MALEDETTI   SAVOIA 

    IL  LIBRO DI  " LORENZO  DEL  BOCA " 

CHE  DA' UN ALTRA  SPALLATA  ALLE  MENZOGNE  FATTE CIRCOLARE SINO AD OGGI SU DOVE  AVVENNE REALMENTE L'UNITA'  D'ITALIA

 

              

                 "Un ritratto impietoso e scrupolosamente storico."

La Stampa

"Un libro provocatorio che, tra aneddoti e curiosi retroscena, denuncia falsità e meschinerie di una pagina fondamentale della nostra storia."

Il Messaggero

L’Unità d’Italia è stata un’annessione forzata. L’Incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II° è un falso storico.

Molti dei Padri della Patria sono stati politici corrotti, ufficiali mestatori, traffichini di regime, burocrati inefficienti e magistrati faziosi.

Il vero Risorgimento assomiglia ben poco a quello che ci hanno raccontato.

Lorenzo Del Boca, Laureato in filosofia, giornalista, ha iniziato la sua carriera professionale nel 1972 a Novara.

È stato capocronista di "Stampa Sera" e inviato speciale de "La Stampa".

Dal 1996 è presidente della Federazione Nazionale dei giornalisti.

Per Piemme ha pubblicato anche Il dito dell’anarchico. Storia dell’uomo che sognava di uccidere Mussolini (2000).

 

 

              

 

 

                            Un falso storico: l’incontro di Teano

 

Il pittore Pietro Aldi fece del suo meglio. Sulla parete del municipio di Siena lasciò correre colori e penne.!li con disinvolta maestria in modo da fissare sul muro l’immagine dell’incontro di Teano fra Vittorio Emanuele TI e Garibaldi. Il re, in viaggio da Torino verso quel Sud che doveva diventare di sua proprietà, e il Generalissimo che, venendo in senso contrario, marciava verso Nord, ebbero modo di incrociare i rispettivi sguardi e formularsi i reciproci saluti.

                        Uno spettacolare falso d’autore.

Vittorio Emanuele Emanuele II°, con una stazza abbondantemente sopra i cento chili e il sedere esuberante per ampiezza quanto la grancassa di un tamburo, non era un soggetto facile nemmeno per l’arte, avvezza agli aggiustamenti dei pittori di regime. Come non svilire la grandiosità dell’avvenimento con l’immagine di un sovrano sgraziato, già curvo sulle spalle, goffo in sella, più largo che lungo?

Pietro Aldi se la cavò cercando nella pinacoteca del palazzo, fra i ritratti dei sovrani: trovò il padre di Vittorio, Carlo Alberto, anche lui a cavallo ma più fiero e filiforme, gambe lunghe e ben appoggiate sulle staffe, schiena dritta e secco quanto un chiodo. Sopra un busto così ben fatto, fu sufficiente calare testa, barba e baffi di Vittorio Emanuele. Un’operazione analoga a quella dei moderni fotomontaggi. Anche nei confronti di Garibaldi non mancò un pizzico di garbo. Quella mattina il "primo" dei Mille aveva dei fastidi con l’artrite cervicale. L’avventura è bella ma lascia dei segni sulla pelle e nelle ossa. Quando il collo gli doleva in quel modo, il Generalissimo si proteggeva con strati di sciarpe, si annodava un fazzoletto sul collo e poi copriva il tutto calzando una specie di papalina di lana. Le sciarpe colorate facevano molto Sud America e confortavano la sua immagine di eroe dei due mondi. La papalina poteva essere una bizzarria tollerata e persino simpatica su un personaggio stravagante e anticonformista come lui. Ma, certo, un foulard come quello delle massaie che andavano al mercato per la spesa del giorno, avrebbe compromesso il mito dell’invincibile. Meglio indugiare sui riccioli biondi lasciati cadere senza riguardo e poca cura come accade per gli eroi bohémien. Perciò l’autore dell’affresco preferì proporre l’immagine di un Garibaldi esuberante con il cappelletto fra le dita di una mano alzata nell’entusiasmo del saluto sopra la testa nuda. L’inestetico fazzoletto a scacchettoni, steso fra orecchio e orecchio, fu sostituito con un improbabile mantello turchese che, con abbondanza di pieghettatura, scendeva fino quasi a lambire la coda del cavallo. Bugiardo, ancorché accreditato dalla compiacente reticenza dei testimoni, fu il resoconto scritto che venne dato all’episodio. Si disse che accadde a Teano e qualcuno è disposto a credere che avvenne dove adesso è stato sistemato l’autogrill, al bordo dell’autostrada, perché l’ingresso è abbellito da un gigantesco mosaico che ricorda l’episodio. I più avveduti sanno che c’è un cartello di lamiera alto due palmi davanti al ponte di San Nicola, alla periferia del paese, verso Caianello, che assicura: "luogo dello storico incontro". Lettere minuscole, ogni tanto soffocate dalla ruggine del tempo che, da decenni, tenta di cancellarle. Appena dietro, il monumento. Ma non ci sono cavalli e nemmeno cavalieri, nessun gruppo armato né festoni di bandiere. Non c’è, insomma, un’allegoria degna del fatto. Chi voleva celebrare l’Unità d’Italia fece costruire un recinto e lo protesse con una ringhiera di ferro battuto. Dentro: quattro scalini e una colonna di cemento. Sopra il tutto c’era — una volta — un capitello che offriva sostegno a una specie di ampolla con le zolle delle 19 regioni italiane degli anni Sessanta. C’era, perché adesso non c’è più. Qualcuno ha rubato quel simbolo della storia e nessuno si è preoccupato di sostituirlo. In compenso la fiera del paese è stata battezzata "tricolore"; L’ "Incontro" ora è un caseificio dove compare "produzione propria di mozzarelle di bufala" e Garibaldi è la piazza, la via principale e una mezza dozzina di negozi.

Secondo i resoconti, il re trotterellava su un cavallo arabo storno che, quella mattina, doveva avere la luna di traverso perché scartava volentieri sulla destra. Era accompagnato da un seguito di ufficiali, ciambellani, servitori: «Tutta gente avversa a Garibaldi, a codesto plebeo donatore di regni». L’eroe dei due mondi, invece, stava con Missori, Canzio e pochi altri fra cui i memorialisti — non certo imparziali — Alberto Mario e Cesare Abba. Doveva essere il 26 ottobre 1860: l’autunno si faceva già sentire in modo assai pungente a giudicare dall’umidità dell’aria.

Il cantautore Bruno Lauzi, cent’anni dopo, se la sbrigò con una battuta destinata ad accompagnare il ritmo di una cantilena orecchiabile: «Arrivarono a Teano / e si strinsero la mano».

I contemporanei abbondarono in particolari. Raccontarono che questi due eroi dell’Unità d’Italia si scambiarono frasi di affettuosa amicizia, quasi abbracciandosi e, dunque, mettendo i loro cavalli nella condizione di abbracciarsi anche loro.

«Saluto il primo re d’Italia». «E io saluto il mio migliore amico».

Si lasciò credere che i due si fossero messi in marcia, al passo, spalla a spalla, in modo da poter intrattenere qualche brano di amabile conversazione. In fondo, non dovevano far difetto gli argomenti. Dietro, alle prese con analoghe chiacchiere, sorridenti e solidali, i generali inamidati dello Stato Maggiore piemontese e gli sbrindellati colonnelli dell’esercito dei volontari. Sorrisi? Pacche sulle spalle? Complimenti per le coraggiose imprese di guerra? Che succede a Torino? E com’è questo Sud?

La realtà è diversa, a cominciare dal luogo che, ormai, a giudizio quasi unanime degli storici, sembra fosse Vairano. Pochi chilometri in linea d’aria, se vogliamo, buoni per qualche pretesa di campanile, eppure indicativi della superficialità con cui è stata trattata la storia recente. Fu una scena goffa e impacciata.

La pronipote dell’eroe dei due mondi, Ana Maria de Jesus, figlia di Ricciotti Garibaldi e di Costanza, sostiene che in famiglia la spiegavano così: «Il bisnonno e il re si incontrarono a Vairano. 11 bisnonno a Teano non ci è andato proprio, nemmeno a dormire. Aveva passato la notte alla taverna Catena di Vairano, si era alzato presto e, invece di partire, aveva deciso di aspettare Vittorio Emanuele. Quando arrivò, il bisnonno non scese da cavallo e gli disse: "Maestà, vi porto l’Italia". Per la verità lo disse in francese perché lui era di Nizza e nel regno sabaudo l’italiano era poco comune. Dunque: "Majesté, je vous remets l’Italie". Insieme si diressero verso sud».

Secondo alcuni, Vittorio Emanuele non andò oltre uno striminzito: «Grazie». Dopo qualche centinaio di metri — racconta Alberto Mario — piemontesi e garibaldini che si erano mescolati «si separarono, ciascuna parte respinta al proprio centro di gravità: in una riga le camicie rosse e nell’altra e parallela superbe assise lucenti d’oro, d’argento, di croci e di gran cordoni». Qualche gruppo di contadini meridionali accennò a un applauso: «Viva Galibardo... Viva... Viva Galibardo» e guardavano verso il re perché ritenevano che il più popolare fosse anche il meglio vestito.

Il monarca si preparava a entrare a Napoli con due uomini che detestavano il Generalissimo, il quale, naturalmente, ricambiava analoghi sentimenti: Luigi Farmi, destinato a diventare il luogotenente del regno delle due Sicilie, e Manfredo Fanti, ministro della Guerra, deciso a liquidare i volontari per difendere le prerogative dell’esercito regolare.

L’aria del mattino era così rigida da lasciar intendere un arrivo anticipato della brutta stagione. Niente, tuttavia, al confronto con il clima politico che dovette apparire addirittura gelido, avvelenato dai sospetti, turbato dalla diffidenza e reso inquieto da equivoci la maggior parte dei quali coltivati di proposito per poter intorbidare le acque in modo da pescarvi comodamente. La politica, a Torino, era quanto mai doppia: oscillava, a seconda dei casi, tra liberalismo e reazione, tra gesuiti e carbonari, tra Austria e Francia, macerata com’era da ambizioni territoriali e paura della repubblica.

Garibaldi chiese al re l’onore di partecipare con i suoi uomini all’assalto delle ultime postazioni borboniche, ma Vittorio Emanuele rifiutò seccamente dicendo che i volontari dovevano essere molto stanchi e bisognosi di riposo. In realtà, voleva una vittoria da esibire a buon mercato, ma tutta sua.

Non si dissero altro. Il re invitò Garibaldi a colazione e questi rispose, mentendo, che aveva già mangiato e si congedò. La memorialistica, infatti, volle precisare che, quattro chilometri più in là, si fermò davanti alla chiesetta di un villaggio, chiese del pane e lo masticò seduto su uno scalino con gli altri suoi luogotenenti intorno: facce lunghe e zitti perché nessuno aveva il coraggio di parlare. Verso sera il Generalissimo si lasciò andare a un commento sconsolato con Jessie White Mario: «Ci hanno messo alla coda». Adesso che non servivano più, i volontari erano in liquidazione. E non venne risparmiato loro il segno esteriore del disprezzo. Si doveva fare una grandiosa parata; il generale Sirtori pregò il generale Della Rocca di far partecipare anche le camicie rosse ma, con una faccia tosta degna di miglior causa, quello rispose che non gli pareva opportuno, in una cerimonia tanto solenne, allineare soldati male in arnese. Straccioni, stanchi per una campagna che aveva strabiliato le diplomazie del mondo e stupito i loro comandi militari. I signori ufficiali — fu la decisione — avrebbero potuto partecipare e sarebbero stati i benvenuti. Però la truppa era meglio lasciarla acquartierata negli accampamenti. Naturalmente gli ufficiali non andarono alla parata senza i loro uomini.

Il bombardamento di Capua cominciò il 1° novembre e fece più vittime fra la popolazione civile che fra le milizie. I giornali strombazzarono il successo come se fosse stata la pagina più coraggiosa del secolo. Garibaldi non trattenne un singulto di ironia: «Povero re che cosa gli fanno  fare».

i volotari vennero sciolti: potevano entrare nell'esercito nazionale e restarci due anni oppure andarsene con un mese di soldo. Uguale trattamento per gli ufficiali, che avrebbero ricevuto la paga di sei mesi ma solo dopo che un’apposita commissione avesse valutato il loro lavoro e terminato il cosiddetto "spurgo". Parola orrenda e addirittura ingiuriosa se rivolta a quei valorosi. I gallonati d’accademia intendevano sostenere che i comandanti in camicia rossa avevano ottenuto nomine con eccessiva facilità e senza la regolamentare anzianità. I 7.000 graduati divennero 2.000 e pochissimi conservarono il grado. Contemporaneamente, senza esami e con poca attenzione, entrarono nei ranghi dello Stato Maggiore la gran parte degli ex comandanti borbonici, come riconoscimento per il contributo fondamentale assicurato alla causa unitaria quando scappavano invece di combattere.

Nel Meridione era cominciato il governo piemontese. Il barone Bettino Ricasoli non si trattenne dal protestare: «La stupida pedanteria e la laida burocrazia piemontese ci costringeranno a una nuova rivoluzione per rigettarne quel giogo che mi è più antipatico di quello che mi fu l’austriaco. Non vogliono capire che noi vogliamo essere italiani e avere un’anima italiana e non automi alla maniera loro».

L’eroe dei due mondi non volle ricompense per la sua impresa. Prese quattro pacchi di maccheroni e si imbarcò su un vapore diretto a Caprera. Restarono gli altri e, senza troppe preoccupazioni, cominciarono a spartirsi quello che lui aveva conquistato e lasciato.

I tesori requisiti in Sicilia e a Napoli erano ingenti, ma gli appetiti dei profittatori erano  più grandi. I Borboni abbandonarono tutto nelle loro banche e nei loro possedimenti: i Savoia ne fecero piazza pulita.

Ma, allora, chi erano questi piemontesi d’assalto?

E chi era Vittorio Emanuele II° ?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                   

    

                                    

            LO  SCRITTORE  LORENZO  DEL  BOCA