REGNO DELLE DUE
SICILIE - ULTIMO ATTO - 1860
i fatti di CALATAFIMI - PALERMO
DISLOCAZIONE DEI REPARTI
NAPOLETANI IL 15 MAGGIO 1860 (GIORNO DELLA BATTAGLIA DI CALATAFIMI)
SICILIA OCCIDENTALE:
4 cmp del 1° rgt Re - 4 cmp del 3°
rgt Principe - 4° rgt Principessa - 4 cmp del 5° rgt Borbone - 6°
rgt Farnese - 4 cmp del 7° rgt Napoli - 8° rgt Calabria - 9° rgt
Puglia - 10° rgt Abruzzo - rgt carabinieri a piedi - 2° btg
cacciatori - 8° btg cacciatori - 9° btg cacciatori - 3° btg
carabinieri cacciatori (esteri) - rgt cacciatori a cavallo.
SICILIA ORIENTALE: 2° rgt Regina -
8 cmp del 3° rgt Principe - 11° rgt Palermo - 13° rgt Lucania - 14°
rgt Sannio - 15° rgt Messapia - 5° btg cacciatori - 6° btg
cacciatori - 1° e 2° rgt lancieri.
CALABRIA: 12° rgt Messina - 3° btg
e 3° squadrone della Gendarmeria.
PUGLIE: 4° btg e 4° squadrone
della Gendarmeria - 1° btg del 2° rgt dragoni - 2° btg carabinieri a
cavallo.
SALERNO E PROVINCIA: 2° btg e 2°
squadrone della Gendarmeria - 1° btg del rgt carabinieri a cavallo,
1° e 2° btg carabinieri leggieri (esteri).
NAPOLI E PROVINCIA.: 1° e 2° rgt
granatieri della guardia reale - 3° rgt cacciatori della guardia
reale - btg tiragliatori della guardia reale - 8 cmp del 7° rgt
Napoli - rgt Real Marina - 3° btg cacciatori - 13° btg cacciatori -
14° btg cacciatori - 15 ° btg cacciatori - 16 ° btg cacciatori - 1°
btg e 1° squadrone della Gendarmeria - 1° e 2° rgt ussari.
TERRA DEL LAVORO: 1° rgt dragoni.
GAETA: 8 cmp del 1° rgt Re - 8 cmp
del 5° rgt Borbone. ABRUZZO: 1° btg cacciatori - 4° btg cacciatori -
7° bgt cacciatori - 10° btg cacciatori - 12° btg cacciatori - 5° btg
e 5° squadriglia della Gendarmeria.
CALATAFIMI
I picciotti
Il 12 maggio, alle quattro del
mattino, i garibaldini si misero in marcia sulla strada per Salemi.
In testa alla colonna c’erano le guide (esploratori), comandate da
Giuseppe Missori; seguivano i carabinieri genovesi di Antonio Mosto,
gli unici armati di carabine rigate; quindi marciavano le otto
compagnie per numero d’ordine, comandate, rispettivamente, da Nino
Bixio, Vincenzo Giordano Orsini, Francesco Stocco, Giuseppe La Masa,
Francesco Anfossi, Giacinto Carini, Benedetto Cairoli e Angelo
Bassini. In coda c’erano i quattro cannoni, i carri con armi e
munizioni di riserva e altre salmerie, scortati dai marinai e dai
pochi artiglieri.
Garibaldi cavalcava qua e là,
seguito dal capo di stato maggiore, col. Giuseppe Sìrtori, e
dall’aiutante generale, il colonnello ungherese Stephan Turr (ex
ufficiale dell’esercito asburgico). L’intendente era il mag.
Giovanni Acerbi; Sponzilli capo del genio; il dottor Pietro Ripari
responsabile del servizio sanitario, assistito da quattro medici
collaboratori. Sulla strada venne incontro a Garibaldi il barone
Stefano Santanna, di Alcamo, che aveva combattuto al fianco di
Rosolino Pilo durante la rivolta di aprile. Portava con sé circa 200
picciotti.
La sera la truppa bivaccò intorno
ad una cascina in contrada Rampagallo, messa a disposizione dal
barone Mistretta, il feudatario del luogo.
La strategìa borbonica
Mentre Garibaldi si inoltrava
nell’isola, il comando borbonico di Palermo non era capace di
reagire con prontezza e determinazione, mancando completamente al
suo primo còmpito di coordinare i movimenti di tutte le forze
disponibili, sempre paralizzato, innanzitutto, dal timore di una
rivolta in città. L’11 maggio, appena saputo dello sbarco, il
principe di Castelcicala aveva avvisato il governo di Napoli,
richiedendo in rinforzo tre btg di cacciatori, da sbarcare a
Marsala, con lo scopo di prendere in una tenaglia i Mille. Sicuro di
ricevere questi rinforzi, Castelcicala organizzò l’invio dell’altro
braccio della tenaglia: era costituito dalla colonna mobile del brig.
Landi che si trovava nei pressi di Alcamo in funzione antisbarco e
antirivolta, mentre a Trapani era di stanza l’8° btg cacciatori al
comando del t. col. Sforza, il quale si sarebbe dovuto unire ai
battaglioni provenienti da Napoli. Le due forze avrebbero dovuto
coordinare i loro movimenti e chiudere tra due fuochi i Mille.
Il proclama di Salemi
La mattina del 13 alcuni uomini a
cavallo, provenienti da Salemi, avvisarono Garibaldi che la truppa
borbonica era partita da Palermo e si dirigeva verso essi. Infatti,
era in avvicinamento la brg di Landi, la quale aveva marciato a
piccole tappe e con molte cautele, dato che i fili telegrafici erano
dappertutto spezzati, che le poste non funzionavano, che nelle
campagne imperversavano insorti e malviventi. La colonna Landi era
giunta ad Alcamo la mattina del 12 maggio, dove aveva sostato per 24
ore. In fretta i garibaldini levarono il campo dalla cascina
Mistretta e si recarono a Salemi. La bianca cittadina, di aspetto
saraceno, era imbandierata con i tricolori. L’accoglienza fu
calorosa: le strade erano affollate da gente festante; le campane e
la banda suonavano. Anche il basso clero accolse bene i garibaldini,
e molti di essi incitarono il popolo ad unirsi alla lotta contro il
Borbone. Il francescano Giovanni Pantaleo, di Castelvetrano, divenne
il cappellano dei Mille e seguì Garibaldi fino al Volturno.
Il generale ed il suo Stato
Maggiore furono ospitati dal marchese di Torrealta. L’atteggiamento
dei siciliani verso Garibaldi era decisamente migliorato, tanto che
l’indomani, riunita la cittadinanza di Salemi, egli lanciò un
proclama in cui dichiarava decaduta la dinastìa borbonica ed
assumeva la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele re
d’Italia. I combattenti siciliani.
Primo provvedimento fu
l’istituzione della leva, inviando La Masa nel circondario per gli
arruolamenti. Ma la leva non fu bene accetta ai siciliani, ai quali
non era stata imposta neanche dal governo di Napoli che nell’isola
arruolava solo volontari (nel 1860 solo un decimo dell’Esercito
Borbonico era composto da siciliani).
Fare il soldato non era cosa che
potesse interessare un gentiluomo siciliano. I giovani dabbene non
erano abituati agli strapazzi, ma neppure i picciotti, gente del
popolo, si mostrarono più resistenti. Nobili e borghesi che si
arruolarono sotto Garibaldi dopo qualche ora di marcia cadevano di
schianto. Per i siciliani valeva il detto: "Megghiu porcu ca surdatu".
Fallimento del piano di
Castelcicala
I rinforzi richiesti dal
luogotenente Castelcicala partirono da Gaeta in ritardo, la notte
del 12 maggio, e non sbarcarono a Marsala come previsto, ma
inspiegabilmente a Palermo la mattina del 14, dove, secondo gli
ordini ricevuti, avrebbero dovuto attendere istruzioni. Era troppo
tardi. Così i rinforzi, non formati dai tre btg cacciatori
richiesti, ma dalle sedici cmp scelte (4 ciascuno) dei rgt di linea
1°, 3°, 5° e 7° e da una btr di artiglieria, al comando del brig.
Francesco Bonanno, andarono ad ingrossare la già numerosa
guarnigione di Palermo, rimanendo inattivi, ed inutili allo sviluppo
del piano di battaglia di Castelcicala. Il giorno 13, visto che i
rinforzi non giungevano, Castelcicala ordinò al t. col. Sforza di
unirsi col suo battaglione (di guarnigione a Trapani) alla brg Landi,
la quale, dall’alba, era schierata a Calatafimi. Landi, estremamente
prudente, decise di non avanzare verso Salemi, timoroso di imboscate
da parte di bande di insorti, e decise di attendere il nemico a
Calatafimi, posizione molto vantaggiosa. Da lì scrisse al
Luogotenente le decisioni prese, comunicando, pure, che avrebbe
atteso il previsto arrivo dell’altro battaglione del 10° rgt di
linea prima di avanzare. Attorno a sé la brg Landi aveva il vuoto:
il telegrafo con i fili tagliati; le campagne piene di scorridori
che, se non attaccavano le truppe, rubavano e rapinavano. Così, il
timoroso Landi, privo di uno Stato Maggiore, di un servizio
informazioni e di veloci comunicazioni, pensò, più che a vincere, a
tenere libera la via di Palermo, per un’eventuale veloce ritirata.
Verso Calatafimi
Nella mattinata del 15 maggio,
limpida e fresca, i Mille presero la strada per Palermo. A loro si
erano unite le squadre del barone Santanna e quelle del cavaliere
Giuseppe Coppola, portando il numero totale a circa 1500 uomini.
Garibaldi raggruppò le 8 cmp in 2 btg; uno al comando del feroce
genovese Nino Bixio; l’altro al comando del palermitano Giacinto
Carini. Landi, saputo dell’avvicinarsi di Garibaldi e, al contempo,
della decisione del comando di Palermo di concentrare tutte le
truppe attorno alla città, adottò una mezza misura: inviò tre
distaccamenti in ricognizione in tre diverse direzioni, partendo da
Calatafimi, dove egli rimase con le riserve.
Gli schieramenti
Dopo aver esplorato e superato il
paesino di Vita, intorno alle 9 antimeridiane Garibaldi fece
schierare i suoi uomini e semicerchio sul monte Pietralunga, appena
fuori paese, che dominava la strada per Calatafimi. Egli era stato
informato dai contadini del luogo che un corpo di truppe napoletane
era giunto due giorni prima in quest’ultima cittadina, così aveva
occupato il punto strategicamente più forte, in attesa del nemico.
In avanguardia, dietro una spalliera di fichi d’India, si erano
appostati i 36 carabinieri genovesi e le 18 guide. Dietro di loro
l’8^ cmp di Bassini e la 7^ di Cairoli giacevano stese a quadriglie,
formando la prima linea. Più su, sul ciglio del colle, la 6^ cmp di
Carini e la 5^ di Anfossi, schierate in ordine aperto, formavano la
seconda linea. A sinistra guardavano la strada Vita-Calatafimi i
cannoni, agli ordini di Orsini, appoggiati dalle cmp 4^ (La Masa),
3^ (Stocco) e 2^ (Orsini), le quali costituivano la riserva, per
evitare eventuali aggiramenti della cavalleria nemica. Più giù,
quasi alla falda, c’era la 1^ cmp di Bixio, affidata al suo
luogotenente Giuseppe Dezza. Le squadre di picciotti proteggevano le
due estremità. Sotto si estendeva una valle a forma di conca, chiusa
da una corona di poggi, fra i quali, sul più alto, sorgeva
Calatafimi. Garibaldi mandò alcuni uomini ad esplorare il terreno,
scoprendo la presenza di una cmp di compagni d’armi (detti "birri di
campagna") ed un drappello di cacciatori a cavallo in avanscoperta.
I garibaldini, in posizione
migliore e coperti dalle siepi di fichi d’India, furono visti solo
in minima parte dai napoletani, i quali pensarono di avere di fronte
solo un piccolo gruppo di insorti, dato che molti non indossavano la
camicia rossa, ma abiti civili.
Landi aveva ai suoi ordini una brg
di oltre 3000 uomini, formata da un btg di carabinieri a piedi al
comando del magg. Giovanni De Cosiron, un btg del 10° rgt fanteria
di linea "Abruzzo" al comando del t. col. Giuseppe Pini, l’8° btg
cacciatori del t. col. Michele Sforza, uno squadrone di cacciatori a
cavallo, mezza batteria da campagna e una cmp di compagni d’armi.
Inviate tre colonne in tre direzioni diverse, Landi era rimasto a
Calatafimi con una riserva di 1600 uomini. Una delle tre colonne,
quella del t. col. Sforza, si diresse verso Vita, avvistando il
nemico abbarbicato sul colle Pietralunga, incerto, però, se quegli
uomini fossero garibaldini o insorti. Michele Sforza, palermitano di
55 anni, da poco promosso tenente colonnello, era un valoroso
ufficiale, reduce dalla campagna di Sicilia del 1848-49, dove aveva
guadagnato una medaglia d’oro al valore. Ai suoi ordini aveva due
cmp di cacciatori dell’8° btg, una cmp di carabinieri, una cmp del
10° rgt di linea ed una sezione d’artiglieria con due cannoni, per
un totale di appena 600 uomini. Non avendo ben valutato la forza e
l’identità del nemico, Sforza decise di attaccare, malgrado Landi
gli avesse ordinato di effettuare solo una ricognizione.
Il combattimento
Sforza mise in prima linea le due
cmp di cacciatori, truppe ottimamente addestrate ed armate di
moderne carabine rigate. Poco prima di mezzogiorno i soldati regi,
divisi in due colonne, scesero sulle colline più basse, cominciando
a manovrare come se fossero stati in piazza d’armi, attirando i
complimenti di Garibaldi che li osservava, seduto su un ciglio e
fumando un sigaro, dal monte di fronte.
I garibaldini, schierati ed
appostati, videro di fronte dei soldati con la giubba cilestrina, il
berretto a barchetta (detto bonnetto) ed i calzoni rossi. Erano i
cacciatori, i migliori fanti dell’esercito napoletano. Poi, suonando
la carica, i napoletani avanzarono gridando: "Mo venimmo, mo venimmo
straccioni, carognoni, malandrini". Essi, infatti, non pensavano di
trovarsi di fronte a dei veterani addestrati, ma ad un gruppo di
insorti. All’ala destra borbonica, sulla strada Calatafimi-Vita, si
era schierato mezzo squadrone di cacciatori a cavallo, pronto a
sfruttare il momento opportuno per aggirare l’ala sinistra
garibaldina, dove era appostata l’artiglieria di Orsini.
Garibaldi disse ai suoi uomini di
attendere il suo ordine prima di sparare. Ma quando, giunti a tiro,
i napoletani cominciarono a far fuoco, i carabinieri genovesi,
avendo avuto già un morto e vari feriti, risposero con un tiro
preciso. Allora i cacciatori si arrestarono a scambiare ancora pochi
tiri, così da fermi, con i carabinieri genovesi. Ma sùbito le trombe
garibaldine suonarono l’attacco alla baionetta; bisognava, infatti,
togliere alle camice rosse la tentazione di sprecare munizioni dai
ripari sul colle, perché i più non avevano che dieci cartucce, ed i
vecchi fucili ad anima liscia non tiravano a più di 400 metri. Le
compagnie garibaldine, a quegli squilli di tromba, balzarono in
piedi e si rovesciarono giù dal colle una dietro l’altra, correndo
scaglionate oblique giù per la china, ma ancora composte. Poi
s’allargarono in ordine sparso, quando i due cannoni napoletani
cominciarono a tirare granate. A guidare il contrattacco erano i
carabinieri di Mosto, seguiti dalla 8^ cmp di Bassini.
Quel movimento fatto così di
slancio e con sicurezza da veterani produsse nei napoletani una
grossa impressione, dato che pensavano di avere di fronte degli
ribelli privi di capacità militari. Comunque, i cacciatori non si
sgomentarono e, essendo il pendìo troppo scoperto, per non subire
perdite enormi, cominciarono ad indietreggiare, attestandosi sul
primo gradone (terrazza utilizzata per le coltivazioni in collina)
dei tre che formava il colle Chiante dei Romani, lasciando a valle
qualche caduto e qualche ferito. La parte più pericolosa dello
spazio che i garibaldini dovevano percorrere era nella vallata
piana, dove erano totalmente scoperti al tiro d’artiglieria e di
fucileria del nemico piazzato in alto sul colle di fronte. Proprio
nella vallata le compagnie garibaldine lasciarono sul campo un buon
numero di feriti.
Giunti ai piedi del poggio, difeso
dai napoletani, i garibaldini si schierarono dietro una casetta e a
varie piante di fico. Si trovavano di fronte un’erta assai ripida
che doveva essere scalata sotto il fuoco nemico. Arrivati anche i
bergamaschi della 7^ cmp di Cairoli, fu sferrato il primo assalto
che fu respinto. Una ventina di garibaldini rimasero sul terreno. Un
secondo assalto ebbe lo stesso esito. Poi giunsero dei rinforzi
guidati da un Bixio scatenato che andava avanti e indietro col suo
cavallo, preso di mira da numerose carabine napoletane, ma
miracolosamente illeso. I cacciatori, nel frattempo, erano stati
rinforzati dalle due compagnie di carabinieri e di fanti del 10° rgt
e tentarono due o tre contrattacchi, ma furono anch’essi respinti.
Bixio guidò il terzo attacco, il quale fu pure fermato.
I gradoni del colle, però,
offrivano angoli morti che furono sfruttati dai garibaldini per
coprirsi e per colpire i napoletani appostati sul ciglio superiore,
i quali venivano centrati quasi tutti in testa. Così, malgrado il
fuoco terrificante delle carabine napoletane, le camice rosse
avanzarono, conquistando alla baionetta il primo gradone. I regi si
riordinarono sul secondo gradone, Qui respinsero un assalto portato
nel centro da una cinquantina di arditi guidati personalmente da
Garibaldi, e nella destra dai carabinieri genovesi, dalla 7^ e
dall’8^ cmp. Al tentativo di aggiramento dei napoletani, Garibaldi
gli si scagliò sopra con un gruppo di camice rosse e li respinse sul
terzo ed ultimo gradone. Rinserrate le file attorno ai loro cannoni,
i napoletani si difendevano con accanimento. Garibaldi chiamò
l’adunata di tutte le compagnie e, alle tre pomeridiane, lanciò
l’assalto definitivo. La carica la diede un colpo di cannone
dell’artiglieria di Orsini finito in mezzo ai regi. Fu una mischia
cruenta, dove si usò ogni arma. I napoletani, quasi esaurite le
munizioni, usarono le baionette, i calci delle carabine ed i sassi,
spaccando le teste dei nemici che tentavano di scalare l’ultimo
gradone. Qui morì un caro amico di Garibaldi, il capitano di lungo
corso Simone Schiaffino. Questi portava la gloriosa bandiera di
Valparaiso, cimelio delle battaglie della legione italiana in
America latina, quando attorno a lui si creò una feroce mischia, e
fu colpito a bruciapelo da una fucilata del sergente dei cacciatori
Angelo De Vito (passato, poi, dalla parte di Garibaldi e caduto
sotto le mura di Capua) che gli tolse la bandiera. Lo stesso
Garibaldi fu colpito da un sasso che lo fece rimanere senza fiato,
mentre suo figlio Menotti fu ferito alla mano da una pallottola.
La ritirata
Intanto, il brig. Landi osservava
la battaglia da Calatafimi, pressato dai comandanti del btg
carabinieri e del btg del 10° di linea (magg. De Cosiron e t. col.
Pini) ad attaccare con tutte le riserve disponibili, circa 1600
uomini. Egli, invece, timoroso di aver chiusa la strada per Palermo
dagli insorti siciliani, fece suonare la ritirata.
Il t. col. Sforza, finite le
munizioni, stava attendendo invano i rinforzi. In loro vece, giunse
il segnale di ritirata. Lasciarono il campo per primi i fanti del
10° ed i carabinieri, confusi ed in fuga per il declivio del colle
perduto. Rimasero a coprire la ritirata le due cmp dell’8°
cacciatori, disciplinate ed inquadrate, arretrando lentamente. I
cacciatori avevano cominciato ed i cacciatori davano termine allo
scontro. Garibaldi stette a mirarle un pezzo, poi diede ordine di
caricarle. Corse la 6^ cmp di Carini, e fu l’ultimo episodio della
battaglia; tutta la colonna borbonica si sprofondò nel vallone, per
ricomparire sull’erta per Calatafimi. Chiudeva la ritirata lo
squadrone di cacciatori a cavallo. I garibaldini, stremati da tre
ore di combattimento e con gravi perdite, rinunciarono ad inseguire
il nemico in fuga, anche perché Calatafimi era in posizione troppo
forte. Garibaldi, temendo l’arrivo di un corpo nemico da Trapani,
fece mettere degli avamposti sulla strada che portava in quella
città e diede ordine a Bixio di collocare le artiglierie. Alle otto
di sera Landi lasciò Calatafimi con la sua brigata al completo, e
cominciò la ritirata verso Alcamo, abbandonando i feriti più gravi.
La ritirata si svolse in una situazione di totale confusione, con i
reparti disorganizzati delle varie armi che marciavano mischiati. A
Partinico furono attaccati dai ribelli che provocarono morti e
feriti ed un caos totale fra le truppe regie. Queste arrivarono a
Palermo nel massimo disordine e affamate, trasmettendo il pànico
anche alle autorità del capoluogo.
Conclusioni
I Mille, alla prima prova, si
erano battuti magnificamente ed avevano vinto grazie ad un grande
coraggio ed alla loro consueta aggressività, malgrado il loro
armamento scadente e la loro posizione strategica svantaggiosa nella
seconda fase della battaglia. Decisiva fu anche la differenza di
qualità dei capi: Garibaldi sovrastava Landi per qualità
tattico-strategiche, per carisma, per coraggio; tanto da essere un
vero e proprio trascinatore dei suoi uomini, i quali lo adoravano.
Anche i napoletani si erano
battuti bene, con coraggio e tenacia, in particolare i cacciatori;
ma l’inettitudine e la viltà di Landi avevano provocato la
sconfitta. Questa fu la prima di una serie di ritirate che si
fermeranno solo sul Volturno. Fra i vari decorati ci fu il t. col.
Michele Sforza, premiato dal Re per il suo valore con la croce di
ufficiale di S. Giorgio e col comando del 10° rgt fanteria di linea
"Abruzzo". A prendere il suo posto al comando dell’8° btg cacciatori
fu il quarantenne calabrese cap. Alessandro Maringh, già aiutante
maggiore dell’8°, anch’egli decorato al valore, con croce di diritto
di S. Giorgio, e promosso al grado di maggiore. I picciotti, tranne
un piccolo numero guidato dal magg. Acerbi, diedero un contributo
insignificante alla vittoria, sparando fucilate ai fianchi del
nemico da prudentissima distanza e guadagnandosi il disprezzo dei
garibaldini. Lo scrittore Ippolito Nievo, uno dei Mille, disse: "I
picciotti amavano la guerra, ma senza pregiudizio dell’integrità
personale." Enrico Cairoli aggiunse: "…erano buoni dietro i ripari,
ma mancavano di sangue freddo". Le perdite dei garibaldini furono di
25 morti, 94 feriti gravi (di cui 8 moriranno in ospedale) e 88
leggeri; quelle napoletane furono di 35 morti, 110 feriti e 8
prigionieri (i feriti abbandonati a Calatafimi). Se dal punto di
vista strategico e delle perdite il combattimento di Calatafimi fu
di poco conto, dato che a Palermo e dintorni c’erano ancora oltre
20000 soldati borbonici in armi e pronti a battersi, dal punto di
vista del morale fu decisivo per l’intera campagna, dato che
riaccese la ribellione dei siciliani e scoraggiò il nemico. Inoltre,
proprio da qui nacque il mito dell’imbattibilità di Giuseppe
Garibaldi.
PALERMO
Il nuovo Luogotenente del Re
Il 14 maggio, quando mancava
ancora un giorno al combattimento di Calatafimi, si riunì a Napoli
il consiglio di Stato, in cui fu invitato il gen. Filangieri. Questi
fu pressato da tutti i ministri e dal Re ad accettare l’incarico di
Luogotenente in Sicilia, e conservare l’isola alla dinastia per la
seconda volta, dopo l’impresa del 1849. Si trattava del solo uomo di
corte con le capacità politiche e militari idonee a salvare una
situazione così grave. Il Re si era rivolto a lui anche sulle
insistenze di Maria Sofia, la quale aveva una profonda fiducia nel
vecchio generale murattiano. Filangieri, dopo molti tentennamenti e
su pressione della Regina, rispose all’appello, ma dettò le sue
condizioni: al comando dell’esercito in Sicilia doveva esserci
personalmente il Re; lui avrebbe accettato la carica di capo di
stato maggiore. Inoltre andava compiuto un gesto politico
fondamentale per salvare la dinastia: proclamare la costituzione.
I ministri rifiutarono il disegno
di Filangieri, soprattutto perché contrari all’assenza del Re dalla
capitale, dato che temevano lo scoppio di una rivolta. Francesco
accettò questa risoluzione, decretando, inconsapevolmente, la fine
dei Borbone di Napoli.
Considerato come primo
responsabile della pericolosa situazione in Sicilia, il gen. Ruffo
di Castelcicala fu costretto dal governo a chiedere le dimissioni,
cosa che fece il 15 maggio, prima di venire a conoscenza della
sconfitta di Calatafimi. Uscito dai candidati Filangieri, il Re
propose il comando dell’esercito in Sicilia ai due generali più
affidabili per capacità nel Regno: Alessandro Nunziante e Francesco
Pinto Y Mendoza , principe di Ischitella. Il primo, Nunziante,
appartenente ad una famiglia di militari devotissimi ai Borbone, era
uno dei più giovani generali borbonici, era nato a Messina nel 1815,
e da colonnello si era occupato dell’organizzazione e
dell’addestramento del Corpo dei Cacciatori, diventato, per
l’efficienza e la manovrabilità, il vanto della fanteria napoletana;
divenuto aiutante generale di Francesco II, godeva della sua totale
fiducia. Il secondo, Ischitella, napoletano di 72 anni, appartenente
ad una nobile famiglia di origine pugliese, era un vecchio ufficiale
murattiano ed aveva partecipato alle campagne di Calabria del 1809,
di Russia del 1812 (durante la quale fu nominato aiutante di campo
di Murat), di Germania del 1813, d’Italia del 1814 e del 1815.
Finite le guerre napoleoniche, aveva raggiunto il grado di
maresciallo di campo ad appena 27 anni. Entrò nell’Esercito
Borbonico nel 1818; poi, fu espulso per i moti del 1821. Reintegrato
nel grado nel 1848, fu nominato aiutante del Re e, dopo, ministro
della guerra. Fu durissimo nella repressione degli insorti, ma nel
1860, visto il cambio di direzione del vento degli avvenimenti,
rifiutò l’incarico di Luogotenente del Re in Sicilia e si defilò.
Anche Nunziante rifiutò.
Visto ciò, Francesco II finì col
sostituire il luogotenente Castelcicala col ten. gen. Ferdinando
Lanza, settantacinquenne palermitano, che godeva della stima di
Filangieri, poiché era stato alle sue dipendenza nella spedizione in
Sicilia del 1849. Lanza, ispettore della cavalleria di linea, era
tanto obeso da non poter salire sul cavallo e la stima di Filangieri
era mal riposta. Fu una scelta nefasta che determinò la caduta di
Palermo.
L’insediamento
A Lanza si era dato un piano
elaborato dal gen. Filangieri, circa il modo di ripartire le truppe
e prendere animosamente l’offensiva. Appena giunto a Palermo, il 17
maggio, ebbe come prima notizia la ritirata di Landi da Calatafimi e
l’avanzata di Garibaldi verso Palermo. Trovò le autorità
demoralizzate e atterrite; diffusa e radicata la convinzione che
l’Inghilterra, la Francia e il Piemonte favorivano la rivoluzione.
Nella notte vedeva illuminati i monti della Conca d’Oro, soprattutto
dalla parte di Gibilrossa e Misilmeri, ed erano i fuochi delle
squadre di picciotti, le quali, a giudicare dai fuochi, erano
numerose. La sera del 17 inviò il suo primo rapporto al Re, nel
quale disegnò una situazione esplosiva ed una città, Palermo, pronta
a sollevarsi. Ricevuto il rapporto, il Re ed il ministro Càssaro
inviarono in Sicilia il gen. Nunziante, con l’incarico di persuadere
Lanza a prendere l’offensiva. Ma Lanza, in uno stato di
prostrazione, rifiutò il consiglio, ritenendo che non si dovesse
sguarnire Palermo; qui egli voleva aspettare Garibaldi e
sconfiggerlo; nel caso che questo piano non riuscisse, ritirarsi su
Messina. Lanza non mostrava maggior capacità militare di
Castelcicala, anzi appariva in lui un minor ardimento ed una
prudenza che rasentava la paura. Paralizzato dall’ambiente, non ebbe
un lampo di audacia, anzi si trovò sùbito in disaccordo coi generali
da lui dipendenti, ed in primo luogo con Salzano, il quale aveva
conservato i poteri ottenuti il 4 aprile e corrispondeva
direttamente col Re e col ministero. In sostituzione di Salzano fu
inviato il maresciallo di campo Pasquale Marra, messinese di 54
anni, che nel 1849 si era distinto nella campagna di Sicilia come
comandante del 4° btg cacciatori, rimanendo gravemente ferito nei
combattimenti di Catania e meritandosi le croci di S. Ferdinando e
di S. Giorgio, nonché la promozione a colonnello; ma l’ordine di
sostituzione non venne attuato da Lanza, e Salzano rimase al suo
posto.
La marcia verso Palermo
Mentre a Napoli si discuteva,
Garibaldi avanzava. La mattina del 16 maggio entrò a Calatafimi,
dove fece curare i feriti napoletani abbandonati da Landi. Il 17
entrò ad Alcamo e il 18 a Partinico, dove i garibaldini furono
testimoni di uno spettacolo orribile: due giorni prima la colonna di
Landi era stata attaccata dai rivoltosi e, in fuga, aveva
abbandonato alcuni morti e feriti, i quali erano stati squartati,
scannati e bruciati per essere, poi, sbranati dai cani. Il 19 i
garibaldini si accamparono sull’altopiano di Renda, sotto una
copiosa pioggia che inzuppava ogni cosa e trasformava le strade in
fanghiglia. Il 20 ripresero la strada per Palermo, raggiungendo il
paesino di Pioppo, ad una decina di chilometri dal capoluogo. Qui la
marcia si fermò per la presenza di un grosso ostacolo a Monreale,
poco oltre, dove si trovavano due agguerrite brigate napoletane.
La mattina del 21 fu effettuata
una ricognizione verso Monreale, provocando uno scontro con
l’avanzante brg del tenace e valoroso colonnello svizzero Luka von
Mechel, la quale era costituita dal 3° btg carabinieri cacciatori
esteri, dal 2° e 9° btg cacciatori, dalle 4 cmp scelte del 5° rgt
fanteria di linea (cedute dalla brg Bonanno), da una cmp del btg
pionieri del genio, da un drappello di cacciatori a cavallo, dalla
compagnia d’armi di Palermo e da 4 cannoni da montagna, per un
totale di oltre 4000 uomini. Vista la netta inferiorità numerica,
Garibaldi decise la ritirata verso Parco (attuale Altofonte), con lo
scopo di unirsi alle bande di picciotti che La Masa aveva avuto
ordine di raggruppare. Giunto a Parco all’alba del 22, Garibaldi si
fortificò sulle forti posizioni di quel paese. Quello stesso giorno
Rosolino Pilo si trovava a nord-est di Monreale, in località S.
Martino, dove aveva riunito gli insorti della zona. Mechel gli mandò
contro una cmp del 9° cacciatori al comando del cap. Raffaele Del
Giudice e, nella scaramuccia che ne seguì, Rosolino Pilo, generoso e
malinconico combattente per la libertà, morì colpito in fronte. Nel
frattempo il grosso della brg Mechel veniva frenata dagli ordini e
contrordini che Lanza emanava da Palermo, mettendo in atto il suo
tradimento, foraggiato, probabilmente, dai ducati di Cavour.
Malgrado ciò, il 24 maggio Mechel giunse a Parco da ovest, divise in
tre colonne le sue truppe e scagliò l’attacco. A nord, dalla strada
di Palermo, giungeva un’altra brigata borbonica, al comando del gen.
Filippo Colonna. Prima di essere chiuso a tenaglia Garibaldi si
svincolò, dirigendosi a sud verso Piana dei Greci, mentre la
retroguardia, formata da una banda di picciotti, si scontrava a nord
di Parco con le truppe di Colonna. Con i garibaldini in fuga le due
brigate borboniche vennero fermate da un ordine di Lanza che bloccò
l’inseguimento. Una cupa atmosfera si diffondeva fra i soldati
napoletani che si sentivano traditi dai loro stessi capi.
La beffa di Corleone
Giunto a Piana dei Greci, la sera
del 24 Garibaldi riunì i suoi luogotenenti per decidere il da farsi.
Le alternative erano due: dirigersi verso l’entroterra e scatenare
la guerriglia o andare a Palermo sperando di aizzarvi la rivolta. Si
decise per la seconda e, percorsa la strada di Corleone fino al
trivio della Ficuzza, divise le sue forze: inviò verso Corleone
Vincenzo Giordano Orsini (già ufficiale d’artiglieria dell’esercito
borbonico, disertore nel 1848) con i cinque cannoni, i carri, 40
garibaldini e 150 picciotti; egli, col resto delle forze e più
leggero, deviò verso nord-est, entrando a Marinèo.
Mentre la brg di Colonna tornava
verso Palermo per la via di Villabate, Mechel inseguiva Garibaldi,
giungendo al trivio della Ficuzza. Anch’egli tenne un consiglio con
i capi dei battaglioni e, malgrado il parere sfavorevole del mag.
Bosco, comandante del 9° cacciatori, decise di inseguire Orsini,
allo scopo di catturare l’artiglieria, ritenendo sufficiente la brg
Colonna per fermare Garibaldi. Così Mechel fu beffato, non intuendo
che dove c’era Garibaldi c’era pure la rivoluzione.
Johan Luka von Mechel era un
ottimo e preparato ufficiale svizzero di 53 anni, al servizio delle
Due Sicilie dal 1850. Suo difetto principale era, però, la
testardaggine, che lo portava a decisioni avventate, non valutando
adeguatamente il parere dei subalterni. Comunque, era l’anima dei
corpi esteri, dato che era stato il progettista dell’istituzione dei
nuovi tre battaglioni composti da mercenari stranieri, dopo lo
scioglimento dei reggimenti svizzeri; insieme ai suoi ufficiali li
aveva addestrati, portandoli ad un livello di preparazione ottimale.
Orsini, nel frattempo, si era
fortificato su una collina tre chilometri a nord di Corleone, in
ottima posizione. Il 27 maggio Mechel lanciò all’attacco il 9° btg
cacciatori di Bosco che, percorrendo a velocità la pianura
sottostante in balìa del fuoco d’artiglieria e di fucileria del
nemico, invero fiacco ed impreciso, fugò gli uomini di Orsini,
riuscendo ad impossessarsi di due cannoni al prezzo di un morto e
due feriti. La banda di Orsini, inseguita per parecchi chilometri,
si disperse verso l’entroterra. Mentre Mechel inseguiva Orsini,
Garibaldi avanzava verso Palermo, raggiungendo Misilmeri il 25 e
Gibilrossa il mattino del 26. Qui si univa alle bande organizzate da
La Masa, oltre 2000 uomini, decidendo di attaccare la città
l’indomani.
L’entrata a Palermo

La notte tra il 26 e il 27 maggio
Garibaldi, a capo di una colonna di circa 3.000 uomini, scese nella
pianura e, da oriente, si diresse verso Palermo. Le porte che davano
a levante erano quelle di Tèrmini e di S. Antonino, inspiegabilmente
presidiate debolmente, rispettivamente da 260 cacciatori del 2° btg,
al comando del cap. Giuseppe Palma, e 59 fanti del 9° rgt di linea,
al comando del cap. Giuseppe Follo. Responsabile di tutto il settore
era il gen. Bartolo Marra.
I 16.000 soldati di stanza a
Palermo erano stati schierati in maniera irrazionale da Lanza. La
maggior parte era raggruppata nei pressi del palazzo reale; altri
reparti erano nella fortezza di Castellammare, ai Quattroventi, alle
Finanze e a Monreale. Sguarnite erano le strade principali che
portavano alla città.
Garibaldi divise le sue forze in
due colonne che, superato il fiume Oreto attraverso i ponti
dell’Ammiragliato e delle Teste, assaltarono le due porte. Porta
Tèrmini fu sfondata da un’avanguardia di 800 uomini comandata da
Giuseppe Missori, formata in massima parte da garibaldini, malgrado
la vigorosa difesa dei cacciatori del 2° btg. A porta S. Antonino i
pochi difensori si attestarono nell’omonimo convento, opponendo una
valorosa resistenza alla colonna nemica, comandata dall’ungherese
Luigi Tukory che fu ferito mortalmente e sostituito da Bixio. Rotte
le barricate, i napoletani si ritirarono, combattendo, in direzione
del palazzo reale.
Combattimenti in città
All’interno della città i comitati
rivoluzionari si misero in moto, erigendo barricate e sparando
contro i regi; ma non si può dire che ci fu una sollevazione
generale.
A questo punto Lanza avrebbe
potuto lanciare contro Garibaldi tutti i suoi agguerriti reparti, ma
si limitò ad inviarne una minima parte, tenendo il resto nei pressi
del palazzo reale.
La brg Landi fu sloggiata dalla
Gran Guardia e ripiegò al largo del palazzo reale. La Brg Letizia si
batté al rione Ballarò, ed ebbe qualche successo, scacciandone i
rivoltosi e bruciando le barricate. Il gen. Cataldo, che comandava a
porta Macqueda e al Giardino Inglese, attaccato con veemenza, chiese
aiuto a Landi, ricevendo due compagnie. A porta Macqueda era
impegnato il 9° rgt di linea del t. col. Gennaro Marulli che,
malgrado i suoi vigorosi contrattacchi, fu costretto a ritirarsi,
avendo il fianco, i Quattro Cantoni, scoperti dalla precedente
ritirata di Landi. Di conseguenza tutta la brg Cataldo ripiegò. In
questa azione rimasero feriti il valoroso conte Marulli, il mag.
Orlando (poi deceduto in ospedale) e il mag. D’Alessio. Si
combatteva alle porte, nelle vie, nelle piazze; si prendevano
d’assalto case, conventi, palazzi e barricate. Le milizie regie si
battevano con accanimento, pari a quello disperato con cui si
battevano garibaldini ed insorti. Spesso si giungeva ai corpo a
corpo nelle vie anguste della città. Alle quattro pomeridiane la brg
di Cataldo fu costretta a ritirarsi al palazzo reale, lasciando
sguarnita l’importante posizione dei Quattroventi e le prigioni,
dalle quali evasero circa 2000 detenuti che andarono a rinforzare
gli insorti, dopo essersi impadroniti di quattro cannoni abbandonati
dalle truppe. La ritirata dei Quattroventi fu il disastro più
significativo dei regi e che mise fine alle loro azioni manovrate.
La sera del 27 tutta la parte bassa della città era degli insorti,
tranne il palazzo delle finanze, il forte di Castellammare e il
palazzo reale con le sue adiacenze. Venne ritirata anche la brg del
col. Francesco Bonanno (12 cmp scelte dei rgt di linea 1°, 3° e 7°)
di stanza a Monreale. Così le truppe stanziate nei pressi del
palazzo reale rimasero isolate dal mare, impossibilitate dal poter
ricevere rifornimenti. Lanza non sentì il bisogno di tentare
personalmente qualche cosa, limitandosi ad inviare corrieri in varie
direzioni per richiamare la brg von Mechel. La sera del 27, con un
provvedimento inutile e criminale, ordinò al col. Fileno Briganti di
bombardare la città dal forte di Castellammare. Furono circa 600 le
vittime fra la popolazione civile di tre giorni di bombardamenti,
esasperando ancora di più l’avversione dei palermitani verso i
borbonici, e senza averne alcun vantaggio tattico.
A tarda notte del 27 andò via via
scemando il fuoco. Le ostilità ripresero all’alba del 28, ma meno
intensamente. C’erano combattimenti frammentati e si mantenevano le
posizioni, mentre cominciarono a bombardare la città anche le navi
ancorate al porto. Coperti dall’artiglieria, sbarcarono i rinforzi
mandati da Napoli: il 1° e il 2° btg carabinieri leggieri esteri,
comandati rispettivamente dal mag. Francesco Saverio Goldlin e dal
mag. Aloisio Migy. Insieme ad essi sbarcarono il sottocapo di stato
maggiore dell’esercito col. Camillo Bonopane, con medici, chirurgi,
infermieri, materassi e medicinali per curare i feriti. I due btg
esteri e il col. Bonopane rimasero bloccati nel forte di
Castellammare fino alla sera del 29. Durante i combattimenti del 28
la fortuna continuò ad arridere agli insorti, i quali riuscirono ad
occupare l’ospedale militare, vilmente abbandonato dal comandante
borbonico. La truppa del servizio sanitario ed i malati trovarono
rifugio nel forte di Castellammare. Quel magnifico ospedale fu di
grande aiuto ai feriti garibaldini, i quali vi s’impiantarono
sùbito. Intanto, Garibaldi, stabilitosi nel palazzo Pretorio e
dichiarato sciolto il municipio, nominò pretore il duca della
Verdura, posto a capo di un consiglio civico di dodici senatori. Qui
costituì anche un governo provvisorio con segretario di Stato
Francesco Crispi.
Il giorno 29 fu il più disastroso
per i regi, soprattutto nelle prime ore. Alle 11, dopo brevi
combattimenti, abbandonarono le posizioni dei Benedettini,
dell’Annunziata e del bastione di Montalto; alle 2 p.m. gli insorti
occuparono il campanile della cattedrale, ad un tiro di fucile dal
palazzo reale, davanti il quale era accampato il grosso delle truppe
borboniche; proprio nel campanile gli insorti piazzarono dei
cecchini, colpendo molti nemici, soprattutto artiglieri. Dopo aver
ripreso l’offensiva, Garibaldi fu costretto a fermarsi a causa della
scarsità delle munizioni. Viste le sconfitte patite la mattina,
Lanza ordinò una controffensiva, incaricando il gen. Colonna di
riprendere le prime tre posizioni e al gen. Sury la cattedrale. Dopo
aspri combattimenti riuscirono a riconquistarle, ma al costo di
molti morti e moltissimi feriti, i quali non potevano essere
ricoverati perché l’ospedale era in mani nemiche; inoltre, era
impossibile anche evacuarli perché le comunicazioni col porto erano
interrotte.
La tregua
Le truppe napoletane, ammassate
tutte nei pressi del palazzo reale, cominciavano a scarseggiare di
viveri e medicinali, mentre i cadaveri in decomposizione appestavano
l’aria. Vista la precaria situazione, Lanza chiese una tregua per
sotterrare i morti ed imbarcare i feriti. Questa richiesta fu per
Garibaldi provvidenziale, dato che le provviste erano esaurite, le
armi e le munizioni scarseggiavano, i feriti abbondavano, gli aiuti
promessi dall’interno dell’isola non erano giunti. Inoltre, da un
momento all’altro sarebbe potuta piombare in città la brg di von
Mechel, formata da truppe ottimamente addestrate e decise a
battersi. L’incontro tra i generali borbonici Letizia e Chretien e
Garibaldi si svolse alle prime ore del 30 maggio a bordo del
vascello inglese Hannibal che si trovava nella rada di Palermo.
Arbitro delle trattative fu l’ammiraglio inglese Mundy. Garibaldi
concesse 24 ore di tregua per seppellire i cadaveri ed imbarcare i
feriti per inviarli a Napoli.
Il ritorno di von Mechel
Durante la notte del 30 maggio
erano giunte, nel frattempo, alle porte della città le temute truppe
di von Mechel, le quali si fermarono per preparare l’attacco. Sorto
il sole, furono avvistate dall’ufficiale telegrafico Agostino Palma
che, immediatamente, avvisò Lanza. Mechel aveva schierato le sue
truppe ad oriente della città, sul fiume Oreto. Dividendole in due
colonne, attaccò. La prima colonna, che comandava personalmente, era
costituita dal 3° btg carabinieri cacciatori esteri, da 4 cmp del 2°
btg cacciatori e da 2 cannoni, per un totale di circa 1400 uomini;
questa forza investì il ponte delle Teste, dal quale i garibaldini,
in inferiorità numerica, si ritirarono combattendo. La seconda
colonna, al comando del mag. Bosco, era formata dal 9° btg
cacciatori e dalle altre 4 cmp del 2° btg cacciatori, e fu destinata
ad attaccare sul lungomare, in zona detta della Flora, dove le
squadre di picciotti si erano fortificate in villa Giulia. Le 4 cmp
scelte del 5° rgt di linea rimasero di riserva al comando del mag.
Giovanni Marra. Superato il ponte delle Teste, Mechel puntò su Porta
Términi, dove i garibaldini si erano attestati dietro le barricate e
nelle case ai lati della larga strada che passava sotto la suddetta
porta. I borbonici attaccarono su due file radenti i palazzi,
facendo fuoco verso le finestre opposte. Al centro della strada, più
arretrati, avanzavano i due cannoni, facendo fuoco a mitraglia
contro le barricate. I soldati borbonici cadevano quasi senza vedere
il nemico; così decisero di dar fuoco ai palazzi per sbloccare la
critica situazione, riuscendo a stanare i cecchini. Le barricate di
Porta Términi furono sfondate dalle cannonate. Qui lo scontro fu
particolarmente sanguinoso; alla fine i regi riuscirono a far
ritirare i difensori, molti dei quali furono catturati. Superato
anche questo ostacolo, Mechel avanzò ancora, impossessandosi della
Fieravecchia, centro degli insorti, vicinissima al palazzo Pretorio,
quartier generale di Garibaldi. Dalla parte del mare le cose
andarono bene anche per le truppe di Bosco che riuscirono ad
espugnare villa Giulia, usufruendo dell’appoggio di un vapore
napoletano che cannoneggiò la posizione dei picciotti.
Armistizio e tradimento
Per Garibaldi la situazione era
disperata: due forti colonne nemiche erano riuscite a penetrare in
città, mentre egli scarseggiava di munizioni ed i suoi uomini
fronteggiavano le truppe schierate al palazzo reale. A salvare la
rivoluzione intervenne il comandante nemico, ten. gen. Lanza, il
quale alle 10.30 inviò due capitani di stato maggiore, Bellucci e
Nicoletti, per ordinare a von Mechel di arrestarsi e sospendere le
ostilità, poiché era in vigore un armistizio di 24 ore. Per i
memorialisti borbonici fu il suggello del tradimento di Lanza. Egli,
infatti, avrebbe potuto attaccare i garibaldini alle spalle, in
appoggio a von Mechel e Bosco; invece inviò a Garibaldi una nuova
proposta di tregua. Quest’ultimo, che già stava meditando di
ritirarsi verso le campagne, approfittò della pausa e fece
rinforzare le barricate e produrre nuove munizioni. Il 31 maggio i
rappresentanti di Lanza, gen. Giuseppe Letizia e t. col. Camillo
Bonopane, firmarono un nuovo armistizio a palazzo Pretorio,
controfirmato dal segretario di Stato Crispi, rappresentante di
Garibaldi. Questo prevedeva una tregue di tre giorni, il libero
passaggio dei viveri, l’imbarco dei feriti con le famiglie dei
soldati e lo scambio dei prigionieri.
Consiglio di Stato
La notizia dell’occupazione di
Palermo giunse a Napoli come un colpo di fulmine, provocando una
grande impressione. Il 30 maggio nella corte borbonica fu tenuto un
consiglio di Stato, al quale intervennero i conti d’Aquila, di
Trapani e di Trani, Filangieri e tutti i ministri. Francesco II
chiese a Filangieri di esprimere le sue convinzioni sui
provvedimenti da prendere per salvare la situazione. Questi
consigliò di praticare una politica estera lontana dall’Austria e
vicina alla Francia; di concedere una costituzione di tipo
napoleonico; di occupare le Marche, in accordo con Piemonte e
Francia, per togliere al Piemonte l’occasione di invaderle; di
inviare a Parigi un diplomatico per ottenere da Napoleone III le
garanzie di integrità del Regno. Messe ai voti, le proposte di
Filangieri furono votate a favore dal conte d’Aquila e da nove
ministri; a sfavore da due ministri, con tre astenuti. Il 1° giugno
ci fu nuovamente consiglio di Stato, e venne deciso di affidare a
Filangieri, Gamboa e Carafa l’incarico di formulare un progetto di
costituzione che fosse una via di mezzo tra quella napoleonica,
quella sarda e quella napoletana del 1848. Inoltre, quella mattina
erano arrivati da Palermo il gen. Giuseppe Letizia e il t. col.
Camillo Bonopane che si recarono dal Re, presentandogli una
situazione disastrosa. Spinto da ciò, Francesco II approvò
l’armistizio, che fu prorogato a tempo indefinito. Pressato,
nuovamente, dai due ufficiali che gli descrissero una città in mano
agli insorti ed inespugnabile, l’inesperiente Sovrano ordinò il
ritiro delle truppe e autorizzò le trattative per la cessione di
Palermo. Fu Filangieri ad elaborare il piano di ritirata, con
concentramento delle truppe ai Quattro Venti.
I borbonici lasciano Palermo
Il 5 giugno questi ordini furono
portati a Lanza che mandò sempre Letizia e Bonopane a trattare con
Garibaldi lo sgombero della città, in presenza degli ammiragli
inglese e francese. La capitolazione, valida per tutte le truppe
borboniche a Palermo, fu sottoscritta il 6 giugno da Letizia e
Bonopane, e controfirmata da Garibaldi.
Giorno 8 fu ordinato alle truppe
borboniche di ritirarsi ai Quattro Venti e al molo per l’imbarco. La
reazione degli ufficiali più valorosi, quali Mechel, Bosco e Marulli,
fu terribile. Molti ruppero la sciabola ed inveirono contro Lanza;
altri disertarono. La truppa si sentì tradita dai loro capi, e
numerose furono le diserzioni anche fra di essa.
I circa 20000 soldati napoletani,
armati ed equipaggiati di tutto punto, cominciarono ad essere
evacuati via mare. Un giorno Lanza passò in rivista lo schieramento
di truppe che si stavano imbarcando, e un fante del 7° di linea gli
disse: "Eccellenza, vedete quanti siamo? E fuggiamo via!?". Lanza
gli rispose: "Zitto ubriaco", e si affrettò ad andare via, che già i
soldati lo guardavano di bieco.
Il 19 giugno si imbarcarono le
ultime truppe napoletane, insieme a Lanza e al suo stato maggiore.
Giunti a Napoli, questi ultimi furono arrestati e portati a Ischia
per ordine del Re, il quale, nel frattempo, si era reso conto del
tradimento. Il processo, però, non fu mai celebrato, a causa degli
avvenimenti successivi.
Durante i combattimenti di
Palermo, svoltisi tra il 27 e il 30 maggio, i napoletani ebbero le
seguenti perdite: caduti 4 ufficiali e 204 tra sottufficiali e
soldati; 562 feriti. La sproporzione tra le perdite degli ufficiali
e quelle della truppa portò Garibaldi ad esprimere un’arguta
osservazione: in Sicilia aveva combattuto contro un esercito senza
generali. Le perdite dei garibaldini furono di 30 caduti ed una
settantina di feriti. Quelle degli insorti non furono conteggiate,
ma probabilmente non furono inferiori a 600 tra morti e feriti. Più
o meno lo stesso numero furono le vittime tra la popolazione civile.
Il combattimento di Catania
Palermo era in mano ai
garibaldini, mentre nel resto della Sicilia le truppe napoletane si
ritiravano verso oriente, e le province abbandonate riconoscevano il
governo dittatoriale di Garibaldi. In provincia di Catania si era
attivato il modenese Nicola Fabrizi che, coadiuvato dal patriota
catanese Giuseppe Poulet e riunite alcune centinaia di rivoltosi a
Mascalucia (fra i quali molti minatori di zolfo dell’Etna), il 31
maggio attaccò Catania, difesa da una brigata al comando del gen.
Tommaso Clary, di antiche origini francesi (un suo antenato era
sceso a Napoli nel XIII secolo a seguito di Carlo d’Angiò), nato a
Monreale nel 1809 da una famiglia di militari di Sora. La brigata
era composta dal 5° btg cacciatori del t. col. Giuseppe Ruiz de
Ballestreros, da 8 cmp del 15° rgt di linea "Messapia" guidate dal
t. col. Antonio Marquez, da un btg del 1° rgt lancieri (mag. Michele
Pollio), da un btg del 2° rgt lancieri (mag. Pasquale Capasso),
dalle btr n° 8 (cap. Antonio Carrascosa) e 13 (cap. Francesco De
Blasio) con 12 obici. Fuori Catania, sul Simeto, era accampata la
colonna mobile del brig. Gaetano Afan de Rivera, proveniente da
Girgenti e in fase di ritirata verso Messina.
I rivoltosi riuscirono a penetrare
dentro la città, scatenando aspri combattimenti alla Porta d’Aci, ai
Quattro Cantoni e a piazza Duomo; ma furono respinti dal
contrattacco guidato dal t. col. Ruiz de Ballestreros che, dopo
sette ore di combattimenti e al prezzo di 180 morti e feriti tra i
soldati, riuscì a scacciare e disperdere gli insorti. Molto del
merito di quella giornata fu della sezione di obici comandata dal
giovanissimo tenente (18 anni) Achille Afan de Rivera che, schierato
in piazza Duomo, decimò le file nemiche avanzanti verso il centro
cittadino, riportando una ferita alla gamba destra e ricevendo come
premio al valore la croce di diritto di S. Giorgio. La colonna
mobile schierata fuori città non intervenne per l’insipienza del suo
comandante, il brig. Gaetano Afan de Rivera, preludio delle
inettitudini che avrebbe commesso sul Volturno al comando di una
divisione. Clary, invece, fu decorato e promosso maresciallo per i
fatti di Catania. Il 3 giugno dal comando di Palermo arrivò l’ordine
di ritirata su Messina, vanificando la vittoria ottenuta a Catania.
Ritiratosi con le sue truppe sulla città dello stretto, Clary vi
trovò la nomina a comandante della divisione che in loco si stava
formando, allo scopo di contrattaccare e riconquistare la parte
dell’isola in mano a garibaldini ed insorti. Oltre Messina,
rimanevano in mano borbonica anche le piazzeforti di Siracusa,
Augusta e Milazzo.