli anni e degli acciacchi accompagnano le ultime imprese: nel Trentino, poi a Mentana e poi in difesa della repubblica di quei francesi contro cui, a Mentana e prima a Roma, Garibaldi aveva combattuto, sempre a servizio della propria missione che, negli anni della fratellanza, Mazzini aveva definito "incarnazione delle libertà popolari". Ed infine, con gli ultimi viaggi e più con i messaggi e proclami da Caprera, l’opera di Garibaldi ripiega verso la sfera delle idee e degli ideali, sul finire di una vita invece di uomo d’azione, vissuta da attore sulla scena della storia. Una semplificazione che la storiografia recente ha provveduto a riaprire ed estendere, sistemava gli artefici maggiori dell’unità nazionale nel canone quadrumvirale celebrato dall’iconografia:

Vittorio Emanuele, monarca costituzionale, Camillo Cavour, geniale tessitore, Giuseppe Mazzini, apostolo e profeta, Giuseppe Garibaldi, eroe popolare. La linea di connessione tra i quattro fu per lo più una linea ad alta tensione, eppure solo la loro discorde concordia riuscì ad unire l’Italia prefigurando le tensioni che avrebbero animato ed agitato la storia nazionale dal 1861 fino forse ad oggi.

Il primo merito di Garibaldi è quello, indiscusso, di avere allargato la dimensione territoriale del disegno di unificazione e di averla personalmente attuata scavalcando gli accordi di Plombières. Il Conte di Cavour non escludeva il disegno di una Italia federale. Ancora alla fine del 1858 si contentava di un regno sardo che tenesse "la testa sulle Alpi e i piedi dalle parti di Ancona"; e solo nel 1860 avvistò lo Stato unitario come approdo del suo realismo, e realisticamente subito considerò il rischio che la corona traballasse sulla testa del Re, se il Re l’avesse ricevuta dalle mani di Garibaldi. "Agli occhi della grande maggioranza degli italiani" - scriveva Cavour a Nigra -

"Vittorio Emanuele non è più altro che l’amico di Garibaldi; la sua corona brillerà soltanto del riflesso che l’avventuriero eroico riterrà di dedicarle". È ben evidente in quella lettera, come del resto sempre, che l’interesse di Cavour era rivolto non alla testa transitoria del Re, ma all’istituzione perenne della Corona. Cavour sapeva d’altra parte di non poter contare sulla comprensione di Garibaldi. A dividerli c’era dall’origine una diversa concezione della politica, che per Cavour faceva tutt’uno con le arti del parlamentarismo e della diplomazia, detestate da Garibaldi. La divisione di origine diventa un solco invalicabile proprio per gli accordi di Plombières, che, malgrado la resistenza iniziale di Cavour, comportarono la cessione di Nizza alla Francia. Quando in Parlamento Garibaldi rinfacciò a Cavour di averlo "fatto straniero in Italia", Cavour ebbe nuovamente il realismo di dichiarare: "Se egli non mi perdona questo fatto, io non gliene faccio appunto". Il distacco restò irreparabile e tuttavia non impedì a Cavour di scrivere ciò che poc’anzi ricordava Marcucci: "Garibaldi ha reso all’Italia i più grandi servigi che un uomo possa renderle: ha dato agli italiani la fiducia in se stessi".

Qui sta il secondo merito dell’impresa dei Mille: non soltanto di aver allargato la dimensione territoriale del disegno di unificazione, ma di aver allargato quel disegno al popolo che diversamente ne sarebbe rimasto escluso, suscitando una forza di evocazione rimasta attiva dopo l’unità e dopo Garibaldi, nel discorso pubblico, nella cultura popolare e del volontarismo dei garibaldini. Un libro recente di Enrico Padula ricostruisce su documenti d’archivio la straordinaria irradiazione del mito garibaldino nel Mezzogiorno profondo, che senza l’impresa dei Mille sarebbe rimasto separato dal resto d’Italia dalla duplice barriera, come allora si diceva, "la barriera dell’acqua salata e la barriera dell’acqua santa".

Oltre l’allargamento territoriale e sociale del disegno di unificazione, il terzo merito di Garibaldi fu quello che gli costò la rottura con Mazzini; la forzata comprensione che l’Europa monarchica non avrebbe accettato un’Italia repubblicana esposta a forze irregolari e insurrezionali e che, d’altra parte, la sola bandiera del popolo era l’unità e la cacciata degli stranieri e quel risultato non sarebbe stato possibile se l’unica monarchia italiana si fosse "gettata dalla parte della reazione".

Ancora durante la campagna di Aspromonte, in un passo delle Memorie che addebita alla monarchia sabauda i veti frapposti alla spedizione dei Mille, Garibaldi opponeva quella sua percezione diretta della volontà popolare all’intransigenza repubblicana dei mazziniani, "assuefatti a legislare il mondo dal fondo delle loro scrivanie".

Forse per Garibaldi il terreno di scontro più difficile fu il Parlamento, dove le sue rare e tempestose apparizioni suscitavano sconcerto, anzitutto per l’abbigliamento che il generale Cialdini definiva "strano e teatrale", ottenendo da Garibaldi per risposta una lettera dove diceva "circa la forgia del mio vestire, io la porterò finché mi si dica che non sono più in un libero Paese dove ciascuno va vestito come crede". Ma a parte il vestire, le complicazioni dei Regolamenti e le sottigliezze dei dibattiti parlamentari mal si prestavano

al temperamento eroico dell’uomo d’azione; non si può quindi dare torto al consiglio di Ricasoli che nel 1867 gli scriveva "vorrei che prendeste alla vita politica quella parte che consentono le nostre istituzioni, o altrimenti conservaste intero agli italiani il prestigio della vostra riputazione nel silenzio della vostra isola romita".

La carriera parlamentare di Garibaldi fu, peraltro, lunghissima, a cominciare dal Parlamento subalpino, dove nel 1848 fu eletto nel collegio ligure di Cicagna, vicino al luogo d’origine della sua famiglia, che era Chiavari. L’elezione di Garibaldi fu salutata dalla sinistra liberale di Lorenzo Valerio e di Angelo Brofferio con entusiasmo, un po’ meno dal giornale cavouriano "Il Risorgimento", ma non risulta che Garibaldi abbia poi partecipato ad alcuna seduta del Parlamento subalpino. Nel 1849 fu eletto nell’Assemblea della Repubblica romana come deputato di Macerata, poi fu deputato alla Camera dal 1861 alla morte con una sola interruzione. Per la maggior parte delle legislature fu sempre assente dall’Aula, anzi, nel 1877, quando era per la verità già molto malato, scrisse agli elettori romani di accettare la candidatura al Parlamento alla previa condizione di non parteciparvi.

Eletto quasi sempre in più collegi da un corpo elettorale che non rappresentava più del 2 per cento dei cittadini, nei suoi ultimi anni Garibaldi si pronunciò con grande anticipo sui tempi in favore del suffragio universale, che definiva "impronta dei popoli liberi"; ma pensava al suffragio universale, non tanto in relazione al parlamentarismo statutario, quanto nella visione di un futuro repubblicano, che sarebbe diventato possibile solo quando la nazione fosse educata alla libertà. In attesa, Garibaldi ammetteva di preferire, ad una assemblea "di cinquecento dottori", la dittatura temporanea di un uomo onesto sul paradigma classico dei Fabi e dei Cincinnati.

L’insofferenza verso le procedure e le schermaglie parlamentari è certamente uno dei tratti che distaccano la figura di Garibaldi da quella di Cavour che, invece, nel 1860 scriveva alla contessa De Circourt "io mi sono sentito debole solo quando le Camere erano chiuse... io sono figlio della libertà ed è ad essa che devo tutto quello che sono... se gli Italiani volessero un dittatore, sceglierebbero Garibaldi e non me, ed avrebbero ragione".

Ciò detto, non si può mancare di aggiungere che fra i pochi discorsi parlamentari di Garibaldi alcuni sono autentici pezzi di repertorio della storia del Risorgimento, come lo scontro in Aula con Cavour sull’esercito meridionale; e che, anche quando non era presente di persona al suo posto all’estrema sinistra, Garibaldi era egualmente al centro dei dibattiti parlamentari, come dimostrano i due grossi volumi pubblicati dalla Camera dei deputati nel centenario della morte.

In occasione della commemorazione avvenuta alla Camera il 3 giugno 1882, il presidente Farini disse che l’attività parlamentare di Garibaldi era sempre stata associata a "umanitarie e patriottiche proposte" e negli anni dopo la conquista di Roma, l’interesse di Garibaldi si rivolse in sede parlamentare soprattutto alle proposte "umanitarie" che, nel linguaggio di oggi, sono i diritti sociali e civili ed anche alle opere pubbliche, che oggi si dicono infrastrutture. Fra esse, ha speciale rilievo il progetto di risanamento del Tevere, atto di omaggio del patriota alla Roma dei suoi sogni, "di cui giammai ho disperato" - scriveva - "anche relegato nel fondo delle foreste americane".

Ventenne, nel secondo viaggio da marinaio imbarcato sulla tartana del padre, era venuto a Roma risalendo il Tevere ed era rimasto affascinato dalle "ruine sublimi" che restavano le sole superstiti dell’antica capitale del mondo. Invano difesa nel 1849, invano tentata nel 1862 e nel 1867, Roma, finalmente conquistata, doveva essere liberata anche dalle periodiche inondazioni e dalla malaria che la circondava. Garibaldi, arrivato nella capitale nel 1875, si diede il programma di "migliorare le condizioni materiali e morali di questa vecchia matrona".

Egli pensava in grande: ad un porto fluviale a Fiumicino che trasformasse Roma nella "Londra del Mediterraneo", alla bonifica dell’Agro e alla canalizzazione dell’Aniene. Dopo diverse varianti, il progetto ottenne l’approvazione del Governo Minghetti, ma il finanziamento si inceppò nella stretta del pareggio di bilancio. Poco dopo, il Governo Depretis iniziò la costruzione dei muraglioni lungo il Tevere. Nel ventennio dopo il compimento dell’Unità nazionale, Garibaldi ebbe modo di dare corso, da Caprera verso il resto mondo, all’ideale umanitario che in gioventù lo aveva convertito dal patriottismo nazionale al cosmopolitismo.

Si dice che vicino al letto a Caprera tenesse "Le Nouveau Christianisme" di Saint-Simon, ricevuto nel 1833 durante uno dei primi viaggi mercantili dall’esule Emile Barrault, poco prima dell’adesione alla Giovane Italia.

Da quelle vaghe idee di fratellanza universale aveva derivato l’idea più precisa che bisogna amare il popolo per governarlo. Voleva per il popolo italiano la scuola laica obbligatoria, l’abolizione della pena di morte, il suffragio universale. L’ideale della fratellanza era il suo riferimento quale gran maestro della massoneria, cui si era affiliato da giovane in America latina.

La sua azione umanitaria passava oltre le frontiere con l’idea dell’Europa unita; con gli appelli all’Inghilterra per la convocazione di un congresso di pacificazione internazionale; con i messaggi ai Congressi delle società operaie; con la fondazione della Lega per la democrazia; con l’adesione da posizioni alquanto personali all’Internazionale, il "sole dell’avvenire". Estremo rimase fino alla fine, non si può tacerlo, il suo anticlericalismo (che era cosa diversa dalla irreligiosità), ma in verità si estendeva anche al clero delle confessioni precristiane e non cristiane. Non mancarono, fra i garibaldini, anche preti e frati, ma dall’anticlericalismo Garibaldi non si discostò fino alla fine e negli ultimi programmi elettorali insisteva per la soppressione delle corporazioni religiose, 1’abolizione degli stipendi per i sacerdoti e perfino la fusione delle campane, che voleva riciclate in monete metalliche.

Libero pensatore e sostenitore dei popoli oppressi, repubblicano e socialista, patriota e partigiano, Garibaldi ha offerto un simbolo ed un’insegna a molteplici formazioni della politica italiana nell’Ottocento e nel Novecento; tanto più molteplici in quanto Garibaldi seppe essere ad un tempo e senza infingimenti soldato non militarista, patriota nazionale in nome di ideali universali, e nei costumi della vita quotidiana insieme popolano ed anticonformista.

Nel 1982, in occasione del centenario della morte, si riaccesero le discussioni sull’origine del mito; fu Franco Venturi ad osservare come il mito trovi radice nel fatto che in Garibaldi ebbe consacrazione la figura del leader popolano. La democrazia si afferma nell’Ottocento ad opera di leader borghesi e colti: Garibaldi, scriveva Venturi, "fu l’unico grande politico democratico ottocentesco di origine e di carattere popolare". In Garibaldi hanno talvolta cercato un paradigma alternativo le diverse interpretazioni critiche del Risorgimento ridotto a processo elitario, a conquista regia, a rivoluzione mancata. Ma proprio all’integrazione portata da Garibaldi si deve ciò che il Risorgimento pure ha significato in termini di apertura europea, emancipazione popolare, costruzione dell’identità nazionale. L’identità nazionale formata nel Risorgimento non poteva fare a meno di quell’anima popolare, come dimostra il fatto che non c’è in Italia grande città o piccolo comune che non abbia intitolato a Garibaldi una strada o una piazza:

sovente la strada principale o la piazza maggiore. E dall’Italia in Europa e nelle Americhe non si conta la serie dei monumenti a cominciare dalla statua sul Gianicolo che Ernesto Rossi si consolava di intravedere dal finestrino della cella a Regina Coeli. A proposito di statue e ritratti, mi sia permesso ringraziare il presidente Franco Marini che nella ricorrenza del bicentenario ha disposto il ritorno del busto di Garibaldi nella sala più grande del Senato.

Nel 1907, il primo centenario della nascita di Garibaldi, fu celebrato con una monografia di Giuseppe Cesare Abba, ristampata nel 1982 in edizione anastatica dal Governo con la prefazione di Giovanni Spadolini, appassionato cultore, al pari di Bettino Craxi, di memorie e cimeli garibaldini. Nella prefazione di Spadolini si racconta la commemorazione di quel primo centenario, il 4 luglio 1907, alla Camera, con l’intervento del presidente del Consiglio Giovanni Giolitti. Come era consueto al suo temperamento antiretorico Giolitti andò dritto alle decisioni di fatto, proponendo ed ottenendo che la Camera approvasse seduta stante la legge dei vitalizi per i superstiti delle guerre di indipendenza. Il dovere civile della riconoscenza doveva esprimersi, secondo Giolitti, più che nelle celebrazioni, nell’impegno quotidiano di operare per l’Italia "per essere degni di coloro che ci hanno dato una patria".

Nella prosa essenziale di Giolitti mi sembra si trovi, signor Presidente, un punto di conclusione. Una conclusione che lascia aperte le controversie interpretative intorno al mito garibaldino.

Chiamando i volontari alle armi per unire la nazione, ma con una visione che infine passò oltre gli Stati nazionali; chiamando il popolo degli esclusi a sollevarsi per conquistare una dimensione nazionale che le sole arti della diplomazia non avrebbero raggiunto; risolvendo nel proprio animo le tendenze divergenti fra l’azione patriottica e l’internazionalismo umanitario, Giuseppe Garibaldi ha costruito il proprio mito che si è prolungato nel corso delle generazioni, fino a diventare anch’esso realtà storica, una realtà che ha raccolto lungo la storia vicende e conflitti della vita civile italiana dell’Ottocento e del Novecento. Il punto giolittiano di conclusione si ferma prima, sul debito civile verso l’eroe del popolo. Cosa ha detto al popolo italiano Garibaldi, con la sua vita? Ha semplicemente detto che bisogna amare l’Italia se si vuole governarla.

Immagino che in quel senso Giolitti parlasse del debito verso chi ci ha dato una patria. Della patria Garibaldi ha dato agli italiani, prima che la conquista,

il sentimento. Fu quella la sua fondamentale onestà. Onestamente ha amato l’Italia e ci ha insegnato ad amarla. (Vivi e generali applausi. Congratulazioni del sottosegretario Marcucci.

Il Presidente si leva in piedi e con lui tutta l’Assemblea).

FRANCO MARINI, presidente del Senato :

Ringrazio a nome del Senato tutti gli intervenuti, in modo particolare il Presidente della Repubblica che ha voluto essere presente a questa importante occasione e - ringraziamento già rivolto da tutti gli oratori - al brillante relatore, senatore Zanone.

(Generali applausi).

La seduta di commemorazione è così conclusa. (ore 10,28).