GAZZETTA    DI     G A E T A

                RASSEGNA DI CULTURA E DI ATTUALITA’ DIRETTA DA GAETANO ANDRISANI

Anno X, n. 11(112)                                                                                                                                                                                             26 novembre 1982

 

                       

 

SECONDO I DOCUMENTI L’ INCONTRO STORICO NON AVVENNE A TEANO, MA A VAIRANO

GARIBALDI E VITTORIO EMANUELE A TAVERNA CATENA

Non è una questione di campanile quella che si trascina dall’inizio di questo secolo, ma un problema storico che deve trovare ad ogni livello sistemazione definitiva nei testi, in aderenza totale alla verità; l’errore finora perpetrato da studiosi poco scrupolosi va corretto assolutamente, se non si vuole continuare a copiare quei ricercatori distratti e senza troppi scrupoli - il convegno che si è svolto a Vairano il 25 ed il 26 ottobre ha ancora una volta, nel contesto di un discorso più generale messo a punto la vicenda; di quell’incontro di studio assai interessante diamo la cronaca, perchè le operazioni sviluppate da Garibaldi in Terra di Lavoro costituiscono l’epilogo effettivo del movimento costitutivo dell’unità italiana la conquista di Capua e di tutto il territorio più settentrionale della provincia di Caserta e la presa di Gaeta sono fatti successivi, che hanno di certo la loro importanza, ma non sono risolutivi dal punto di vista storico culturali della campagna svoltasi nel Mezzogiorno - Dobbiamo sottolineare che Gaeta è in quei tempi parte integrante di Terra di Lavoro, che si estende fino a Portella; l’assedio che concluderà tutta la vicenda vi avverrà dopo qualche tempo

        

                Il Sindaco Santagata con Il Gen. NARDINI                                                        Il Generale Nardini  con il Generale MUSCO 

Quanto si alimenti la buona cultura locale di tradizioni, che possono pur definirsi campanilistiche nella più buona eccezione del termine, è provato abbondantemente dal successo che hanno convegni storici improntati a ricerche su figure e su vicende del posto, specialmente quando queste hanno rilievo nazionale ed internazionale.

Nell’anno di Garibaldi non potevano di certo mancare in tutta la Campania, e particolarmente in Terra di Lavoro, manifestazioni celebrative e rievocazioni, essendo stato il territorio teatro dei più famosi eventi garibaldini inerenti l’unità di Italia. Tra queste, però, qualcuna doveva esserci di certo, e di spicco, per riaffrontare, più che per ricordare, l’annosa questione della località dello storico incontro tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi.

In quasi tutti i testi di storia l’avvenimento è tramandato come l’incontro di Teano. Invece, esso avvenne esattamente al quadrivio di Taverna Catena, nell’ambito del tenimento municipale di Vairano Patenora. Il fatto è incontestabile, come deriva dall’esame delle fonti, dalla valutazione obiettiva delle testimonianze, dall’analisi dello svolgimento delle vicende di quei giorni.

Ci pare indispensabile il ristabilimento della verità "storica", stravolta dall’imprecisione che gli scrittori dei testi ripetono l’uno dall’altro da anni senza gli opportuni approfondimenti. Non si tratta, quindi, di una fitta disputa di campanile, ma di una questione che deve essere definitivamente risolta in termini concreti ed assunta nella sua risoluzione definitiva dagli storici. E’ difficile la correzione: ne conveniamo, oltretutto per la buona fonia dello slogan; però, ci si deve arrivare per esigenze di obiettività e di rigore scientifico. Lo stesso Ghisalberti, presidente dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, scrivendo il 30 maggio 1961 ad Emilio Calce, è del parere che non è facile abolire il nome di Teano dalla tradizione e dai testi:

" . . Come ho consigliato al Sindaco, che mi ha fatto l’onore di visitarmi qualche giorno fa, è bene insistere con pubblicazioni di fonti per illuminare la pubblica opinione, anche se, come credo, sarà molto difficile cancellare il nome di Teano dai racconti più o meno ufficiali"(1).

Nella controversia, in occasione delle celebrazioni centenarie garibaldine, sono intervenuti studiosi di grosso taglio, in un convegno che, se non era stato concepito solo con l’intendimento di ristabilire al giusto livello la verità, pure a questo doveva servire. e in maniera decisiva. Garibaldi: 1860, gli eventi nel Casertano, è stato, difatti, il tema del convegno storico regionale che si è svolto a Vairano Patenora, negli ospitali locali dell’Hotel Taverna, nei giorni 25 e 26 ottobre scorsi, non certo solo per una questione di campanile, ma per affrontare la sistemazione rigorosamente storica del ricco complesso degli avvenimenti che si svolsero in Terra di Lavoro durante i tempi sofferti dell’impresa garibaldina per l’unità italiana.

I PRECEDENTI DEL CONVEGNO

La ricerca delle fonti in una materia cosi importante, quella cioè dell’incontro tra il generale Garibaldi e il primo re d’Italia, ha un valore primario. Ebbene, dobbiamo dire che su di essa si basa tutta la pubblicistica degli ultimi ottant’anni, a cominciare dalla pubblicazione della Relazione ufficiale dell’Ufficio Storico del Comando del Corpo di Stato Maggiore (2), fatta a cura del generale Giulio Del Bono nel 1909, per finire ai contributi portati nel convegno di cui qui ci occupiamo. La polemica si rinfocola particolarmente per la celebrazione del cinquantenario dell’avvenimento, svoltasi a Taverna Catena il 26 ottobre 1911, un anno dopo la ricorrenza "per ragioni di salute pubblica" (3). Boragine pubblica nel 1914 il suo lavoro tanto discusso (4), riprendendo quanto aveva già annunciato in un numero unico del 1910 stampato a Teano (5).

Alle tesi alquanto arbitrarie di Vincenzo Boragine si oppongono non solo il sindaco di Teano Carmine Lonardo e suo figlio Giuseppe (6), ma anche lo storico-letterato teanese Filippo Mazzoccolo, del quale io pubblico postumo nel t963 Gli ultimi giorni del Borbone in Italia (7) per incarico del figlio Michele, con presentazioni e note di Gaspare Caliendo. Il manoscritto di quest’opera è completo il 12 settembre 1915, come si evince dalla dedica dell’autore al cugino Enrico. Siamo, cioè, proprio nel momento più caldo della polemica. Ebbene, Filippo Mazzoccolo, pur tra le imprecisioni che si registrano nel suo racconto dei fatti, non essendo allora ancora giunta l’esegesi sulla vicenda ai risultati dei nostri giorni, espone con linearità il suo pensiero, ripugnandogli il metodo di forzare la verità storica per fini campanilistici; chiarezza ed obiettività caratterizzano, in fondo, il suo discorso, onesto e libero (8). La polemica riprende una diecina di anni dopo, con uno scritto del 1926 di Pasquale Geremia(9), non riportato nell’opera

 

(2) Storico incontro di Taverna Catena tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II - 26 ottobre 1860, Relazione ufficiale dell’Ufficio Storico a cura del generale GIULIO DEL BONO. tratta da Memorie Storiche Militari dell’Ufficio Storico del Comando del Corpo di Stato Maggiore, fasc. 1, gennaio 1909, pp. 35-73.

(6) il figlio di questi, on. GIUSEPPE LONARDO aveva pubblicato nel 1910 il seguente lavoro: L’incontro di Vittorio Èmanuele e Garibaldi al quadrivio Taverna della Catena (o Cajanello,), in "Primo maggio della Democrazia Campana", Caserta, 1 maggio 1910, numero unico.

(7) FILIPPO MAZZOCCOLO, Gli ultimi giorni del Borbone in Italia, presentato e annotato da GASPARE CALIENDO, Marcianise, Edizioni "La Diana", 1963. 

(8) Ci pare utile riportare la testimonianza del Mazzoccolo, oltretutto perché il suo volume da noi edito ebbe un grosso successo e si esaurì in breve tempo; per tramandare, quindi la sua tesi in ordine alla questione, per utilità dei lettori, essendo l’edizione introvabile, ripubblichiamo qui il passo interessante.

"Dove avvenne l’incontro?

" il professor V. Boragine, da Teano, studioso cultore di ricerche storiche, si è sforzato a dimostrare, sostenendo per lunghi anni una campagna strenua, che l’incontro sarebbe avvenuto in tenimento di Teano, alla contrada Borgonuovo. Nel nobile scopo di rivendicare alla sua città natale la gloria di quello storico incontro, il Boragine si è fatto però fuorviare nelle sue ricerche dando eccessivo valore a testimonianze futili o irrilevanti. Tali sono da ritenersi, infatti, quelle di pochi contadini, rozzi o ignari, pronti a scorgere. in quei giorni di orgia garibaldina, in ogni camicia rossa Garibaldi: e quella di un giovinetto non ancora trilustre, pure appartenente a famiglia cospicua, ma più inteso, certo, ai suoi trastulli. che agli avvenimenti della patria. 

  (Foto del prof. Boragine Vincenzo, studioso e cultore di storia campana che contribuì, forse e speriamo in buona fede,  per decenni,  a mantenere viva una diatriba gratuita, mettendo in discussione in maniera unilaterale gli studi di onorati ed onorabili Generali dell'Esercito Italiano come il Gen. Giulio del Bono, Professori e storici qualificati adducendo di contro prove testimoniali a carico di presunti soggetti presenti all'epoca sui luoghi interessati, con lo spirito di voler attribuire a tutti i costi lo storico incontro in un luogo che non detiene il minimo indizio di quanto riportato da studi e testimonianze ufficiali scritte e tramandate. Non tenne neanche in considerazione la testimonianza dell'allora  più qualificato che mai Istituto di Storia Patria di Caserta,   in occasione del centenario.  Tra l'altro, non usò l'onestà intellettuale che generalmente dovrebbe detenere uno  storico, un maestro che ha come missione l'insegnamento della vera storia ai giovani e agli scolari, e non fece mai menzione della sostituzione delle lapidi apposte nel 1910 dall'allora comitato del cinquantenario presieduto dal Sindaco Lonardo, con quelle artatamente manipolate nel tempo della dittatura fascista, così come  il tutto è in seguito riportato ed inoppugnabile, visto che a denunciarne l'avvenimento fu un soggetto che sapeva quello che rilasciava, cioè una testimonianza che non fa certo onore a chi l'ha perpetrata sia allora  e maggiormente oggi. Portare avanti ancora tesi anacroniste significa MALAFEDE.)

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"A sviare il Boragine nelle sue ricerche, senza dubbio, concorse non poco un equivoco, del quale egli stesso fu vittima inconsapevole: che cioè nello Archivio storico del Comando dello stato maggiore non si conservasse il diario della marcia di quel giorno. Ma dopo che quel diario gli fu noto, e fu reso di pubblica ragione, il professore Boragine avrebbe dovuto respingere la sua ipotesi, che diveniva assurda ed insostenibile, quando un documento ufficiale veniva a smentirla così categoricamente.

"Io, che narro, cittadino di Teano, dovrei, come il Boragine, esser mosso da un egual desiderio: e nessuno, che mi legge, supponga in me un sentimento diverso. Ma lo storico deve aver di mira la verità: ed ogni affetto di parte deve tacere quando si narrano i fatti.

"Più conforme al vero, perché giustificata da ragioni politiche, come ora dirò, e perché, soprattutto, avvalorata da documenti inoppugnabili, rimane la ipotesi, già strenuamente sostenuta dall’avvocato Giuseppe Lonardo, consigliere provinciale di Teano, secondo la quale sarebbe avvenuto l’incontro al quadrivio della Catena in tenimento di Vairano. Avvalorano questa ipotesi i diari ufficiali del tempo; le dichiarazioni precise degli storici contemporanei e di quelli che furono testimoni; più di tutto la narrazione chiara e precisa, che ne fa il Rùstow nella sua storia, dov’è riportato, in uno schizzo grafico e segnato in rosso, l’itinerario seguito da Garibaldi il mattino del 26 ottobre.

"Di fronte a testimonianze così’ autorevoli, precise ed inoppugnabili, io non so qual valore possa darsi a dichiarazioni, certamente sospette, spesse volte contraddittorie.

"La natura di questa storia non consente che io mi indugi in una più sottile analisi delle une e delle altre. Due soli fatti citerò, che panni debbano togliere ogni valore alla dibattuta controversia.

"Poichè l’incontro non fu casuale, ma era prestabilito, le leggi di etichetta volevano che Garibaldi andasse incontro al Re, e non il Re incontro a Garibaldi. Ora è certo che il Dittatore aveva passata la notte tra il 25 e il 26 ottobre a Calvi. Da Calvi, per andare verso Presenzano, donde era noto che il Re dovesse venire, la via più diritta e più breve è quella che passa per il quadrivio della Catena. Questa strada, e non altra, Garibaldi doveva percorrere. Pretendere che il Dittatore, per la traversa Zarone, fosse andato ad aspettare il Re a Borgonuovo significherebbe supporre in Garibaldi una velleità, che non era nei suoi sentimenti democratici; e non poteva trovar posto, in quel momento, nelle sue vedute politiche. Se l’incontro era prestabilito, e lo fu certamente, nel disegnarne le modalità di tempo e di luogo, non si poteva non tener conto delle convenienze imposte dall’etichetta.

"Ma più grave ancora è l’altro fatto: ed assai mi sorprende come possa essere sfuggito alla sagacia del professor Boragine.

"Per quanto larghe e profonde fossero le simpatie, che circondavano Vittorio Emanuele in tutta l’Italia, non mancavano, nei reame di Napoli, fautori ardenti e fanatici del Borbone. Se altre prove mancassero, la resistenza strenua, opposta dal Voltumo a Gaeta, basterebbe a testimoniarlo. Vittorio Emanuele, dunque,sapeva di venire in un paese nemico: e le ragioni più ovvie della politica volevano che non si esponesse il Re in luoghi facili all’agguato ed all’insidia. Il sito di Borgonuovo, con la sua casetta solitaria, con le sue macchie di alberi frastagliati, coi suoi larghi vigneti che nascondevano il terreno, col suo tortuoso valloncello, cavalcato dal Ponte della strada, era il luogo. che, meno di ogni altro, poteva dirsi adatto a quello incontro. E quando si noti che in quella stessa Taverna della Catena, il giorno innanzi era avvenuto lo incontro fra Cialdini e Salzano, è lecito argomentare che speciali ragioni dovevano garantire della sicurtà di quel luogo.

"Troppo son corso lontano dalla storia: ma le ragioni, che mi costrinsero a divagare, sono facili a comprendere. Ormai, sul luogo preciso dell’incontro non è più possibile il dubbio. E ben fecero il comune di Teano e il comune di Vairano, fissandolo in quel sito appunto che la storia voleva" (Op. cit., pp. 68-73).

A questo punto del testo vi è la seguente nota: "il 26 ottobre 1911, il Comune di Teano e il Comune di Vairano murarono rispettivamente due lapidi diverse, che ricordano il luogo di quell’incontro". Il figlio di Filippo Mazzoccolo, barone Michele, a questa nota appone sul manoscritto di suo pugno questa postilla: "L’epigrafe murata a Teano fu dettata da mio padre. Ed a quella celebrazione cinquantenaria intervennero Autorità civili e religiose e gran concorso di popolo. Durante la mia lunga permanenza a Roma, dopo morto mio Padre, talune teste amene, di notte, osarono rimuovere quella lapide, e modificare la località: Taverna della Catena con l’altra: Teano. Tanta incoscienza costituisce un vero reato da deplorarsi con conseguente azione punitiva. Invece non ebbe alcuna reazione di disgusto, e, purtroppo, quell’azione è stata tollerata con un tacito, inqualificabile consenso ‘(Op. cit, p. 73, nota 8)

la polemica riprende una decina di anni dopo, con uno scritto del 1926 di Pasquale Geremia, non riportata nell'opera citata del Campanella: è lo stesso Geremia che pubblica nel 1932 "Da Quarto a Taverna Catena" , un testo che ha però fortuna limitata. Nella sua attività di ricerca questo ispettore scolastico è pignolo: trova il nuovo indirizzo di casa del generale Del Bono e gli scrive per sapere ancora in merito alla vicenda. E’ interessante la risposta che ne riceve; si tratta di una lettera inedita, che pubblichiamo per arricchire parte di storia provinciale. E’ scritta l’ 11 settembre 1932

"Egregio Sign. Geremia,

"mi è stata recapitata con ritardo la Sua cortesissima; non i giornali, forse dispersi. Né conosco il promemoria Col. Cesari; bramerei leggerlo, non foss’altro, per curiosità. Non ho più rapporti diretti, né indiretti con l’Ufficio storico, quindi non mi sembra che io possa recarle aiuto di sorta.

"Ripeto quanto scrissi qualche anno fa in due lettere pubblicate, mi sembra, dal giornale Terra di Lavoro, il mio studio del 1909 è definitivo e non può ammettere dubbi di sorta: la frase del diario del Comando in capo, a proposito del famoso incontro, è chiara, breve, esplicita. Dimostrarne l’infondatezza, o comunque porla in dubbio, significa voler perdere tempo, far inutile fatica, e sciupare carta e inchiostro. Io non capisco, né ho mai capito quest’arruffio d’opinioni, di discussioni, di verbosità. Ma il prossimo, oggi, non ha nient’altro da pensare? Se 23 anni fa (e non un giorno) avessi previsto che il mio modesto studio avesse condotto a tanti strascichi inopportuni, mi sarei astenuto dallo scriverlo, tanto - mi perdoni la volgarità della frase - sono ancora seccato dalle conseguenze. E, le dico il vero, non risponderei neppure alla Sua, se non temessi di mostrarmi scortese verso di Lei.

"Accolga Egregio Signore i miei deferenti saluti e mi creda "Suo dev.mo

"Gen. G. Del Bono "

La pubblicazione del Cesari cui si fa riferimento nella corrispondenza è il promemoria del 1932, un altro testo che ravviva la lunga polemica. Le lettere cui accenna Giulio del Bono sono oggetto di una nostra ricerca per ora infruttuosa. Particolarmente la questione viene di nuovo a galla nelle celebrazioni centenarie del 1960 e del 1961 con le pubblicazioni di Guido Di Muccio e di Emilio Calce e con la visita a Taverna Catena dei partecipanti al XXXIX° congresso di storia del Risorgimento. Ci pare ormai sancita a chiare lettere la verità sulla verità della questione.

La rievocazione del primo centenario della morte del generale Giuseppe Garibaldi riporta all’attenzione del mondo culturale nazionale ed internazionale l’epopea garibaldina, il cui epilogo si svolge tutto in Terra di Lavoro con la battaglia del Volturno e con l’incontro di Vairano. IL 27 marzo 1982 i responsabili del Comune di Vairano Patenora e del comitato casertano dell’istituto per la storia del Risorgimento italiano realizzano un incontro di studio sul tema: "Garibaldi e il movimento liberal - democratico nel Mezzogiorno e in Terra di Lavoro. Di questa giornata di approfondimento culturale vengono realizzati gli atti (16); si tratta di una pubblicazione che si inserisce a giusto titolo nella bibliografia della materia. il sindaco di Vairano Patenora Giuseppe Santagata si fa promotore di iniziative che certamente hanno buona validità e portano contributi notevoli alla sistemazione storica e storiografica del patrimonio culturale di Terra di Lavoro.

Il volume si apre con il saluto del vice-sindaco Alessandro Cortellessa e con un ringraziamento di Alberto M. Ghisalberti, illustre presidente dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Le motivazioni del convegno sono dette in un dosato intervento di Santagata ed in una rievocazione introduttiva di Guido Di Muccio. Lo svolgimento dell’incontro di studio si sviluppa nelle cinque relazioni presentate durante i lavori della giornata: Alfonso Scirocco svolge da par suo il tema "Garibaldi e il Mezzogiorno,,; Nicola Terracciano parla dei liberali e dei democratici di Terra di Lavoro dal 1799 al 1860; Olindo Isernia mette a punto alcune questioni interessanti la Chiesa e il moto nazionale unitario in Terra di Lavoro nel periodo 1860-1861; Carmine Cimmino abbozza un profilo storico-critico sulla presenza dei democratici in Terra di Lavoro dopo l’Unità (1861.1869); Antonio Alosco discute dell’attività del Partito d’Azione nel Regno del Sud.

        

Il Prof.Alessandro cortellessa, Giuseppe Spaziano    con il                           La Contessa Erika Garibaldi, lo Storico Di Muccio

           Gen. Musco e la contessa Erika Garibaldi                                                                                Giuseppe Garibaldi  e la Consorte

Frattanto iniziative e cerimonie si svolgono come a Vairano così a Teano, dove i responsabili del locale municipio fanno ristampare il testo del Boragine. Alcune celebrazioni particolari, come le staffette sui luoghi garibaldini, costituiscono occasioni belle e buone per riaccendere la polemica, nella quale sono coinvolti per forze di cose quanti rappresentano le organizzazioni culturali, in ispecie quelle di storia patria. Il sindaco di Vairano Patenora nel contempo prepara e fa diffondere il 5 giugno di quest’anno, data in cui si incontrano a Taverna Catena le due staffette militari dei "Mille,, e dei "Cacciatori delle Alpi", provenienti rispettivamente dal sud e dal nord d’Italia un opuscolo sullo storico incontro di Taverna Catena, nel quale vengono raccolti documenti, testimonianze e testi di notevole valore sulla materia. Il fascicolo, pur essendo stato preparato per fini di divulgazione, ha una sua validità e si pone indubbiamente nella bibliografia delle celebrazioni del primo centenario della morte del generale Garibaldi .

IL CONVEGNO DEL 25 E DEL 26OTTOBRE

Il convegno storico regionale sul tema "Garibaldi: 1860, gli eventi nel Casertano, è stato organizzato nell’ambito delle manifestazioni ufficiali promosse per l’anno del generale Giuseppe Garibaldi; difatti è stato presieduto dal generale di corpo d’armata Umberto Nardini, che è appunto presidente del comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della morte dell’Eroe dei due mondi e che ha rappresentato al raduno il ministro della difesa Lelio Lagorio ed il presidente del comitato storico costituito per l’anno garibaldino Umberto Giovine. Senza alcuna preoccupazione di sorta, dobbiamo dire che il sindaco G. Santagata ed i componenti del comitato coordinatore dei convegno (Tommaso Alfonsi, Salvatore Cerbo, Mario Cialella, Alessandro Cortellessa, Ubaldo De Tora, Lino Martone, Ermanno Paolino, Giuseppe Spaziano e Massimo Visco) hanno lavorato di buzzo buono per sortire esiti positivi nello svolgimento della manifestazione, che ha richiamato a Vairano studiosi e cultori della materia e che ha posto all’attenzione del mondo culturale italiano ancora una volta il ricco patrimonio storico di Terra di Lavoro. Silvestro Montanaro ha tenuto la segreteria del comitato ed ha curato le pubbliche relazioni.

Il convegno è stato articolato in tre parti: gli eventi politico-militari del 1860 a premessa dell’incontro del 26 ottobre 1860; la verità storica sull’incontro; conseguenze politico-militari dell’incontro. Queste parti possono definirsi come tre capitoli ben distinti del tema specifico, ma coordinati in una organica visione unitaria e finalizzati a mettere in risalto la vicenda culminante di tutta l’epopea garibaldina nel Mezzogiorno d’Italia, cioè l’incontro di Vairano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II°.

I lavori dell’incontro di studio sono stati aperti dal sindaco Giuseppe Santagata con un intervento che pubblichiamo integralmente a parte in questo fascicolo della rivista nel testo che ci è stato passato; però, a braccio il capo dell’amministrazione comunale vairanese ha sottolineato dei passaggi del suo discorso di particolare valore. Tra questi, dobbiamo rimarcare quello relativo agli intendimenti assolutamente non campanilistici che hanno animato tutta l’attività organizzativa dello incontro di studio. Ha ragione Santagata, quando insiste su questo aspetto particolare delle motivazioni di un impegno che è consistente per tanti versi; i contenuti di valore preminentemente culturali di una manifestazione di così buon livello scadrebbero, se si volesse tutto ridurre a fatto di campanile e in una competizione di carattere folcloristico si tramuterebbe la "due giorni,, di approfondimenti, la quale indubbiamente si fa ogni sforzo per tenere sul piano della correttezza e del rigore scientifico.

I limiti del convegno vengono definiti dal generale Umberto Nardini, il quale dà il particolare valore che meritano alle ricerche intese a riportare il territorio di Terra di Lavoro nel discorso storico più precisato della formazione dell’unità nazionale. In questo senso deve intendersi l’attributo "regionale,, dato al convegno, come una specificazione, cioè, dell’ambito territoriale che si prende a tema centrale dello studio proposto; possiamo dire, anzi, che il convegno proprio dai limiti che gli sono stati dati deriva validità nel piano generale, nel discorso storico complessivo e nel quadro celebrativo di più vasto raggio.

 

I VALORI MILITARI DELL’IMPRESA GARIBALDINA

la prima parte del convegno è stata incentrata su temi militari per buona porzione, non essendo arrivati in tempo per svolgere le loro relazioni nella prima giornata né Carmine Cimmino, né Aldo Piero Amati, ai quali erano stati affidati due temi di grosso interesse storico locale: "Le condizioni socio-economiche di Terra di Lavoro nella crisi dell’Unità,, e "Caserta economica nel contesto unitario,,. Certo, dobbiamo dire che i militari hanno fatto la parte del leone in tutto il convegno, perchè è stata nutrita la loro rappresentanza e qualificata la loro partecipazione attiva alla manifestazione. D’altra parte, i temi trattati sono tutti strettamente agganciati allo svolgimento delle operazioni militari portate avanti fino all’incontro di Vairano.

La serie delle relazioni specifiche viene aperta dal colonnello Pierluigi Bertinari, che parla degli eventi storico-militari del 1860 con particolare riferimento a quelli del Casertano. L’iter garibaldino da Marsala a Vairano viene esposto in termini oltremodo sintetici; non può essere diversamente, dati i limiti di tempo imposti per esigenze organizzative a ciascun relatore.

Però, assai più approssimata ci è parsa la trattazione del tema per quanto riguarda la battaglia del Volturno; ci auguriamo che negli atti del convegno alla materia sia dato lo spazio che merita.

Alfonso Scirocco, professore insigne dell’università napoletana, è l’unico relatore non militare della mattinata del 25 ottobre. Il tema che svolge è: "Dalla dittatura garibaldina all’Unità d’Italia: la fine dell’autonomia meridionale,,. Arricchito di citazioni di testi e di riferimenti eruditi, il discorso scorre organico nella sua architettura logica e nella sua impostazione dottrinaria. Le tesi sostenute sono quelle che appresso si espongono.

Nel 1860 Garibaldi entrò in Napoli, capitale del regno delle Due Sicilie, il 7 settembre e vi rimase fino al 7 novembre, data dell’ingresso ufficiale di Vittorio Emanuele II°. Per due mesi fu capo dello Stato. Per l’eccezionalità dei tempi, in suo nome furono esercitati i poteri esecutivi, legislativi e giudiziari e furono presi provvedimenti di grande importanza per la vita del paese, dall’adozione dello statuto Albertino e della tariffa doganale piemontese al largo rinnovamento del personale nella magistratura, nell’amministrazione centrale e periferica, nell’università.

In studi anche recenti l’attività della dittatura nel Mezzogiorno è stata esaminata come parte della lotta politica combattuta da moderati e democratici tra Torino, Palermo e Napoli per il destino del regno borbonico e, conseguentemente, per l’assetto da dare alla nascente Italia unita.

I democratici, per la prima volta padroni delle leve di comando di uno stato, intendevano profittare della posizione di forza per imporre ai Savoia la prosecuzione della iniziativa popolare fino alla liberazione di Roma e di Venezia, in concomitanza con la riforma in senso liberale dello Stato del 1848 e delle istituzioni del regno sabaudo: per questo proponevano che i modi e i tempi dell’ingresso del Mezzogiorno e della Sicilia nel nuovo Stato fossero stabiliti da una assemblea o in qualche modo negoziati con Torino. Viceversa Cavour, volendo presentare il nascente organismo statale come un elemento di ordine di fronte all’Europa e volendo tranquillizzare la borghesia, timorosa di rivolgimenti sociali, chiese ed impose con il plebiscito l’annessione senza condizioni. Il contrasto, in alcuni momenti drammatico, assorbì l’interesse dei principali esponenti dei due partiti e dell’opinione pubblica, facendo passare in secondo piano il riordinamento delle strutture amministrative, strumentalizzato e stravolto nel clima agitato dell’autunno 1860.

L’indirizzo rivoluzionario, rappresentato dai decreti proposti da Bertani, non si appoggiò ad un programma preciso, né tenne conto delle condizioni del paese, che l’uomo politico settentrionale non conosceva. Bertani contò molto sui governatori con poteri illimitati per dare nelle province la prevalenza ai democratici e lottò per estenderli a tutto il Mezzogiorno: eppure non imparti loro direttive di nessun genere e non cercò di coordinare l’opera dei vari esponenti garibaldini, nutrendo ingenua fiducia nelle possibilità di azione autonoma delle forze locali.

I decreti fatti firmare dal dittatore mostrano una visione moralistica della vita pubblica (abolizione dei fondi segreti dei ministeri, decreto dell’11 settembre) e la convinzione che il miglioramento delle condizioni delle classi povere possa avvenire attraverso l’educazione: di qui l’abolizione del gioco del lotto, accompagnata dall’istituzione di una cassa di risparmio, l’istituzione di dodici asili infantili in Napoli, la fondazione, sempre in Napoli, di un collegio gratuito per i figli dei popolani poveri di tutto il regno, per un numero di mille educandi, estensibile indefinitamente. Il problema essenziale della società meridionale, quello delta terra, sfugge completamente alla sua attenzione.

Di segno opposto è l’azione svolta dagli uomini politici napoletani che si affiancano a Liborio Romano nel tentativo di mantenere intatta la struttura statale del caduto regime. Nella direzione della continuità vanno i decreti per la conferma degli impiegati nei loro posti dell’8 settembre, il riconoscimento del debito pubblico dello Stato borbonico e la conferma dei bilanci di previsione dei ministeri del 9 settembre. Nel solco del paternalismo borbonico sono, poi, i rimedi proposti dal Romano per alleviare la miseria nella capitale: distribuzione di pane a prezzo ridotto, rilascio dei piccoli pegni e istituzione di una commissione per raccogliere offerte volontarie da distribuire alle famiglie più bisognose. Per le province i benefici attesi dal nuovo regime si ridussero al ribasso del sale. La lotta contro i governatori con poteri illimitati e la sospensione del decreto sulla nazionalizzazione delle mense vescovili attestano la prudenza di uomini che pur sono ostili alla Chiesa e non esitano a colpirne i privilegi ritenuti ingiusti.

La fine dell’autonomia meridionale comincia, quindi, con la dittatura. Governo di transizione, la dittatura non si limita. come sarebbe suo compito, a ripristinare l’ordine pubblico e la regolarità dell’amministrazione, secondo le richieste della classe dirigente locale, rappresentata da Liborio Romano. Senza una approfondita discussione, senza il Consenso della pubblica opinione, il gruppo di esuli filo-cavouriani messi a capo dei ministeri dà inizio alla trasformazione delle strutture statali ereditate dal comune regime. E’ quasi un colpo di mano, ma risponde totalmente alla logiche delle cose che al crollo di un regno segua il tramonto dei suoi ordinamenti: l’unificazione sarà proseguita dalle luogotenenze e l’annessione porterà alla scomparsa dell’individualità meridionale nella compagine dello Stato Italiano. E'  un processo fatale, peraltro attuato senza la partecipazione del paese, che perciò lo sentirà come una sopraffazione di cui avvertirà a lungo il peso.

Il colonnello Pier Giorgio Franzosi discute a lungo dell’utilizzazione delle forze popolari nella campagna del 1860. L’argomento ha risvolti di buon interesse, oltretutto perché è forse la prima volta che i militari parlano dei briganti per dare alla loro azione una valutazione storico-critica che a giusto titolo li inserisca in un capitolo della guerra di popolo. Sulla materia dobbiamo ricordare la comunicazione di Giovanni Greco, svolta da qualche anno nel congresso nazionale di studi sul pensiero di studiosi di cose militari meridionali in epoca risorgimentale. Per i contenuti dell’intervento, in altra parte della rivista, ne pubblichiamo il testo integrale.

Chiude la prima parte del convegno il colonnello Rodolfo Puletti che tratta il tema: "La cavalleria di Garibaldi nella campagna del 1860 con particolare riferimento alla battaglia del Volturno,,.

Della cavalleria garibaldina si possono distinguere tre momenti principali: quello sudamericano, quello romano e quello lombardo e napoletano.

Garibaldi non ha mai posseduto durante le sue numerose campagne un vero e proprio corpo di cavalleria; eppure, nessuno meglio di lui ha saputo comandare e condurre l’arma delle rapide decisioni, dello slancio e delle sorprese. Dalla esperienza sud-americana, che costituisce una specie di scuola di guerra e di equitazione sui generis ma estremamente efficace, si giunge alle prime vittorie in terra italiana condotte senza alcun concorso di cavalieri.

Solo nel 1849 nella difesa della Repubblica Romana uno squadrone di volontari emiliani detti "Lancieri della morte,, costituisce per la prima volta un piccolo ma agguerrito reparto di cavalleria che si sacrifica nella difesa di Roma e nella ritirata verso l’Adriatico. Dal 1859, costituendosi nel corpo dei "Cacciatori delle Alpi" lo squadrone "Guide a cavallo", inizia una vera e propria tradizione che si afferma nelle battaglie risorgimentali, meritando dal governo piemontese la menzione onorevole corrispondente alla medaglia di bronzo al valor militare.

L’epopea equestre garibaldina riprende nel 1860 con le 24 "Guide a cavallo,, presenti nella spedizione dei Mille, minuscola avanguardia di un minuscolo esercito che si distingue a Calatafimi, a Palermo e a Milazzo. Dopo l’arrivo a Napoli, il corpo di spedizione garibaldino incrementa la sua cavalleria con numerosi squadroni in parte provenienti dal nord (tra essi gli ussari ungheresi) e in parte con reparti costituitisi con uomini del Mezzogiorno.

Nella battaglia del Volturno alle azioni informative svolte dalle guide a cavallo si aggiungono le funzioni di collegamento tattico tra gli avamposti ed infine l’azione risolutiva condotta nell’ambito dei contrattacchi della riserva con l’impeto della carica.

Nel 1866 si formano ben due squadroni di "Guide a cavallo", che partecipano alle operazioni culminate nella giornata di Bezzecca. Le gesta della cavalleria garibaldina si chiudono con la carica eseguita da Stefano Canzio a Prenois nel 1870. In sintesi, Garibaldi si rivela capace comandante di cavalleria ed ottiene dai valorosi soldati, quali sono i suoi volontari, cose veramente eccezionali.

Ma l’affrettata organizzazione dei suoi piccoli squadroni rivela chiaramente che male si improvvisa un’arma come la cavalleria, ieri come oggi (con i cavalli o con i carri armati), e che le illusioni di poter poi nel corso degli avvenimenti riparare ai difetti di una mancata preparazione si possono scontare amaramente.

IL LIBRO DI ERIKA GARIBALDI

La seconda parte del convegno centra il tema nel suo nocciolo: La verita storica sull’incontro,,. Nel programma assume posizione di spicco la relazione di apertura di Erika Garibaldi, vedova dell’On. Gen. Ezio Garibaldi, ultimo dei sette figli di Ricciotti, nipote di Giuseppe e di Anita Garibaldi. La relatrice è direttore dell’Istituto internazionale di studi " Giuseppe Garibaldi ,, e segretaria nazionale dell’Associazione dei reduci garibaldini. La formulazione stessa del tema che le viene affidato è indicativa dell’importanza del suo svolgimento:

 

   

"La versione ufficiale dell’Istituto Internazionale di studi G. Garibaldi sull’incontro tra Vittorio Emanuele e Garibaldi". Il punto centrale della relazione può essere riassunto nelle proposizioni che seguono.

Dopo la battaglia del Volturno i borbonici si sono progressivamente ritirati, lasciando uno dopo l’altro i vari paesi in mano ai garibaldini o agli insorti locali che parteggiano per essi. Resistono, invece, dove la popolazione è favorevole, e principalmente a Gaeta, Capua, Sora, Teano, Isernia, Arce.

Nel frattempo l’esercito piemontese proveniente dal nord ha raggiunto il 21 ottobre Isernia e da est, il 23 ottobre, Caserta. Il 24 ottobre, mentre i borbonici sono in forze a Gaeta e a Capua ed eseguono ricognizioni nei dintorni, Garibaldi, su ordine di Cialdini con le brigate Eber, Milbitz e la legione inglese, muove oltre il fiume Volturno, marciando incontro all’esercito piemontese, mentre la sua divisione Medici controlla Capua, allo scopo di proteggere i piemontesi da possibili minacce da sud, dove sono ancora la 3a Divisione borbonica a sud di Teano, la 4a Divisione a Capua, la 1a Divisione nella zona a nord di Capua e la riserva a ovest di Capua.

Egli segue l’itinerario secondario Caserta - guado di Triflisco (forse Scafa di Formicola) sul fiume Volturno - Bellona - Pastorano - Pignataro- Calvi - Zuni - sud di Marzanello (a est dell’attuale S.S. n. 6 - Casilina).

Il 25 ottobre i borbonici sgomberano Teano, che rimane controllata da pattuglie di cavalleria. Dopo uno scambio di messaggi scritti, alle ore 17 e mezza il generale Cialdini e il generale Salzano, comandanti dei due eserciti, si incontrano a Quadrivio Catena (Vairano), ma non raggiungono alcun accordo.

 Non è certo dove Garibaldi pernotta il 25 sera; è poco verosimile che pernottasse all’addiaccio, come alcuni sostengono, in quanto le notti sono già troppo umide per lui. E’ più probabile che cercasse ospitalità in una Taverna e tra queste sceglie la Taverna Catena, che si trova a nord di Teano a circa 10 chilometri, al centro del paese di Vairano Scalo, frazione di Vairano Patenora, la più vicina al suo quartier generale. La Taverna era detta Catena perchè la strada veniva sbarrata da una catena, quando il re di Napoli andava a caccia nella vicina tenuta di Torcino. Oggi quella Taverna è semidistrutta e il nome è stato preso da un ristorante di Vairano Scalo.

Vicino a Taverna Catena, a 200 metri, c’è il Quadrivio Catena dove da nord convengono le strade da Cassino (S.S. 86- Casilina) e da Venafro (S.S. 85) e da sud le strade da Teano e da Capua (S.S. 6).

Le brigate di Garibaldi e la legione inglese pernottano all’addiaccio nella zona compresa tra la strada di Vairano Scalo - Teano e la strada Vairano Scalo - Capua, poco a sud di Vairano scalo stesso, fronte a sud, da dove potevano venire i borbonici; un reparto occupa Pietravairano e il quadrivio Catena. Il quartier generale di Garibaldi è al Palazzone Belli vicino a Marzanello, cioè dietro lo schieramento garibaldino, a poca distanza dalla Taverna Catena.

Il 26 ottobre 1860, giovedi, si preannuncia nebbioso e tale rimane fin verso le ore 8; il sole sorge alle ore 6 e 41 minuti. Garibaldi si alza come al solito presto, alle 5 circa, e, sapendo che i piemontesi sarebbero partiti alle 6 dalla zona di Presenzano, da nord, verso il Quadrivio sulle due strade, quella da Cassino e quella da Venafro, si porta verso i suoi reparti e li fa spostare tra le 6 e le 7 a est della strada Vairano Scalo - Capua allo scopo di non intralciare i regolari.

Pattuglie di garibaldini a cavallo mantengono il contatto con le pattuglie nemiche e a Teano sostengono un breve scontro.

Garibaldi segue l’itinerario Vairano Scalo - Taverna Nuova - Taverna Zarone - Traversa Zarone. Non sapendo da quale direzione il Re potesse venire, in quanto Presenzano, dove il re aveva pernottato il 25 sera presso il castello Del Balzo, si trova quasi al centro tra le due strade da Venafro e da Cassino, e non sapendo neppure in quale direzione si sarebbe diretto, Garibaldi, incontrando cosi i primi reparti piemontesi, si porta al Quadrivio Catena, dove arriva poco prima delle 8 e attende certamente davanti alla Taverna dove aveva pernottato.

Il Re parte dal castello Del Balzo alle 6 e mezza, si porta sulla strada Cassino - Quadrivio Catena, e muove verso sud e cioè verso il Quadrivio, con i reparti del IV° Corpo d’Armata che marciano a piedi (il V° Corpo d’Armata marcia sulla strada da Venafro). A cavallo, di passo, giunge al Quadrivio alle 8 circa dopo aver percorso quasi 12 chilometri. (pari a 7,46 miglia)

Garibaldi muove incontro al re, benché taluni abbiano scritto che fu il Re a piegare al Quadrivio Catena verso est e cioè verso Taverna Catena  , dopo aver visto Garibaldi (il che potrebbe essere in quanto il Re era di dieci anni più giovane di Garibaldi: sarebbe stato un gesto da re. Al momento dello incontro è presente la 63° compagnia bersaglieri del 16° battaglione bersaglieri (avanguardia della riserva generale).

Garibaldi saluta per primo e i due, rimanendo a cavallo, sostano poi per quindici minuti, scambiando qualche parola e certo osservando i regolari in marcia. Insieme riprendono a cavalcare e dal Quadrivio Catena prendono la strada per Teano, dove è diretto il re, e sulla quale marciano i reparti del IV° Corpo d’Armata.

Dopo aver percorso circa 4 chilometri (2,49 miglia) sostano (verso le 9.00) al ponte di S. Nicola (detto anche ponte di Caianello) sul Rio Fontana Paola, prima della discesa di San Nicola, a circa 200 metri dalla chiesetta Borgonuovo, poichè in quel posto è prevista una, sosta per i vari reparti (in quel momento sosta il 26° reggimento di fanteria). Dopo alcuni minuti, forse una diecina, durante i quali il re e Garibaldi si appartano pochi momenti per parlare con i propri ufficiali, si riprende il cammino verso Teano, distante ancora 5 chilometri (3,11 miglia); alle prime case del paese, al Largo Porta Roma, si lasciano: sono circa le ore 10.00 del mattino.

Il Re piega a ovest per la circumvallazione e si dirige al palazzo Caracciolo, dove è stato preparato il suo alloggio; Garibaldi, atteso che il re si sia allontanato, si porta sulla sinistra, scende da cavallo al "Muraglione" e entra in una stalla dove gli viene offerto pane e formaggio.

Il dittatore, dopo una sosta di poche ore, parte per Calvi; il Re poco dopo mezzogiorno interrompe il pranzo e cavalca verso S. Giuliano, dove l’avanguardia piemontese si è scontrata con i borbonici, in ritirata verso la riva destra del Garigliano e verso Capua, ritornando la sera a Teano, dove rimane fino al mattino del 29 domenica.

Il 27 ottobre Garibaldi è di nuovo a Caserta.

Il 6 novembre, dopo aver atteso inutilmente il re, passa in rassegna i suoi volontari nel capoluogo di Terra di Lavoro.

Il 7 novembre il Re e Garibaldi fanno l’ingresso ufficiale in Napoli. Da palazzo D’Angri Garibaldi si ritira in un modesto albergo a Chiaia, l’Hotel delle Isole Britanniche"; da qui alle 2 del 9 novembre 1860 parte e si imbarca sulla nave "Washington’ che alle 9 salpa per Caprera. Nessuna delle navi all’ancora, né quelle piemontesi né quelle già borboniche, fanno un segnale di saluto.

L’applaudita relazione di Erika Garibaldi ha un seguito assai pertinente: viene presentato il suo libro "Qui sostò Garibaldi" , che arriva fresco fresco di tipografia al convegno, proprio "finito di stampare nel mese di settembre 1982". Può dirsi allora che il grosso volume diventa un segno emblematico della riuscita del convegno di Vairano, in quanto si legano alla manifestazione casertana la sua prima presentazione ufficiale ed il suo lancio.

Il libro in itinerari rigorosamente studiati e presentati ripercorre tutta la vita di Giuseppe Garibaldi, illustrandone anche con un adeguato apparato fotografico e cartografico i momenti più significativi. Il grosso tomo è il risultato di una ricerca durata alcuni anni attraverso contatti epistolari e viaggi, indagini accurate e interviste pazienti, lunghe giornate di applicazione a tavolino e scrupolosi esami del materiale raccolto. Erika Garibaldi può dirsi soddisfatta del lavoro fatto, non solo per i prolungati applausi che ha avuto a Vairano e per le manifestazioni di simpatia che ha suscitato, ma per i giudizi positivi che hanno accompagnato la presentazione del volume durante il convegno.

Con la passione che distingue chi è del posto e quindi con tanto attaccamento al natio loco ha parlato Guido Di Muccio, un veterano della battaglia per il ristabilimento della verità storica. " L’incontro tra Vittorio Emanuele e Garibaldi nella coscienza nazionale italiana" è stato il tema trattato da Mario Caronna del Comitato storico del Ministero della difesa per le onoranze a Garibaldi. Il relatore ha definito il taglio del suo intervento nel quadro di una storia sociale e di una storia delle ideologie, ma pure in una dimensione di psicologia delle masse. Dopo aver dato i parametri metodologici del suo discorso, derivati da alcuni concetti di Braudel e di Le Goff, ha definito lo storico incontro come compromesso fra le due anime del Risorgimento, l’una, quella garibaldina, espressione della volontà popolare di riscatto nazionale e sociale, l’altra, quella più gattopardesca della conquista regia, rispettosa dei poteri costituiti e del concerto europeo, nonché della estensione al paese del modello centralista piemontese. Tale compromesso, apparve sbilanciato verso quella che Guido Dorso definì "la lunga linea grigia della conquista piemontese".

Caronna, poi, ha esaminato la notevole diversità del carisma di Garibaldi presso le masse popolari settentrionali e meridionali, individuando però alcuni elementi comuni sia al nord che al sud nella idolatria per l’eroe.

Per suffragare tale ricerca di elementi comuni, l’oratore ha svolto un’interessante analisi di alcune locuzioni collegate all’epopea garibaldina ed entrate nella lingua italiana; da esse si può evincere come lo spirito garibaldino venga ancor oggi "sentito" come volontà di riscatto popolare di fronte alle crisi ricorrenti della nostra vita nazionale.

L’intervento sulla realtà topografica dell’incontro del generale di squadra aerea Domenico Ludovico ha chiuso la seconda parte del convegno. Sulla materia il relatore ha già pubblicato un lavoro, che noi riportiamo in questa rivista per il rigore che lo sostanzia e per il contributo che dà alla sistemazione scientifica della questione.

 

LE CONSEGUENZE DELL’INCONTRO

 

La terza parte del convegno sulle conseguenze politico militari dell’incontro si svolge il 26 ottobre, in una mattinata densa di interventi e di discussioni. Apre la serie dei discorsi il colonnello Giorgio Pirrone che parla appunto sul tema generale dato alla terza parte della manifestazione. La panoramica presentata si allarga in una visione complessiva dell’operosità garibaldina per la formazione dell’unità italiana e spazia nei complessi rapporti politici e diplomatici che accompagnano tutta la spedizione nel Mezzogiorno d’Italia.

Franco Della Peruta illustra il tema: "Garibaldi e la monarchia Savoia 1860-1862" con puntualizzazioni efficaci e con richiami storici pertinenti. Il generale Musco, parlando di Giuseppe Garibaldi come propugnatore dell’Europa Unita, si rifà all’appello da Sant’Angelo in Formis il 15 ottobre 1860 indirizzato dal dittatore alle potenze europee. Salvatore Loi presenta i riflessi che ebbero gli eventi del 1860 nelle lotte per la libertà di altri popoli europei.

La serie degli interventi della terza parte del convegno è chiusa da Giuseppe Garibaldi, figlio di Erika e pronipote dello eroe dei due mondi. Di Garibaldi alla celebrazione di Vairano, oltre quelli nominati, ce n’è un’altra: Anita, figlia pure di Ezio, ma della sua prima moglie. Indubbiamente queste presenze singolari costituiscono elementi di curiosità in una manifestazione culturale, ma contribuiscono pure alla riuscita della celebrazione, quando, come nel caso dell’incontro di studio di Vairano, i presenti danno apporti validi nel campo della ricerca e della più rigorosa sistemazione storica degli avvenimenti interessanti il loro avo glorioso.

Giuseppe Garibaldi parla del bisnonno in termini moderni, facendo derivare dal suo insegnamento applicazioni utili pure per i nostri giorni; il tema che gli è affidato peraltro consente il tono per certi aspetti predicatorio: "26 ottobre 1860: autenticità dell’uomo Garibaldi". Sulla drammaticità del momento che vive il dittatore quando si separa dal primo Re d’Italia alle porte di Teano cade il sipario del convegno di Vairano, una manifestazione che lascerà traccia nella storia culturale di Terra dì Lavoro.

Certamente gli atti dell’incontro di studio, i quali come ha detto il sindaco Santagata verranno stampati al più presto, saranno oltremodo interessanti e saranno l’utile e duraturo ricordo della celebrazione; ma rimarranno pure indelebili nell’animo dei numerosi partecipanti alle due giornate culturali le buone impressioni che hanno dato gli abitanti del posto, i quali hanno riempito Vairano di tricolori, hanno organizzato cento manifestazioni collaterali (non esclusi i fuochi d’artificio), hanno fatto venire nella zona tante bande musicali, tra le quali ha fatto spicco particolare quella dei garibaldini, che pur oggi indossano la camicia rossa.

Sugli atti ancora diciamo una parola: consegnare alla stampa un lavoro obbliga a fatica diversa dal relazionare a braccio. Per questo, abbiamo speranza che la raccolta dei testi si presenti degna di figurare bene nella bibliografia del centenario della morte di Garibaldi e dia sostanziosi contributi di revisione critica.

Ma pure un cenno dobbiamo fare, tra le manifestazioni collaterali al convegno, all’inaugurazione del nuovo monumento all’Unità d’Italia, che porta un’opera dello scultore casertano Antonio Porfidia all‘interessante mostra documentario-fotografica su Vairano Patenora, alla presentazione di un progetto di ristrutturazione di Taverna Catena. Come si arguisce anche dalle notizie che diamo in questo "pastone", nelle due giornate trascorse a Vairano di lavoro se n’è svolto abbastanza, e serio.

Di chi il merito? Non spetta a noi formulare giudizi. Certo, il sindaco Santagata non è stato nei panni non solo il 25 e il 26 ottobre, ma per diverso tempo. Sta di fatto che nella storia culturale di Terra di Lavoro il convegno di Vairano rimarrà:

lo diciamo con consapevolezza.

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                                      Momenti  del  Congresso  del  1982 nell' Hotel Taverna Catena  di Vairano Scalo

  

 

          

 

                                         

 

 

                                                                                                                                                                                                         di   GAETANO ANDRISANI