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PERCHÉ NESSUNA RICORRENZA NEL NOSTRO
PAESE E’ STATA IN GRADO DI FONDARE UNA COSCIENZA NAZIONALE ?
DAL 26 OTTOBRE 1860 AL 25 APRILE, COMPRESO IL 20 SETTEMBRE
(festa dell’istituzione dello statuto durante la monarchia )
- LE GRANDI DIFFICOLTA’ DI CREARE UNA VERA IDENTITA’
CONDIVISA
di Emilio Gentile
Secondo
molti studiosi, senza una memoria comune rielaborata
periodicamente attraverso le feste della nazione non può
esserci identità nazionale. Le feste nazionali rinnovano
nella collettività la coscienza di appartenere a una
comunità di storia, di ideali e di valori condivisi, al di
sopra delle differenze dei partiti che si avvicendano al
Governo. Nei centoquarantasette anni della loro vita come
cittadini di uno Stato nazionale, gli italiani non sono mai
riusciti a riconoscere in un evento della loro storia il
principio fondante di una memoria collettiva. La memoria
collettiva degli italiani è stata finora un luogo dì
conflitti provocai da valori, principi e ideali non
condivisi inclusa la stessa idea di nazione.
Le feste
nazionali istituite dalla monarchia, come la festa dello
Statuto e il 20 Settembre, furono sempre momenti di
conflitto fra gli italiani. Nel 1911, quando lo Stato
celebrò i primi cinquanta anni di unità gli italiani
cattolici, socialisti, repubblicani, nazionalisti e
internazionalisti, protestarono contro l’Italia monarchica
nella quale non si riconoscevano. Dopo la vittoria italiana
nella Grande Guerra, l’anniversario del 4 Novembre divenne
un altro momento di conflitto fra nazionalisti e
internazionalisti, fascisti e antifascisti, in una guerra
civile che si concluse con l’instaurazione dello Stato
totalitario. Nuovo regime, nuove feste. Che consacrarono
l’identificazione del fascismo con la nazione italiana. Alle
feste nazionali fu tolto il carattere conflittuale, come
agli italiani era stata tolta la libertà di pensiero, di
parola e di voto.
Dopo la fine
del fascismo, il nuovo Stato democratico conservò della
precedente storia italiana solo il 4 Novembre, accanto al 25
Aprile e al 2 Giugno, anniversario della Repubblica. Sulla
unità patriottica antifascista, i partiti antifascisti che
rifondarono lo Stato nazionale avrebbero potuto costituire
la memoria comune dell’Italia Repubblicana. Nel 1946,
celebrarono uniti il 25 Aprile. Poi la Guerra fredda, iniziò
una guerra civile ideologica fra gli Italiani Comunisti e
gli Italiani anticomunisti, che reciprocamente si accusarono
di essere traditori della Patria al servizio dello
straniero. L’anniversario del 25 aprile fu per decenni
identificato con il monopolio dell’antifascismo da parte dei
comunisti. Neppure l’anniversario dell’Unità d’Italia riunì.
gli italiani nella rielaborazione di una memoria comune.
Quando, nel 1961, il Governo democristiano celebrò i primi
cento anni di Unità, con la benedizione del Papa, che
attribuì a un disegno della provvidenza e agli auspici della
Chiesa l’unificazione degli italiani nella identità
cattolica della nazione, alte si levarono le proteste degli
italiani laici, liberali, radicali, comunisti, socialisti e
neofascisti. Poi, iniziò una lunga stagione di oblio della
nazione, negli anni più turbolenti della Prima Repubblica.
Le feste della nazione divennero scialbi cerimoniali finché
furono cancellate dalla memoria e dal calendario delle feste
civili. Solo il 25 aprile continuò a infiammare
periodicamente la guerra ideologica fra memorie
contrapposte. La presenza in Italia del più forte partito
neofascista d’Europa trasformò il 25 Aprile, da evento
storico della nazione, in una giornata di mobilitazione
permanente dell’antifascismo militante, contro la minaccia
di un fascismo perenne annidato ovunque nella società e
nello Stato Anticomunismo divenne sinonimo di fascismo Poi
fini la Guerra Fredda, il Partito comunista ripudiò il
comunismo, ma il 25 Aprile continuò a essere la giornata
dell’antifascismo militante. Come avvenne il 25 aprile 1994,
quando fu insediato il primo governo Berlusconi, del quale
facevano parte anche membri del partito neofascista,
diventato nel frattempo post fascista ripudiando il legame
col fascismo. Poi, l’antifascismo militante declinò. E con
esso la mobilitazione del 25 aprile. La rianimazione delle
feste nazionali, durante la presidenza di Carlo Azeglio
Ciampi, ha forse rinnovato la popolarità di un rituale, ma è
difficile dire se ha fondato una memoria nazionale comune.
Qualcuno ha proposto di fondare la memoria nazionale su una
storia comune condivisa. Ma ciò sarebbe possibile solo con
una rimozione collettiva delle differenze fra i valori, i
principi e gli ideali che hanno diviso gli italiani. Come
dire: i combattenti perla libertà e i combattenti contro la
libertà sono accomunati dal valore del combattimento, e
questo basta a riconoscere la pari dignità dei loro principi
e dei loro ideali. E difficile dire se una storia così
concepita sarà mai scritta, sacrificando la verità storica
sull’altare della memoria comune. Una verifica potrà essere
fatta fra tre anni, quando gli italiani celebreranno i
centocinquanta anni della nascita dello Stato nazionale.
Allora, forse, potremo scrivere un’altra pagina della nostra
immaginaria Storia d’Italia nel XXI secolo.
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E’ NECESSARIO Ricordare, ma al futuro
( CONOSCENDO IL PASSATO )
di Giovanni Jervis
I nostri rapporti col
passato sono meno semplici di quanto predichino le idee ricevute. I
neuro biologici insegnano che il dimenticare non è affatto un automatico
erodersi nel tempo delle tracce degli eventi ma un processo attivo,
precisando anzi che la cancellazione dei ricordi è operazione necessaria
per fare posto a nuovi apprendimenti; dal canto loro, i clinici che si
occupano delle sindromi post-traumatiche aggiungono che l’effetto
patologico più tipico dei gravi traumi non consiste affatto nel
rimuoverli dalla coscienza bensì nel fatto che non si riesce a
dimenticarli, al punto che la loro memoria si ripresenta immutata anche
a distanza di tempo, in vivissime e disturbanti riattivazioni di
immagini che sconvolgono il sonno e interferiscono con la vita
quotidiana. Gli psicoanalisti di oggi sono più consapevoli di un fatto,
che fu sottovalutato da Freud per la salute della nostra mente, il saper
dimenticare è altrettanto e forse perfino più importante che il saper
ricordare.
Ma la cosa più importante è ancora un’altra: saper rielaborare.
Anzi, il ripresentarsi
dolorosissimo dei ricordi tramati ci è proprio legato alla loro
impossibile elaborazione: sono ricordi indigeriti che persistono come
corpi estranei nella nostra mente.
Possiamo trarne qualche considerazione per i ricordi sociali ?
Nessun dubbio, anzitutto: la
presenza del passato ci dona qualcosa di cui abbiamo bisogno. Per
esempio, il sentimento dell’identità nazionale e la giusta fierezza per
questa identità, altra cosa dal nazionalismo - dipendono dal sentirsi
coralmente partecipi di una storia che è fatta di un tessuto fatto di
ricordi accettati e vissuti senza alterigia ma anche senza vergogna, di
ricordi dignitosi ereditati da tutti e rielaborati a ogni generazione.
In questo campo si ha
l’impressione che qualcosa manchi all’Italia: noi crediamo poco nella
dignità e unità della nostra storia. E’ forse un problema di rimozione
di eventi ? Per esempio rimuoviamo la breccia di Porta Pia, o
l’antifascismo, o il fervore della ricostruzione nel dopo guerra, o il
coraggioso rifiuto di trattare con i brigatisti in occasione dell’affare
Moro? E’ probabile di sì, ma non credo che sia una questione semplice:
gli eventi importanti del nostro passato non sono soltanto qualcosa da
tenere a mente, perché il tenere presente un’immagine o una formula, può
anche non insegnarci nulla.
Se mancano rielaborazioni
consapevoli non possiamo che vivere un dato ricordo, per esempio
l’immagine di Aldo Moro cadavere nella Renault, come un’icona immobile,
soltanto un po’ malinconica e come tale, forse, anche un po’ sterile.
E’ lecito,all’ora,
riproporre un dubbio dissacrante: non è che in Italia si pensa troppo
alle tradizioni del passato, e troppo poco alle sfide del futuro ? Molti
italiani sembrano restii ad accettare le sfide della modernità.
Non vorrei, insomma, che si
ripetesse la situazione che venne stigmatizzata da una battuta di un
viaggiatore inglese nell’Italia fine - Ottocento, il quale osservava che
nel nostro Paese c’erano più monumenti che bagni pubblici.
Oggi una cosa è certa: non abbiamo bisogno di un’aggiunta di monumenti.
Certo, non bisogna rimuovere
i ricordi sociali. Ma i ricordi non hanno bisogno di essere conservati
come effigi o come lapidi, hanno invece bisogno di elaborazioni
collettive, e anche di elaborazioni fiduciose e propositive. Altrimenti
restano come ricordi morti o come ricordi di morti e a questo punto non
possiamo dare intieramente torto a quei giovani, i quali ci dicono con
aggressiva franchezza che quel tipo di ricordi non hanno alcun
interesse.
Hanno torto?
Se rispondiamo loro
che scelgono la rimozione, temo che siamo noi a non aver capito il
problema.
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