(LA  QUESTIONE MERIDIONALE )  
 

      

 PONTELANDOLFO    E     CASALDUNI    A    FERRO   E     FUOCO 

                        ( Agosto 1861)


Il 12 agosto al maggiore Melegari fu ordinato di presentarsi dal generale Cialdini; con solerzia si recò alla luogotenenza, dove lo ricevette il generale Piola-Caselli, che lo fece accomodare e gli disse:

" Maggiore, lei avrà sentito parlare di sicuro del doloroso ed infame fatto di Casalduni e Pontelandolfo; ebbene, il generale Cialdini non ordina, ma desidera che quei due paesi debbano fare la fine di Gaeta, ossia devono essere rasi al suolo ed i suoi cittadini massacrati.

 

Ella, Sig. Maggiore, ha carta bianca ed è autorizzata a ricorrere a qualunque mezzo, e non dimentichi che il generale desidera che siano vendicati i soldati del povero Bracci.

Infligga a quei due paesi la piú severa delle punizioni e ai suoi abitanti faccia desiderare la morte. Ha ben capito? ".

Melegari:

" Signorsí, so benissimo come si devono interpretare i desideri del generale Cialdini. Sono stato con lui in Crimea e con lui ho fatto tutta la campagna del 1859, cosa devo fare. Cialdini in un’altra stanza stava istruendo il generale De Sonnaz che doveva dirigere le operazioni. Melegari partí con una compagnia di quattrocento soldati e il 13 mattina giunse a Solopaca; a mezzogiorno nei pressi di Guardia. Alle due del mattino del 14 agosto Melegari ed i suoi quattrocento "eroi" avevano invaso San Lupo; fece svegliare il capitano della Guardia Nazionale al quale disse: -Capitano, mi occorrono duecento uomini, devo attaccare i briganti.

Il Cap.:

" Maggiore, i briganti sono tanti e bene armati. Ci faranno a pezzi se andiamo sul loro terreno! – rispose l’ufficiale della guardia nazionale.

Melegari:

" Capitano, niente di tutto questo, non sono venuto qui per combattere contro Giordano, ora è troppo forte. Sono venuto qui per punire gli abitanti di Casalduni; a Pontelandolfo sta dirigendosi De Sonnaz. So cosa devo fare.

Lei deve occupare il promontorio da cui si domina la valle ed aspettare miei ordini. Qualcuno, forse qualche parente del capitano della guardia nazionale, corse ad avvertire il sindaco di Casalduni, Ursini. Da quel momento iniziò l’esodo dei casaldunesi verso le montagne difese dai partigiani di Giordano Alle quattro del mattino il 18° battaglione, comandato dal maggiore Melegari e guidato verso Casalduni dal liberale Jacobelli e dalla spia Tommaso Lucente, ricco nobilotto di Sepino, aveva già circondato il paese. Melegari si attenne agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli e fece disporre a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna. Dovevano aprire il fuoco di fila per incutere paura ai partigiani, che, secondo le informazioni ricevute, avrebbero dovuto difendere Casalduni da attacchi esterni; e poi attaccare il paese, baionetta in canna, di corsa, concentricamente.

          

Le quattro compagnie ebbero il comando di carica alla baionetta dall’eroico Melegari e cominciarono la carneficina ed il saccheggio delle case e delle chiese come erano soliti fare per poi passare ad incendiarle. La prima casa ad essere bruciata fu quella del sindaco Ursini, indicata alla truppa dal servo nonché traditore Tommaso Lucente da Sepino. Sentendo gli spari e le grida dei bersaglieri, i pochi rimasti in paese uscirono quasi nudi; cercavano la montagna e trovarono la morte, infilzati dalle baionette dei piemontesi.

Un certo Lorenzo D’Urso commerciante, fattosi sull’uscio per salutare i soldati, fu crivellato di colpi e poi infilzato dalle baionette; e cosí moltissimi cittadini inermi.

                

L’eccidio fu meno feroce che a Pontelandolfo perché appunto, la gente, avvertita, era scappata. Dopo aver messo a ferro e fuoco Casalduni ed aver sterminato gli abitanti ivi rimasti, l’azzurro ed eroico maggiore Melegari chiamò a sé il tenente Mancini e gli ordinò di andare a Pontelandolfo per ricevere istruzioni dal generale De Sonnaz. Dopo un’ ora il tenente ritornò, scese da cavallo e rivolgendosi al suo maggiore disse:

" Possiamo tornarcene a San Lupo il colonnello Negri ha distrutto completamente Pontelandolfo. Ho visto mucchi di cadaveri, forse cinquecento, forse ottocento, forse mille, una vera carneficina! ".

 

                                              

Melegari: " Ci hanno fregati quelli del 36° fanteria! Casalduni era quasi vuota, qualcuno ha avvertito la popolazione!. Dalle alture i partigiani osservavano ciò che stava accadendo nei due paesi sanniti. Vedevano tanto fumo, sentivano gli spari dei bersaglieri, si sentivano impotenti di fronte a tanto orrore …… Molti volevano attaccare i piemontesi, anche sapendo di andare incontro a morte certa, visto il divario delle forze in campo …….. Giordano e i suoi scortarono oltre duemila casaldunesi fino alle porte di Benevento. Una volta in città Ursini chiese udienza al governatore. Fu incarcerato ! I morti furono tanti a Pontelandolfo e Casalduni, molti di piú che a Montefalcione, San Marco e Rignano, pure eccidiate ed incendiate …….

                   

 

A Pontelandolfo e Casalduni i morti superarono sicuramente il migliaio, ma le cifre reali non furono mai svelate dal governo piemontese, come mai è stato svelato il numero dei morti della guerra civile del 1860-70. Il Popolo d’Italia , giornale filo governativo e quindi interessato a nascondere il piú possibile la verità sui morti, indicò in 164 le vittime di quell’eccidio, destando l’indignazione persino del giornale francese Patrie, filo unitario, e quella del mondo intero. Ma nessuno intervenne presso il governo dei carnefici piemontesi. L’invasione del Sud costò la vita, l’espatrio, il carcere ed il manicomio ad un milione di persone, costò la libertà e la dignità del popolo meridionale, ma, una cosa è certa, la gente del Molise, degli Abruzzi, del basso Lazio, della Terra di Lavoro, del Sannio, della Capitanata, della Basilicata ha venduto cara la propria pelle; ha dimostrato ai piemontesi ed al mondo di avere carattere e coraggio. Francesco II e la Regina Sofia sui bastioni di Gaeta disprezzarono la morte. Vittorio Emanuele III di Casa Savoia nel 1943 ha dimostrato di essere un codardo. Cosí il generale Cialdini, un vero assassino e criminale di guerra, a Custoza scappò come un coniglio di fronte all’esercito austriaco.

Il colonnello Gaetano Negri, milanese purosangue, scrivendo al padre dopo l’eccidio di Pontelandolfo, non mostrò alcun segno di pentimento e di umanità. Questo signore fu eletto sindaco del capoluogo lombardo negli anni ottanta. Egli scrive al padre e riferisce di quanto successe a Pontelandolfo, Riportiamo qui di seguito uno stralcio di quella lettera:

 

                                                           

                   ( Il Generale Cialdini )                                                Cialdini ed il suo Stato Maggiore

 Napoli, agosto 1861- Carissimo papà, Le notizie delle province continuano a non essere molto liete. Probilmente anche i giornali nostri avranno parlato degli orrori di Pontelandolfo. Gli abitanti di questo villaggio commisero il piú nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara. Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne completamente distrutto. La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano uniti a quelli di Pontelandolfo. Sembra che gli aizzatori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti; in tutte, le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte, e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta. Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe piú giustamente inflitto, e i risultati piú sicuri e piú pronti............omississ

           

                     Lapide presente a Pontelandolfo                        lettera  scritta  dai Bersaglieri che combatterono

                                                                                                                  a Pontelandolfo
 

Una vera bestia immonda. Se simili personaggi hanno fatto l’Italia una, oggi non dobbiamo piangere sulle due Italie: una ricca e prospera e l’altra povera. Questi personaggi hanno distrutto le ricchezze del Sud, hanno massacrato e fucilato gli uomini migliori, mentre hanno costretto all’emigrazione una grande moltitudine di Meridionali. Il 15 agosto 1861 il Generalissimo Enrico Cialdini, dalla sede dell’alto Comando di Napoli, telegrafò al ministro della guerra piemontese e quindi al mondo intero: "ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni".

 

 

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Le stragi di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto1861

                                                           

Il 2 agosto 1861, Massimo D’Azeglio, in una lettera al senatore Carlo Matteucci, pubblicata poi dai giornali, scrive : "Noi siamo proceduti innanzi dicendo che i governi non consentiti dai popoli erano illegittimi: e con questa massima, che credo e crederò sempre vera, abbiamo mandato a farsi benedire parecchi sovrani italiani; ed i loro sudditi, non avendo protestato in nessun modo, si erano mostrati contenti del nostro operato, e da questo si è potuto scorgere che ai governi di prima non davano il loro consenso, mentre a quello succeduto lo danno. Così i nostri atti sono stati consentanei al nostro principio, e nessuno ci può trovare da ridire. A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano, per stabilire un governo sul consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, tutti non ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve, quindi, o cambiar principi, o cambiar atti e trovare modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia; ma agli Italiani che, rimanendo Italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate ... perché contrari all’unità".

Il D’Azeglio scrive quello che moltissimi pensano.

Il governo «italiano» risponde addossando allo Stato Pontificio la responsabilità che il brigantaggio è alimentato da Francesco II con la protezione del Papa e che non si può dubitare della "legittimità" dei plebisciti. In realtà, com’è riconosciuto dalla stessa Commissione d’inchiesta, fazione esercitata dal governo duosiciliano in esilio a Roma è del tutto trascurabile e l’aiuto prestato è limitato all’invio sporadico di qualche agente di collegamento e di scarsi soccorsi materiali. In tutte le province duosiciliane la guerriglia è un fenomeno di ribellione popolare del tutto spontaneo per liberarsi dagli invasori.

Quasi tutti i paesi duosieiliani sono in rivolta. Numerosi sono i collaborazionisti uccisi dai partigiani.

La notte tra il 4 ed il 5, le montagne che cingono Pontelandolfo sono piene d’insorti: i fuochi accesi sono tantissimi. I liberali collaborazionisti dei piemontesi impauriti fuggono dalla cittadina.

Il giorno dopo, a Pontelandolfo, si tiene l’antichissima Fiera di S. Donato. Il viale che porta dalla provinciale alla piazza principale, attraverso lo spiazzo della chiesa di San Donato, è gremito di almeno cinquemila persone venute da altri paesi. Durante la processione arrivano anche gli insorti di Cosimo Giordano, accolti festosamente da tutti gli abitanti al grido di "Viva Francesco II.

Il 7, Casalduni è semideserta, numerosi sono a Pontelandolfo per la fiera. Verso le 18 qualcuno porta la notizia che alla fiera di San Donato sono arrivati il Giordano e il suo gruppo, che dappertutto sventolano i vessilli delle Due Sicilie e che è stato proclamato un governo provvisorio. La gente rimasta si raduna spontaneamente, si dirige alla caserma della guardia nazionale, ne scardina l’ingresso, s’impadronisce delle armi e delle munizioni e abbatte gli stemmi savoiardi.

Il 9, a Cancello, i soldati piemontesi uccidono 29 civili che manifestano contro gli occupanti. I guerriglieri dei La Gala assaltano un treno carico di truppe, a cui infliggono numerose perdite.

A Napoli, il Cialdini, temendo che la situazione diventi incontrollabile, telegrafa al generale Cadorna: "Nel caso di avvenimenti gravi ed imprevisti a Napoli od altrove, concentri la sua truppa a Teramo, Aquila e Pescara ed agisca secondo le circostanze se le comunicazioni con me venissero interrotte" .

Il giorno dopo, Ruvo del Monte, S. Giorgio, Molinara, Pago e Pietrelcina sono accerchiate dal truppe del 31 ° bersaglieri comandato dal maggiore Davide Guardi: le case sono saccheggiate, 23 persone uccise, il denaro delle casse comunali confiscato. L’ufficiale taglieggia anche i possidenti, ne arresta numerosi perché rifiutatisi di pagare e con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato. Tra questi bersaglieri molti sono quelli che si fanno fotografare, sorridenti, accanto ai cadaveri degli insorti a cui tengono sollevata la testa per i capelli. Tra i taglieggiatori vi è anche il maggiore Du Coll del 61’ fanteria.

Il Sannio ed il Molise sono praticamente sotto il controllo della resistenza. Cerreto Sannita è isolato e così pure Campobasso, il cui governatore Giuseppe Belli fa arrivare questa informativa al Cialdini: "Ho interessato questo colonnello del 36° Fanteria a spedire delle forze verso Sepino, lo stesso ho fatto col generale Villerey comandante la brigata di Isernia. Ho telegrafato al governatore di Benevento per conoscere lo stato di quei luoghi mentre il commercio si trova paralizzato da due giorni dopo le notizie dei noti avvenimenti, infine non ho mancato disporre che le guardie nazionali dei Comuni lungo la strada sino a Sepino, pratichino esatte e perenni perlustrazioni interessando in pari tempo i miei colleghi di Benevento e Caserta a fare lo stesso, per il tratto della consolare che rientra nelle rispettive giurisdizioni".

I FATTI DI CASALDUNI E PONTELANDLFO

Il generale De Sonnaz, per sedare la rivolta di Pontelandolfo, invia da S. Lupo un drappello di 45 uomini del 36’ fanteria, comandato dal tenente Cesare Augusto Bracci. Alle prime ore dell’alba del 10 agosto il tenente Bracci parte da Campobasso, ma, giunto in località Borgotello, è accolto da colpi di fucile. Un bersagliere rimane ucciso. Si dirigono poi a Pontelandolfo, ma circondati da numerosi partigiani a cavallo nei pressi della masseria Guerrera, si danno alla fuga in ordine sparso dirigendosi verso Casalduni. Inseguiti, sono costretti a uno scontro a fuoco. Due soldati rimangono uccisi. Nel frangente uno dei soldati, accusato il tenente Bracci di incapacità, gli spara col fucile uccidendolo. Tutti gli altri, tranne un sergente che si nasconde tra i rovi della boscaglia, si consegnano ai guerriglieri. Il Sergente partigiano Pica e i suoi uomini, ordinato ai prigionieri di mettersi in colonna, si dirigono verso Casalduni. I guerriglieri sono accolti da una folla festante. Tra la folla in piazza vi è anche il vice sindaco Nicola Romano, autore di brogli durante il plebiscito-farsa. Anche lui inveisce contro i prigionieri, ma, riconosciuto dalla folla, è legato ad un albero della piazza e fucilato. Per i prigionieri è istruito un processo sommario. Ne viene decisa la fucilazione, eseguita alle ore 22,30 del giorno 11.

La notizia degli avvenimenti di Casalduni arriva anche a San Lupo al liberale Iacobelli. Costui, alla testa di duecento guardie nazionali bene armate, si dirige verso la cittadina, ma accortosi che ogni strada è controllata dagli insorti, devia verso Morcone. Da questo luogo, invia al Cialdini un dispaccio, che in pratica decreta la fine di Pontelandolfo e Casalduni: "Eccellenza, quarantacinque soldati, tra i più valorosi figli d’Italia, il giorno 11 agosto 1861 furono trucidati in Pontelandolfo. Arrivati sul luogo vennero tenuti a bada dai cittadini fino al sopraggiungere dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma il popolo tutto accorse costringendoli a fuggire. Inseguiti si difesero strenuamente, sempre combattendo, fino a ritirarsi nell’abitato di Casalduni ove si arresero e passati per le armi. Invoco la magnanimità di sua eccellenza affinché i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d’esempio alle altre popolazioni del sud.

Il Cialdini ordina allora al generale Maurizio De Sonnaz che di Pontelandolfo e Casalduni " non rimanesse pietra su pietra ". Costui, il 13, col 18° reggimento bersaglieri, forma due colonne, una di 500 uomini al comando del tenente colonnello Negri, che si dirige verso Pontelandolfo, l’altra di 400 al comando di un maggiore, Carlo Magno Melegari, che si dirige verso Casalduni. Prima di entrare nei paesi, le colonne si scontrano con una cinquantina d’insorti, che però sono costretti a fuggire nei boschi dopo avere ucciso nel combattimento venticinque bersaglieri.

accompagnato dal De Marco, ha contrassegnato le case dei liberali da salvare, i bersaglieri entrati in Pontelandolfo fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono anche truppe ungheresi che si distinguono per loro immondi atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna alquanti abitanti sono riusciti a scampare al massacro trovando rifugio nei boschi.

Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. 11 soldato piemontese che la stava violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune che lo tiene legato al palo, è ucciso anche lui dai bersaglieri. Le pallottole spezzano anche la fune e Nicola Biondi cade carponi accanto alla figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro con il figlio in braccio mentre scappa, è bloccato dalle canaglie savoiarde, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.

Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, è il più esagitato. Dà ordini, grida come un ossesso, è talmente assetato di sangue che con la sciabola infilza ogni persona che riesce a catturare, mentre i suoi sottoposti sparano su ogni cosa che si muove. Uccisi i proprietari delle abitazioni, le saccheggiano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.

Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri, così descrive quell’episodio: "... il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo...".

Due giovani, di cognome Rinaldi, salvati dal De Marco perché liberali, alla vista di tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro compaesani e la loro città, consultatisi col padre, si dirigono verso il Negri. I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. A quelle scene di terrore e di orrore aprono però di colpo gli occhi. Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’Università di Napoli e si avviava all’avvocatura; il fratello maggiore era un buon commerciante di Pontelandolfo. I due fratelli sono accompagnati dal De Marco per protestare contro quel barbaro eccidio. Il Negri per tutta risposta dà immediatamente ordine di fucilarli tutti. Dieci bersaglieri prendono i Rinaldi, s’impossessano dei soldi che hanno nelle tasche e li portano nei pressi della chiesa di San Donato. l due fratelli chiedono un prete per l’ultima confessione. ma è loro negato. Sono bendati e fucilati. L’avvocato muore subito, mentre il fratello, pur colpito da nove pallottole, è ancora vivo. Il Negri lo finisce a colpi di baionetta.

Il saccheggio e l’eccidio durano l’intera giornata del 14. Numerose donne sono violentate e poi uccise. Alcune rifugiatesi nelle chiese sono denudate e trucidate davanti all’altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffia a sangue il viso di un piemontese; le sono mozzate entrambe le mani e poi è uccisa a fucilate. Tutte le chiese sono profanate e spogliate. Le sacre ostie sono calpestate. Le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati. Gli scampati al massacro sono rastrellati e inviati a Cerreto Sannita, dove circa la metà è fucilata.

A Casalduni la popolazione, avvisata in tempo, fugge. Rimane in repressione e qualche altro che pensa di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino, il 18° battaglione, comandato dal Melegari e guidato dal Jacobelli e da Tommaso Lucente di Sepino, circonda il paese. Il Melegari, attenendosi agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli, dispone a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna e attacca baionetta in canna concentricamente. La prima casa ad essere bruciata è quella del sindaco Ursini. Agli spari e alle grida, i pochi rimasti in paese escono quasi nudi da casa, ma sono infilzati dalle baionette dei criminali piemontesi. Messo a ferro e a fuoco Casalduni e sterminati tutti gli abitanti trovati. Dalle alture i popolani osservano ciò che sta accadendo nei due paesi, ma sono impotenti di fronte a tanto orrore.

A Pontelandolfo e a Casalduni, i morti superano il migliaio ma le cifre reali non sono mai svelate dal governo «italiano». Il "Popolo d’Italia", giornale filogovernativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità, indica in 164 le vittime di quell’eccidio, destando l’indignazione persino del giornale francese " La Patrie " e dell’opinione pubblica europea.

Il giornale fiorentino "Il Contemporaneo" pubblica alcune statistiche sui primi nove mesi della "libertà" piemontese nel Regno delle Due Sicilie: morti fucilati "istantaneamente" 1.841, fucilati "dopo poche ore" 7.127, feriti 10.604, prigionieri e arrestati 20.000, 3000 ex soldati deportati nel campo di concentramento di S. Maurizio (presso Torino), famiglie "perquisite" (saccheggiate) 2.903, case incendiate 918, paesi totalmente distrutti 14, paesi incendiati 5, chiese saccheggiate 12, sacerdoti fucilati 54, frati fucilati 22, comuni insorti 1.428, persone rimaste senza tetto 40.000.

Ai criminali assassini Cialdini, Negri, Melegari, Rossi e agli ungheresi, lo Stato italiano ha concesso onorificenze e medaglie d’oro. Questi criminali ancora oggi sono considerati e venerati come «eroi del risorgimento».

I martiri di Pontelandolfo e Casalduni sono, invece, completamente ignorati dallo Stato italiano, che però continua a perseguire i nazisti, che, al confronto con le canaglie savoiardopiemontesi, sembrano teppisti da oratorio.

                                                                                    

    

(ascolta la canzone di "Pontelandolfo " del gruppo musicale Stormy Six)

                                 

( di Antonio Pagano )