REGNO DELLE DUE SICILIE - ULTIMO ATTO – 1860

 

MILAZZO - LA DISFATTA CALABRA

 

 

M I L A Z Z O

Il governo di Garibaldi

Ora che aveva conquistato Palermo e buona parte della Sicilia, Garibaldi doveva pensare a governarla; così costituì il governo dittatoriale, con Francesco Crispi segretario di Stato e ministro degli interni, Vincenzo Giordano Orsini alla guerra, il prete Gregorio Ugdulena ai culti, Domenico Peranni (ex ministro borbonico) alle finanze, Giovanni Raffaele ai lavori pubblici, Casimiro Pisani agli esteri.

La questione contadina

Il governo Garibaldi promosse qualche riforma, quale l’abolizione del dazio sul macinato e la distribuzione delle terre comunali ai contadini nullatenenti (legge borbonica già in vigore, ma in pratica inapplicata per il boicottaggio dell’aristocrazia siciliana), ma non volle affrontare in pieno la questione sociale, poiché avrebbe rischiato di perdere l’appoggio di Torino, dell’aristocrazia e dell’alta borghesia meridionali, le quali avevano prontamente abbandonato il Borbone per diventare filopiemontesi, in modo da conservare terre e privilegi. La stessa legge sulla distribuzione delle terre demaniali non poteva essere applicata a breve scadenza, dato che era ancora in corso la guerra.

Il principale provvedimento preso dal governo Garibaldi, la leva di massa, fallì. Furono solo 10000 circa i siciliani che militarono nelle squadre di picciotti, e di questi, pochi seguirono Garibaldi in continente. Fra i picciotti alcuni erano proprietari terrieri filopiemontesi con i loro campieri, ma tanti altri erano contadini che dalla caduta del regime borbonico speravano in una vera riforma agraria e nel miglioramento delle loro tristi condizioni di vita; e molti contadini la terra cercarono di acquisirla sùbito; infatti, ritiratosi l’esercito napoletano, in vari comuni essi si avventarono, a questo scopo, contro i proprietari. Furono consumati molti massacri e atrocità. Il più grave episodio avvenne a Bronte, paese sull’Etna, dove il 2 agosto l’avvocato Nicola Lombardo, comandante della locale Guardia Nazionale, guidò una rivolta contadina contro i proprietari terrieri; nobili, borghesi, preti, poliziotti, campieri e le loro famiglie furono orribilmente massacrati. I braccianti, vessati per secoli, scatenarono la loro rabbia contro quel vecchio mondo che in Sicilia aveva ancora saldamente il comando. Ma questi poveri e feroci contadini non ebbero il tempo di dividersi le terre. Inviato dal governo dittatoriale, giungeva Nino Bixio con due battaglioni di camice rosse che soffocava la rivolta con la sua consueta spietatezza: cinque fucilati sul posto, fra cui l’avvocato Lombardo, e centinaia di arrestati. Questo episodio cruento decretò la fine delle speranze contadine e la consapevolezza che il programma unitario piemontese non contemplava la partecipazione popolare, dato che il prezzo da pagare per la classe dirigente sarebbe stato, in quel caso, troppo alto.

 

Tentativi di annessione

Le vittorie garibaldine, intanto, avevano sorpreso e preoccupato Cavour, il quale aveva inviato a Palermo il fido La Farina, col còmpito di raccogliere le forze dei moderati isolani per un’immediata annessione della Sicilia al Regno sabaudo. La Farina entrò sùbito in contrasto con Garibaldi, che non voleva sentir parlare di annessione prima della fine della guerra, e col segretario di Stato Crispi. Lo scontro fu così duro che il 6 luglio La Farina fu arrestato ed espulso dall’isola. Lo sostituì Agostino Depretis che, più cauto, si conquistò la fiducia di Garibaldi e fu nominato pro-dittatore.

La costituzione

Nel frattempo a Napoli Francesco II era sempre più in difficoltà. Decise di chiedere aiuto alle potenze straniere e, mentre Russia, Austria e Prussia si limitarono a dure proteste rivolte al governo di Torino, Napoleone III si offrì come mediatore e diede alcuni consigli al giovane Re: concessione della costituzione, autonomia alla Sicilia, accordo col Piemonte.

Così, appoggiato anche da Maria Sofia, il 25 giugno 1860 Francesco promulgò la costituzione che prevedeva un’amnistìa generale per tutti i reati politici, la formazione di un nuovo ministero, un accordo col re di Sardegna Vittorio Emanuele II, l’adozione del tricolore italiano (ma con lo stemma borbonico al centro) come bandiera nazionale, l’autonomia alla Sicilia sotto un viceré della Real Casa Borbone.

Questa forzata costituzione, però, non entusiasmò nessuno: i reazionari non la concepivano, mentre i liberali e i democratici attendevano solo l’arrivo di Garibaldi.

Il governo costituzionale 

Comunque sia, la costituzione entrò in vigore il 1° luglio, e Francesco convocò il parlamento per il 10 settembre successivo, dopo le elezioni; poi formò il nuovo governo, affidandolo al commendatore Antonio Spinelli, principe di Scaléa; Giacomo De Martino fu nominato ministro per gli Affari Esteri;

Gregorio Morelli per la Giustizia;

Giovanni Manna per le Finanze;

Federigo Del Re per l’Interno e la Polizia Generale;

il maresciallo Giosué Ritucci per la Guerra;

il vice ammiraglio Francesco Saverio Garofalo per la Marina;

il marchese Augusto Lagreca per i lavori pubblici;

l’avvocato Liborio Romano prefetto di polizia.

Ai ministeri chiave, quello degli interni e quello della guerra, avvennero quasi sùbito due decisivi avvicendamenti: al primo subentrò don Liborio Romano (*), al secondo il gen. Giuseppe Salvatore Pianell.

-(*) Romano, conosciuto come don Liborio, era originario della Terra d’Otranto; professore di diritto civile e commerciale, nonché abile avvocato, aveva un passato di liberale che aveva pagato con un lungo esilio in Francia. Era un uomo di pochi scrupoli, e non disdegnò di affidarsi alla camorra per mantenere l’ordine nella capitale, dove, nel frattempo, erano scoppiati violenti tumulti fra reazionari e liberali, con cruenti assalti di turbe inferocite ai commissariati, tanto che il comandante della piazza, gen. Emanuele Caracciolo duca di S. Vito, fu costretto a proclamare lo stato d’assedio. Pianell, palermitano di 42 anni, era uno dei più giovani generali fra la decrepita alta gerarchia napoletana e, prima di essere chiamato al governo, comandava le truppe mobili negli Abruzzi. Aveva partecipato alle due fasi della campagna di Sicilia del 1848-49 al comando del 1° btg cacciatori, riportando due ferite, una a Palermo e l’altra a Catania, e ricevendo, a riconoscimento del valore dimostrato, la croce di S. Ferdinando e la croce di ufficiale di S. Giorgio. A soli 32 anni era stato promosso colonnello, il più giovane dell’esercito napoletano, e posto al comando del 1° rgt di linea. Intelligente e di grande freddezza, Pianell, nominato ministro della Guerra, aveva già scelto di abbandonare la causa borbonica per abbracciare quella annessionista, operando, però, con molta prudenza ed ambiguità, e raggiungendo incolume l’obiettivo di smantellare il Real Esercito Borbonico.

Dei nuovi ministri, la maggior forza morale era quella del presidente del consiglio Antonio Spinelli, 75 anni, vissuto dodici anni fuori dalla vita pubblica, dopo essere arrivato a coprire la carica di ministro di Agricoltura e Commercio. Era uomo di forte carattere e di grande dirittura d’animo. Liberale e costituzionale convinto, accettando quel gravoso incarico sperava di salvare il Regno di Napoli, confederato col Piemonte. Il giorno in cui Francesco II abbandonò Napoli, Spinelli si ritirò dignitosamente, rifiutando incarichi ed onori dal nuovo regime.

Il nuovo governo, invece di indirizzare tutte le energìe verso la difesa militare del Regno, si impegnò nelle riforme e nella sostituzione di tutti quei funzionari troppo compromessi con i passati governi borbonici. Era un governo senza forza, mancante della fiducia del Re, contrastato dai liberali e dagli unitari, temuto ed odiato dai reazionari. Il risultato fu il caos, l’anarchìa e lo sfacelo delle istituzioni, delle forze armate e della polizia. Nelle provincie regnava, forse, maggior disordine che nella capitale; la maggior parte dei vecchi funzionari era stata sostituita ed i nuovi, timorosi dei veloci e turbolenti cambiamenti, cercavano di non sbilanciarsi, intervenendo sempre con poca energìa ed in modo ambiguo, anche in caso di gravi disordini e di sfacciate disobbedienze della legge. Lo Stato borbonico era, ormai, in decomposizione.

Un provvedimento importante di questo governo fu la costituzione della Guardia Nazionale che, alla metà di luglio, contava già 10.000 uomini. Questa milizia, formata da dodici battaglioni al comando del prìncipe d’Ischitella, aveva come còmpito principale il mantenimento dell’ordine pubblico, e dipendeva dal ministero dell’Interno, cioè da Liborio Romano. Sorto in fretta e furia, questo corpo mancava di disciplina e di armi, e si dimostrò incapace a svolgere i suoi còmpiti.

L’alleanza Napoli-Torino

In quei giorni Francesco subì un duro colpo; il 17 luglio la prima personalità importante fuggiva dalla pericolante corte borbonica: il gen. Alessandro Nunziante, duca di Mignano, consigliere militare del Re, dava le dimissioni, lanciava un proclama al Corpo dei Cacciatori che incitava a non usare le armi contro i garibaldini, dopodiché fuggiva in Svizzera. Lasciarono la corte di Napoli anche la regina madre Maria Teresa con i figli, i suoi consiglieri, i ministri deposti e vari funzionari della vecchia polizia (disciolta dal ministro Romano e sostituita con uomini della camorra) che, impauriti dai tumulti e contrariati dalla concessione della costituzione, andavano a rifugiarsi nella fortezza di Gaeta.

Francesco, abbandonato dalla famiglia reale e dalla vecchia guardia politica, e con in casa un governo di simpatie liberali, tentava ugualmente di salvare il Regno, inviando i suoi diplomatici a Torino, Parigi e Londra, a porre le basi per un accordo fra Napoli e Torino. I punti proposti da Francesco furono i seguenti: alleanza militare, lega doganale, unità di sistema monetario, convenzione sul servizio postale, unificazione della rete ferroviaria e riconoscimento delle annessioni al Piemonte. Probabilmente, se queste proposte fossero state presentate prima avrebbero salvato il Regno delle Due Sicilie; ma ormai era troppo tardi. Gli avvenimenti progredivano velocemente, e lo scaltro Cavour guadagnava tempo rispondendo che avrebbe voluto sentire il parere del parlamento napoletano sulle proposte, allo scopo di poter sfruttare altre eventuali clamorose vittorie di Garibaldi, mentre i suoi agenti già operavano a Napoli, corrompendo ministri e generali borbonici.

A questo punto, per Francesco, non restava che vincere i nemici sul campo di battaglia. Così ordinò al gen. Clary, che aveva sotto i suoi ordini a Messina 21500 uomini (altri 2500 erano tra Augusta e Siracusa), di organizzare l’offensiva.

L’Esercito Meridionale

A Palermo, intanto, Garibaldi costituiva l’Esercito Meridionale, che cresceva giorno per giorno, grazie soprattutto ai contingenti organizzati dal medico e patriota milanese Agostino Bertani che aveva la sua base a Genova. Da qui, con l’appoggio del governo piemontese, sarebbero partite ben ventuno spedizioni. Nell’Esercito Meridionale si arruolavano anche molti stranieri che avevano abbracciato la causa della libertà, fra i quali il t. col. inglese John William Dunne che aveva organizzato un battaglione con 400 siciliani ed una quarantina di suoi connazionali..

Il 10 giugno arrivò a Palermo il gen. Giacomo Médici, patriota milanese, eroico difensore della Repubblica Romana nel ‘49 e réduce della guerra del ‘59; ufficiale di grande personalità, era l’unico che si permetteva di dare del tu a Garibaldi. Al suo séguito c’erano 2500 volontari, 8000 moderne carabine, numerose munizioni e vestiario.

L’Esercito Meridionale fu diviso in quattro brigate: una, al comando di La Masa e formata in maggioranza da siciliani, rimaneva a presidiare Palermo; quella al comando dell’ungherese Turr si dirigeva verso il centro dell’isola, per Caltanissetta e Castrogiovanni (attuale Enna); quella al comando di Bixio andava verso sud, per prendere Girgenti (attuale Agrigento); l’ultima brigata, al comando di Médici, costituita dal 1° rgt del col. Francesco Simonetta e dal 2° rgt del col. Vincenzo Malenchini, per circa 3000 uomini, percorreva la litoranea tirrenica con direzione Messina. Dunque, tre colonne di garibaldini, per un totale di circa 6500 uomini, si apprestavano ad affrontare un nemico forte di 24000 soldati ben armati che presidiavano ancora quattro fortezze.

Il colonnello Bosco

Dalla parte opposta il mar. Clary tentennava, influenzato dalle ambigue direttive del governo costituzionale, il quale ordinava di non attaccare i garibaldini e limitarsi alla difesa, poiché erano in corso trattative tra Napoli e Torino per un’alleanza; così, invece di scagliare le sue cospicue forze contro la brg Médici, decise di inviare solo una brigata, al comando di Bosco, con l’obiettivo di rinforzare il presidio di Milazzo e bloccare la litoranea con dei distaccamenti da disporre a Spadafora e al trivio d’Archi. Bosco si sarebbe dimostrato un temibile e valoroso avversario per Garibaldi, e fu, probabilmente, il migliore ufficiale di fanteria borbonico in tutta la campagna del 1860-61.

Nato nel 1813 a Palermo, da nobile famiglia siracusana, Ferdinando Beneventano del Bosco si era presto trasferito a Napoli, dove aveva frequentato il collegio militare della Nunziatella, uscendo col grado di 2° tenente dei granatieri della guardia. Il suo carattere aggressivo e polemico gli comportò vari problemi nella carriera e gli provocò alcuni duelli. Col grado di capitano partecipò valorosamente alla campagna di Sicilia del 1848-49 contro gli insorti siciliani. Fu ferito durante l’assedio di Messina e fu decorato dal re Ferdinando II per i coraggiosi assalti di Taormina e di Catania (medaglia d’oro di 1^ classe e onorificenze di S. Ferdinando e di S. Giorgio). Il suo ambiente preferito era la caserma, dove aveva grande cura dei suoi soldati, tanto che il suo atteggiamento fu giudicato troppo generoso. Malvisto dai superiori per il suo carattere collerico ed orgoglioso, era idolatrato dai suoi sottoposti, i quali ne ebbero sempre cieca fiducia. Nel 1858 fu promosso maggiore e posto al comando del 9° btg cacciatori di stanza a Monreale. Con questo ottimo reparto affrontò i combattimenti di Parco, Corleone e Palermo che gli valsero la promozione a colonnello, ottenuta il 10 giugno.

Le forze borboniche

Il 13 luglio 1860, al comando di una brigata di circa 4000 uomini, comprendente i battaglioni cacciatori 1°, 8° e 9°, uno squadrone di cacciatori a cavallo, un plotone di 40 pionieri, la btr n° 13 con 8 òbici da 120 millimetri ed un distaccamento di compagni d’armi, Bosco usciva da Messina in direzione di Milazzo. Giunto a Spadafora, a metà strada fra Messina e Milazzo, lasciò di presidio quattro compagnie dell’8° btg (circa 600 uomini), proseguendo col resto dei reparti e giungendo a Milazzo la sera del 15 luglio. Questa cittadina è posta ai piedi di un promontorio che è il principio di uno stretto istmo, il quale si allunga verso nord per quasi cinque chilometri. Sopra Milazzo c’è un forte che, in quei giorni, era presidiato dalle 8 cmp fucilieri del 1° rgt di linea Re del col. Raffaele Pironti che, essendo più anziano di Bosco, non volle porsi ai suoi ordini. Fra la brg di Bosco e la guarnigione del forte, a Milazzo c’erano circa 4600 soldati borbonici.

Gli schieramenti

Appena giunto a Milazzo, Bosco schierò gli avamposti. Il più consistente fu posto al trivio d’Archi, borgata in cui s’incontravano le strade provenienti da Messina, Barcellona e Milazzo. L’avamposto, al comando del mag. Alessandro Maringh, era costituito dalle restanti quattro cmp dell’8° cacciatori, da due òbici e da 25 cacciatori a cavallo.

Dalla parte opposta Medici aveva occupato Barcellona. Qui si era unito al 2° rgt di Malenchini un btg di siciliani, inquadrato da ufficiali borbonici disertori. Dopo un paio di giorni di riposo, Medici schierò i suoi uomini sul triangolo Merì-S. Lucia del Mela-Corriolo. Quest’ultima frazione era l’avamposto, vicinissimo al trivio d’Archi, e fu rinforzato da barricate, e presidiato dal 1° rgt, formato da lombardi al comando del col. Simonetta, il quale disponeva di due piccoli cannoni.

Archi e Corriolo Avuta notizia della presenza dei napoletani, la mattina del 17 luglio Medici inviò in ricognizione 250 uomini del 1° rgt, i quali furono respinti dai cacciatori di Maringh, lasciando qualche caduto e 25 prigionieri. Nel pomeriggio Medici riunì il 1° e il 2° rgt per conquistare l’avamposto di Archi; ma, nel frattempo, vistosi in netta inferiorità numerica, Maringh si era ritirato a Milazzo. Irritato per questa ritirata d’iniziativa, Bosco mise agli arresti Maringh ed inviò contro Medici il t. col. Giovanni Marra con 6 compagnie del 1° btg cacciatori, 4 òbici e 25 cacciatori a cavallo. Lo scontro avvenne tra le case di Corriolo, occupate dai garibaldini, e fu sanguinoso per ambo le parti; i cacciatori napoletani, avanzando coraggiosamente sotto il fitto fuoco delle camice rosse, espugnarono casa per casa e, dopo un duro scontro all’arma bianca, scacciarono il nemico dal villaggio. Medici, allora, riorganizzò tutte le sue forze per un nuovo attacco, mentre, la notte, giunse in rinforzo Bosco, con qualche centinaio di cacciatori; vista, però, la superiorità numerica dei garibaldini, ritirò tutte le sue forze dentro Milazzo.

Clary il titubanteMentre in Sicilia si combatteva, a Torino e a Napoli si discuteva sulla lega italica che si sarebbe dovuta formare fra i due Regni. Di conseguenza il governo di Napoli inviava a Clary disposizioni improntate sulla cautela e la prudenza. Egli, però, aveva ricevuto anche la richiesta di aiuto di Bosco che gli chiedeva di attaccare la brg Medici alle spalle, mentre lui si sarebbe attestato sull’istmo di Milazzo, dando battaglia. Ma Clary, confuso dalle ambigue disposizioni governative, non intraprese alcuna azione. La sera del 18 giunse via mare Garibaldi con il rgt del col. Clemente Corte, 2000 uomini appena giunti da Genova. Con lui c’era anche il col. Enrico Cosenz, quarantenne di Gaeta, ex ufficiale borbonico, combattente a Venezia nel ‘49 e in Lombardia nel ‘59; ma la sua brigata, però, stava ancora percorrendo la litoranea tirrenica. Garibaldi, ora forte di oltre 5000 uomini, decise l’attacco per l’alba del 20 luglio.

La linea di resistenza napoletana

Bosco, intanto, si preparava allo scontro. Divise l’artiglieria in quattro sezioni: una alla spiaggia presso S. Giovanni; una seconda a Casa Unnazzo; una terza al ponte delle Grotte; la quarta sulla strada maestra destinata a proteggere i mulini. Tutti i pezzi erano posizionati in modo da poter effettuare un tiro incrociato sull’attaccante. Alcuni cacciatori furono schierati all’estremo nord, sulla spiaggia di Capo Milazzo, per respingere un eventuale sbarco alle spalle. La prima linea era comandata personalmente da Bosco, e andava, da ovest ad est, dalla spiaggia di S. Giovanni alla riviera di Levante. Egli sfruttò benissimo gli ostacoli naturali, formando una fortissima linea di resistenza. A destra, davanti la fortezza, schierò i suoi cacciatori dietro una siepe di fichi d’india. Al centro, sulla strada principale, li schierò dietro un muro di cinta con feritoie, coperto da un folto canneto. A sinistra li fece appostare dentro una linea di case che fiancheggiavano la strada, in modo da poter prendere d’infilata le truppe nemiche che sarebbero avanzate su questa. In riserva mise il t. col. Marra con pochi uomini.

La battaglia di Milazzo

Il piano d’attacco di Garibaldi era di assaltare il nemico prima di giorno, rompendone il centro con una forte colonna in massa, con lo scopo di dividerlo in due tronconi separati, isolando dal castello l’ala destra napoletana. Il piano, però, non poté essere attuato, poiché i vari reparti, sparsi in diverse zone, si riunirono troppo tardi. Così, invece di dare inizio alla battaglia il grosso al comando di Medici nel settore centrale, scattò prima l’attacco a sinistra con il 2° rgt dei toscani di Malenchini, che avrebbe dovuto avere solo uno scopo diversivo.

Il campo di battaglia era una perfetta pianura, coperta d’alberi, vigne e canneti, i quali nascondevano completamente le posizioni napoletane. I garibaldini, che sconoscevano il terreno, scagliarono, dunque, alcuni attacchi mal coordinati e, come su detto, impegnarono per prima l’ala destra nemica attestata presso la spiaggia di S. Giovanni, avanzando con i tre btg del 2° rgt. In avanguardia stavano 4 compagnie al comando del mag. Giuseppe Bandi che diedero inizio all’attacco alle 6,30 circa. Presi dal tiro incrociato dell’artiglieria e colpiti da un fitto e preciso fuoco delle carabine rigate nemiche, i garibaldini di Bandi furono fermati e decimati. Al centro c’erano il 1° rgt dei lombardi e quello di Corte, condotti da Medici, il quale non riuscì a coordinare l’attacco col 2° rgt. Così, preso anche di fianco. Bandi ricevette l’ordine di ritirata per evitare la distruzione totale delle sue compagnie. Egli, però, non riuscì a sganciarsi, poiché pressato da vicino dal nemico, e fu costretto a trincerarsi. In suo soccorso giunsero prima due cmp della guardia nazionale della provincia di Messina, poi tutte le cmp di Malenchini; ma anche questi rinforzi furono crudelmente martoriati dall’artiglieria napoletana, ottimamente diretta dal cap. Mariano Purmann. Corpi straziati, membra e brandelli umani erano sparsi sul terreno arrossato dal sangue.

A questo punto Garibaldi inviò Cosenz a prendere il comando di quel settore in difficoltà. Questi, pressato dal furioso contrattacco di Bosco, fece arretrare notevolmente i suoi uomini e, al riparo dietro folte siepi, riordinò i ranghi. La ritirata fu coperta da reparti freschi, quali il btg del t. col. Dunne, i bersaglieri del mag. Spech e le guide di Missori. Bosco, a cavallo del suo focoso purosangue Alì, aveva guidato il contrattacco prima contro il centro, dove i reparti di Medici avevano tenuto, seppur a prezzo di gravi perdite, poi a destra contro Malenchini che gettò indietro. Bosco era sempre in prima linea e, roteando la sua sciabola, incoraggiava i suoi cacciatori che lo seguivano intrepidi sotto il fuoco nemico. Questi lo adoravano, poiché era un valoroso che, a differenza di tanti altri ufficiali borbonici, era ben deciso a battersi.

Un nuovo attacco di Medici, al centro, alleggerì la pressione sull’ala sinistra di Cosenz. Poi, pure questa, rinforzata dagli uomini di Spech, Dunne e Missori, avanzò, scacciando i napoletani sulle spiagge di S. Giovanni.

Ormai si combatteva da molte ore sotto il feroce sole dell’estate siciliana, ed i soldati erano stanchi e assetati. Nuovo obiettivo di Garibaldi era di espugnare i canneti e le case del sobborgo, da cui i cacciatori napoletani colpivano di fianco le schiere garibaldine. Così, nel pomeriggio, accertatosi che il centro reggeva, scagliò un attacco sulla destra con le guide di Missori, il btg dei siciliani di Dunne, la cmp di Bronzetti ed altri reparti, facendo arretrare la linea nemica e conquistando un òbice. Immediatamente Bosco cercò di riconquistare la posizione e l’òbice con una carica di cavalleria, inviando all’attacco lo squadrone di cacciatori a cavallo del cap. Giuliani che caricò brillantemente, ricacciando indietro i nemici. In questa azione fu coinvolto lo stesso Garibaldi che fu costretto a rifugiarsi in un fosso laterale alla strada, dove si difese con la sciabola. Assalito da due nemici, fu salvato da Missori che li abbatté col revolver e guidò il contrattacco, respingendo lo squadrone nemico che lasciò sul terreno 7 morti, tra cui lo stesso Giuliani, e vari feriti, tra cui il vice comandante ten. Luciano Faraone che si salvò malgrado avesse subito ben cinque ferite. L’ala sinistra napoletana era ormai sul punto di cedere; la riserva di Marra era già stata impiegata sul centro, così Bosco chiese rinforzi al col. Pironti, comandante della guarnigione (1° rgt di linea), il quale gli inviò solo 100 uomini disarmati da utilizzare come portaferiti. Il tradimento di questo ufficiale superiore, che aveva ai suoi ordini non meno di 1200 uomini, non permise a Bosco di turare le falle; così fu costretto ad arretrare la linea del fronte nel centro abitato, rinforzando il ponte d’ingresso alla città. Qui ci fu uno scambio di colpi d’artiglieria e fucileria tra le due schiere e fu colpito a morte il maggiore garibaldino Migliavacca e ferito il col. Corte.

Un tentativo di contrattacco napoletano lungo la costa occidentale fu bloccato dalla corvetta Tukory, l’ex borbonica Veloce, ceduta dal disertore cap. Amilcare Anguissola. A bordo era salito anche Garibaldi, il quale indirizzava le bordate contro la fortezza e contro la colonna nemica che si ritirò prontamente.

Coperti a sinistra dalla corvetta, i garibaldini si concentrarono al centro con le forze di Medici e Cosenz, rinforzate dal btg del mantovano Giuseppe Guerzoni, appena giunto da Barcellona. Prima di subire la rottura definitiva del fronte, Bosco fece ritirare lentamente i suoi battaglioni, dopo ben otto ore di combattimenti accaniti sotto il sole di luglio. Dapprima si schierò nelle vie cittadine, poi, la sera, preso di mira dai cannoni del Tukory, si rifugiò nel forte. I garibaldini penetrarono in città, circondando il forte con uomini e barricate, e scambiando ancora fucilate con i napoletani fino a notte.

La perdite

Il prezzo della conquista di Milazzo fu altissimo: secondo Garibaldi, su circa 6000 uomini impiegati, ci furono un migliaio tra morti e feriti; altre fonti parlano di 750-800 perdite; mentre il mag. Bandi, memorialista dei Mille, ne calcolò circa 650. Comunque fosse, erano immensamente superiori alle perdite napoletane. La testimonianza del cappellano militare del 9° btg cacciatori, don Giuseppe Buttà, parla di 41 morti, 83 feriti e 21 prigionieri, su circa 3400 uomini impegnati in battaglia.

Ancora una volta Bosco si era comportato da prode, come tutti gli uomini da lui dipendenti, anche se l’inferiorità numerica lo aveva costretto a ritirarsi nel forte. Aveva dimostrato capacità di impiego tattico sia della fanteria che dell’artiglieria, competenza strategica, alte qualità di condottiero e coraggio non comune. Bisogna, però, affermare che egli, pur vedendo che il nemico ingrossava e si apprestava a tagliargli la ritirata verso Messina, col suo irruente carattere, volle dare imprudentemente battaglia sulla piana di Milazzo, rimanendo imbottigliato nell’istmo. A sua difesa si deve anche precisare che egli contava sull’intervento di Clary da Messina che avrebbe potuto attaccare alle spalle la brg Medici, avendo a disposizione quasi 18000 uomini; ma ciò non avvenne per l’ambigua condotta politica del governo e per la mancanza di polso del mar. Clary.

Meno competenza aveva dimostrato, questa volta, Garibaldi nella gestione della battaglia. Infatti non era riuscito a coordinare l’attacco delle due colonne, facendo prendere tra due fuochi l’ala sinistra. La colpa va divisa con i comandanti di reggimento che completarono lo schieramento in ritardo. A parziale giustificazione del generale nizzardo si deve affermare che era privo di adeguate artiglierie e cavalleria. Comunque aveva, come al solito, guidato con coraggio e decisione i suoi uomini, i quali, armati finalmente con fucili rigati, avevano combattuto con estremo spirito di sacrificio ed ardore, sotto il micidiale tiro dei cannoni borbonici e sotto un sole rovente.

 

 

 

La capitolazione

Mentre le forze degli assedianti aumentavano con l’arrivo dei btg di Cosenz e di altri volontari, Bosco segnalò la situazione a Clary, chiedendogli aiuto. L’indeciso maresciallo risolse il suo dubbio il 21 luglio, quando ricevette l’ordine da Pianell di stipulare una convenzione col gen. Medici per far ritirare le truppe napoletane dalla Sicilia, con esclusione delle guarnigioni delle fortezze di Messina, Augusta e Siracusa. Compiuto ciò, Clary cominciò a far imbarcare le sue truppe per le Calabrie il 23 luglio. Nel frattempo il governo di Napoli inviò a Milazzo il colonnello dello stato maggiore Francesco Anzani, con tre fregate, per trattare la capitolazione, visto che il forte cominciava a scarseggiare di viveri. Firmata la resa, il 25 luglio le truppe di Bosco e di Pironti si imbarcarono per Napoli, lasciando al nemico 43 vecchi cannoni (quelli obsoleti del forte) e 93 tra muli e cavalli. All’arrivo, Francesco II decorò tutti i combattenti della battaglia di Milazzo, promosse Bosco al grado superiore e destituì dal comando del 1° rgt l’inetto Pironti.

La cessione di Messina

Il 26 luglio 1860 Clary cedette Messina ai garibaldini, lasciando, però, 4000 uomini nella Cittadella e nei forti di Don Blasco, Lanterna e San Salvatore, al comando del brig. Gennaro Férgola. Recatosi a Napoli, Clary non fu ricevuto da Francesco II, essendo ritenuto il principale responsabile della sconfitta di Milazzo e della perdita della Sicilia orientale. Così, a parte le fortezze di Messina, Augusta e Siracusa, dopo circa due mesi e mezzo dallo sbarco di Marsala, l’isola era in mano, incredibilmente, a Garibaldi.

Il comandante di Siracusa, brig. Ferdinando Locascio, cederà la fortezza il 6 settembre successivo, malgrado l’ordine di resistenza del brig. Férgola, da cui dipendeva. La guarnigione, composta dalle otto cmp fucilieri dell’11° rgt di linea Palermo al comando del col. Ansaldo Galluppi, da artiglieri e genieri, portata sull’arenile per l’imbarco, in base agli accordi coi garibaldini, sarà circondata dagli stessi, rimanendo bloccata fino al 13 settembre, giorno che s’imbarcherà per Napoli, già in mano a Garibaldi, dove si scioglierà.

Il comandante di Augusta, col. Pietro Tonson Latour, cederà la fortezza quattro giorni dopo, 17 settembre, sempre in contrasto con gli ordini di Férgola. I fanti dei rgt di linea 11° e 15° (4 cmp ciascuno), gli artiglieri ed i genieri di presidio si imbarcheranno in parte per Gaeta, mentre gli altri torneranno alle loro case.

Dei fanti dei rgt 11° e 15° solo pochi raggiungeranno il fronte del Volturno, venendo inseriti nel 4° rgt di linea "Principessa".

DISFATTA NELLE CALABRIE

Le potenze europee

L’azione diplomatica del governo Spinelli nei confronti del Piemonte si sviluppò inviando a Torino i diplomatici Giovanni Manna e Antonio Winspeare, i quali, però, non raggiunsero alcun risultato positivo, e furono tenuti a bada dall’atteggiamento sornione e temporeggiatore di Cavour. Conquistata la Sicilia da Garibaldi, Cavour si mostrava sempre più preoccupato per le reazioni dei governi europei. L’Austria, appoggiata dalla Russia, minacciava l’intervento, ma temeva eventuali reazioni della Francia. Napoleone III tentava un accordo con l’Inghilterra per fermare Garibaldi sullo stretto di Messina, allo scopo di evitare la formazione di uno Stato unitario ai confini meridionali della Francia. Il suo progetto prevedeva una confederazione di tre Stati, con a nord i Savoia, al centro il Papa e al sud un Regno di Napoli da affidare a Napoléon Lucien Murat, suo cugino, figlio del re di Napoli del periodo napoleonico, Gioacchino Murat. L’Inghilterra, però, non era della stessa opinione, vedendo con favore la formazione di uno Stato unitario italiano proprio in funzione antifrancese; per cui spingeva Garibaldi ad avanzare fino a Napoli, frenando, nello stesso tempo, l’irruenza dei governi di Austria e Russia.

A questo punto un intervento delle potenze europee avrebbe potuto significare la fine del cammino unitario italiano, vanificando le conquiste fatte con tanti sacrifici sino al quel momento.

Le trame di Cavour

Preoccupato di ciò, Cavour progettò il rovesciamento del Borbone prima dell’arrivo di Garibaldi a Napoli, tramite un moto, organizzato dai suoi agenti, che avrebbe avuto come conclusione l’offerta della corona a Vittorio Emanuele. In tal modo si sarebbe tolta a Garibaldi la guida della causa unitaria e, al tempo stesso, si sarebbero tranquillizzate le potenze, poiché tutto avrebbe avuto l’aspetto di un avvenimento interno al Regno delle Due Sicilie.

Per attuare questo progetto si offrì il barone Nicola Nisco, esule napoletano, nonché il gen. Alessandro Nunziante, fuggito in Svizzera un mese prima. I due si recarono a Napoli i primi di agosto e, con la collaborazione dell’ambasciatore piemontese Salvatore Pes, marchese di Villamarina, dell’ammiraglio Carlo Pellion, conte di Persano (che si trovava nel porto di Napoli con la sua squadra navale), e di altri personaggi, misero in atto i piani di Cavour. Presero contatto con politici e generali, ma, malgrado la loro disponibilità a farsi corrompere dal denaro e dalle promesse piemontesi, un’insurrezione a Napoli non sarebbe potuta scoppiare mai, dato che i napoletani non erano ostili alla dinastia borbonica, e solo la borghesia condivideva l’idea unitaria. Inoltre, malgrado l’intervento di Nunziante, ufficiale di prestigio, l’esercito rimaneva nella sua maggioranza fedele a Francesco II, soprattutto nei suoi gradi più bassi. Dei risultati importanti, però, si ebbero ugualmente. L’ambiguo ministro degli Interni don Liborio Romano offrì tutta la sua collaborazione, mentre le alte gerarchie della marina cedettero alle offerte di Persano che gli aveva promesso brillanti carriere nella futura Regia Marina Italiana. Anche molti generali e ufficiali superiori dell’esercito offrirono i loro servigi ai Savoia, e lo si vedrà, soprattutto, nella campagna delle Calabrie.

Mentre i piani d’insurrezione venivano attuati, Cavour spinse Vittorio Emanuele a scirvere una lettera a Garibaldi in cui lo invitava a non superare lo stretto. Il Re, in continuo dissidio col suo ministro, la scrisse, ma poi ne scrisse un’altra in cui lo spingeva ad avanzare.

Cavour, comunque, era riuscito a raggiungere un importantissimo risultato:

aveva impedito ai volontari mazziniani che si erano concentrati in Toscana e in Liguria di marciare sullo Stato Pontificio, deviandoli in Sicilia; ciò allo scopo di evitare l’intervento di Napoleone III che teneva truppe a Roma per proteggere il Papa.

 

 

 

Primo sbarco nelle Calabrie

Con l’adesione dei mazziniani all’impresa dei Mille e con l’arrivo a Messina delle colonne di Bixio e di Turr provenienti da Girgenti e da Caltanissetta, Garibaldi si venne a trovare al comando di circa 23000 uomini ben organizzati e motivati, più una flottiglia di piccoli vapori e barconi. La difficoltà dello sbarco nelle Calabrie era costituita, soprattutto, dal pattugliamento dello stretto di numerose unità della marina borbonica che, ogni tanto, si avvicinava alla costa messinese e bombardava gli accampamenti garibaldini.

L’8 agosto si imbarcarono a Messina circa 400 garibaldini al comando di Missori; a causa delle forti correnti solo 150 riuscirono a sbarcare a Cannitello, a nord di Reggio, ed a loro si unirono un centinaio di insorti calabresi al comando del patriota Agostino Plutino. La loro missione consisteva nel cercare di impossessarsi della fortezza di Fiumara (che aveva sotto il tiro dei suoi cannoni lo stretto) nella quale si pensava che ci sarebbe stata la complicità di un ufficiale nemico. Ma ciò non accadde e la missione fallì. Scontratosi con una cmp del 1° rgt di linea, Missori decise di rifugiarsi nei boschi dell’Aspromonte con i suoi uomini, in attesa di più numerosi sbarchi.

L’incursione di Castellammare

Per un massiccio sbarco in Calabria sarebbe servita la protezione di un potente legno di guerra, e Garibaldi tentò di procurarselo. Nel cantiere di Castellammare di Napoli si trovava per lavori una delle più potenti unità della Real Marina Borbonica, il vascello a due ponti Monarca, armato di 64 cannoni. Persano ne aveva contattato in comandante, cap. Giovanni Vacca, il quale aveva dichiarato la sua disponibilità a favorire l’abbordaggio e la conquista del suo vascello. Garibaldi affidò questa missione al capitano di vascello Alessandro Piola Caselli, comandante della marina siciliana. Questi salpò da Palermo il 12 agosto a bordo della corvetta Tukory, al comando del cap. Borrone. L’equipaggio era formato da circa 150 marinai siciliani, più 80 bersaglieri di mare (fanteria di marina) al comando del mag. Andrea Sgarallino incaricati dell’abbordaggio.

La notte fra il 13 e il 14 agosto il Tukory entrò nel porto di Castellammare. Il cap. Vacca, per facilitare l’impresa, aveva ordinato ai suoi marinai di togliere le catene di ormeggio, ma una catena era stata dimenticata; così i marinai del Tukory furono costretti a tentare il taglio della catena, producendo un rumore che mise in allarme l’equipaggio del Monarca che cominciò a sparare con i fucili. Per colmo di sfortuna, i motori del Tukory si bloccarono, mentre due lance cariche di bersaglieri erano state calate per tentare l’abbordaggio. Ripresisi improvvisamente i motori, le ruote travolsero nel gorgoglìo le lance. Viste le difficoltà incontrate, Piola Caselli ordinò la ritirata, inseguito dalle bordate del Monarca e del fortino del Pozzano. Le perdite erano state pesanti: 3 morti, 17 feriti e 13 dispersi per una missione fallita. Il cap. Vacca fu costretto a rifugiarsi in una nave inglese per non essere arrestato e fucilato per alto tradimento.

Le forze napoletane

Malgrado la mancanza di una nave da guerra, Garibaldi organizzò ugualmente lo sbarco, favorito dal comandante della flotta borbonica del faro, ammiraglio Vincenzo Salazar, il quale aveva assicurato a Persano che il pattugliamento dello stretto sarebbe stato effettuato "distrattamente". Le forze napoletane nelle Calabrie, al comando del mar. Giambattista Vial, erano notevoli, circa 20000 uomini divisi in quattro brigate ed una colonna mobile, oltre alla gendarmeria territoriale. La 1^ brg, al comando del brig. Giuseppe Ghio, era di stanza a Monteleone (attuale Vibo Valentia), ed era costituita dal 2° e dal 12° rgt di linea (quest’ultima tra i peggiori rgt di fanteria) e dalla btr n° 14; la 2^, brig. Nicola Melemdez, era sparsa nella provincia di Reggio, ed aveva in forza il 4° rgt di linea, le otto cmp fucilieri del 15° (composto da reclute) e la btr n° 7; la 3^, al comando del brig. Bartolo Marra, sùbito sostituito dal neopromosso brig. Fileno Briganti (il bombardatore di Palermo) per contrasti col ministro Pianell, era schierata tra Villa S. Giovanni e Reggio, ed era composto dai rgt di linea 1° e 14° (quest’ultimo formato da reclute), da un btg del 2° rgt lancieri e dalla btr n° 8; la 4^, brig. Giuseppe Caldarelli, era di stanza a Cosenza, ed aveva in forza l’8° rgt di linea, il rgt carabinieri, un btg del 1° rgt lancieri e la btr n° 12. Dopo il primo sbarco garibaldino, l’8 agosto, era in fase di costituzione una colonna mobile formata dai btg cacciatori 1°, 5° e 11°, posta al comando del col. Giuseppe Ruiz de Ballestreros, per operare sull’Aspromonte con obiettivo la distruzione del gruppo di Missori e delle bande di insorti. Inoltre, nelle Calabrie espletavano il servizio territoriale il 5° btg e il 5° squadrone della gendarmeria.

Sebbene ci fossero un buon numero di truppe, con uno Stato in disgregazione alle spalle l’opera dell’esercito borbonico non avrebbe potuto essere decisa ed efficace. Il ministro Pianell aveva messo i reparti operanti nelle Calabrie in condizioni di non poter operare efficientemente: ufficiali pessimi al comando delle brigate e ufficiali ottimi, ma sconosciuti ai subalterni, al comando dei reggimenti. Inoltre, il servizio di stato maggiore e quello amministrativo erano nel caos più totale. Il brig. Marra, cinquantenne messinese, fra i comandanti di brigata nelle Calabrie era l’unico serio e preparato, e a Palermo, tre mesi prima, era stato uno dei pochi generali a distinguersi. Egli, da accorto militare qual era, aveva capito che le forze a disposizione dovevano stare unite e non sparpagliate come si stava facendo; aveva duramente protestato per la mancanza di personale addetto ai servizi necessari, quali lo stato maggiore, il commissariato, l’ufficio topografico, e per lo scarso addestramento e disciplina dei reparti ai suoi ordini. Visto lo stato di abbandono in cui versavano le truppe, era entrato in polemica con Pianell, subendo, come conseguenza, l’arresto e la sostituzione dal posto di comando della 3^ brg.

Il mar. Giambattista Vial, barone di S. Rosalia, aveva il comando della divisione di stanza tra Caserta e Capua, quando, il 24 luglio 1860, era stato scelto Pianell per comandare le truppe schierate nelle Calabrie, dove, secondo il piano strategico del ministro della Guerra, sarebbe stato fermato e sconfitto l’esercito di Garibaldi. Fu una pessima scelta, fatta in malafede, dato che Vial, nato a Palermo nel 1810, non aveva alcuna esperienza bellica e mancava, pure, della personalità necessaria ad imporre la propria autorità ai comandanti delle brigate dipendenti.

Nuovi sbarchi

Il 13 agosto, mentre Missori si scontrava a Bagnara con quattro cmp del 4° rgt di linea condotte dal t. col. Nicola Cetràngolo, avvennero nuovi sbarchi a Bianco e a Bovalino di piccoli gruppi garibaldini. Missori fu scacciato da Bagnara, perdendo una trentina di uomini tra morti, feriti e prigionieri. Lo sbarco più massiccio avvenne il 19 agosto. Garibaldi si imbarcò con 1200 uomini sul piroscafo Franklin, al comando del cap. Origoni, mentre il piroscafo Torino imbarcava 3000 uomini condotti da Bixio. Le fregate borboniche Aquila e Fulminante incrociarono il Franklin quando Bixio, arenato il Torino, aveva già sbarcato uomini e materiali sulla costa di Mélito Porto Salvo. Garibaldi fece issare la bandiera americana e, grazie a questo espediente, le fregate nemiche non fecero fuoco. Queste, poi, avvistarono il Torino arenato, lo incendiarono e lo bombardarono quando era ormai vuoto.

Il combattimento di Reggio

La notte del 21 agosto, all’una, Bixio attaccò Reggio da oriente. La città era difesa dalle otto cmp fucilieri del 14° rgt di linea Sannio, da un drappello di lancieri e da due cannoni della btr n° 8 (appartenenti alla 3^ brg Briganti), comandate dal col. Antonio Dusmet, marchese di Beaullieux, valoroso ufficiale cinquantacinquenne, messinese di antiche origini fiamminghe. Il castello era presidiato da una guarnigione di sedentanei al comando del gen. Carlo Gallotti, 71 anni, comandante le armi della provincia di Reggio, il quale era già in contatto con i locali comitati rivoluzionari. Gallotti, avuto notizia dell’avvicinarsi delle truppe di Bixio, ordinò a Dusmet di bivaccare in piazza Duomo, luogo indifendibile, poi lo indebolì facendo ritirare nel castello quattro cmp del 14° di linea. Malgrado ciò, Dusmet non rinunciò a difendere la città, e dispose degli avamposti sulla strada di S. Filippo, facendola pattugliare da mezzo squadrone di lancieri. Le entrate della città erano presidiate dalla guardia nazionale che fece passare, senza resistenza, la brg di Bixio.

Alle prime fucilate tra garibaldini e pattuglie borboniche accorse lo stesso col. Dusmet col figlio Francesco, 2° sergente, e con alcuni uomini, ingaggiando un combattimento ravvicinato coi nemici; il primo a cadere fu suo figlio, poi fu colpito il colonnello ed altri soldati. I due Dusmet, gravemente feriti, moriranno qualche giorno dopo. Vinta questa prima resistenza, Bixio penetrò in piazza Duomo, dove, al buio completo (i fanali erano stati spenti a mezzanotte), si scatenò un combattimento accanito e confuso, in cui si sparava anche tra commilitoni. Lo stesso Bixio fu ferito ad una mano da una palla "amica"; ferito, però gravemente, rimase pure il maggiore borbonico Nicola Aletta. Fuori combattimento Dusmet, prese il comando delle quattro cmp del 14° l’anziano t. col. Carlo Zattara. A dirigere ottimamente i due cannoni borbonici fu il cap. Antonio Carrascosa che tirò a mitraglia contro il nemico appostato dietro gli edifici. Dopo essersi riorganizzati, i napoletani furono guidati al contrattacco dal cap. Ahinlé che fallì per la superiorità numerica nemica. Il gen. Gallotti, chiuso nel castello con un migliaio di uomini, ripeteva il comportamento del col. Pironti a Milazzo, astenendosi dal combattimento. Così Zattara fu costretto a rifugiarsi con le quattro cmp nel castello, lasciando sul terreno 50 tra morti e feriti.

Intanto il mar. Vial aveva lasciato il suo quartier generale di Monteleone e si era imbarcato, bordeggiando la costa reggina. Dalla sua nave aveva ordinato a Briganti di soccorrere il 14° di linea a Reggio. Com’erano soliti fare , gli alti ufficiali borbonici si mantenevano in retrovia, evitando si impugnare la sciabola per guidare in battaglia i propri soldati. Fileno Briganti, abruzzese di 58 anni, aveva una fama di valoroso e severo ufficiale. Nella campagna di Sicilia del 1848-49 si era distinto, guadagnandosi una croce di diritto di S. Giorgio e subendo una grave ferita. Nel maggio del 1860, durante i combattimenti di Palermo, aveva bombardato la città dal forte di Castellammare. In agosto era stato promosso brigadiere e messo al comando della 3^ brigata, in sostituzione di Marra. All’alba del 21 agosto, ricevuto l’ordine di attacco da Vial, Briganti divise le sue forze, circa 2000 uomini, in tre colonne: le otto cmp fucilieri del 1° rgt di linea guidate dal col. Tobia Micheroux; le quattro cmp scelte del 1° rgt condotte dal mag. Filippo Ross; le quattro cmp scelte del 14° di linea al comando del mag. Gaetano Guccione. Però, per scagliare l’attacco, Briganti perse troppo tempo, commettendo anche il gravissimo errore di lasciare nella fortezza di Altafiunara la btr n° 8 assegnata alla sua brigata.

Così i garibaldini ebbero tutto il tempo di erigere forti barricate negli ingressi della città. Lanciate all’attacco le tre colonne, Briganti rimase in carrozza col suo capo di stato maggiore Milon ad attendere il risultato dell’azione. Per quanto i suoi 2000 uomini facessero il possibile, senza l’artiglieria che avrebbe sfondato le barricate non poterono superare l’ostacolo e dovettero ritirarsi dopo alcune ore di combattimento, lasciando 200 uomini sul terreno, tra morti e feriti. Solo le quattro cmp agli ordini del mag. Guccione riuscirono a sfondare le linee, ma, isolate dal grosso, andarono a rifugiarsi nel castello. Impassibile, Briganti comandò la ritirata. Sùbito dopo Gallotti si arrese, consegnando il castello; ai suoi soldati fu concesso di imbarcarsi armati per Napoli. A Bixio la conquista di Reggio era costata 147 tra morti e feriti. La squadra navale napoletana, 7 legni al comando dell’amm. Salazar all’ancora nel porto reggino, si limitò a tirare qualche bordata innocua contro la città. Nel frattempo Garibaldi, unitosi sull’Aspromonte a Missori ed agli insorti calabresi, giunse in città.

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