B I O G R A F I A                  LA    TESTIMONIANZA   A  CURA  DEL  PROF.  

                              ALFONSO  SCIROCCO

 
 

Prof. Alfonso Scirocco

 

Napoletano, dal 1966 è titolare di Storia del Risorgimento presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Federico II di Napoli. E' stato relatore in molti congressi, collabora a importanti riviste. Fa parte del Consiglio di presidenza dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, della Commissione nazionale per la pubblicazione dei carteggi di Cavour e della Commissione per l'edizione nazionale degli scritti di Mazzini. E' presidente dell'Istituto campano per la storia del giornalismo e socio dell'Accademia Pontaniana e della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti di Napoli. Nel 1980 ha ricevuto il Premio Napoli per la meridionalistica.

 

Ha curato in particolare tre filoni di ricerca: il Mezzogiorno d'Italia prima e dopo l'Unità, la democrazia italiana nell'Ottocento, il ribellismo nella civiltà contadina.

Le ricerche sul Mezzogiorno d'Italia vanno dalla fine del Settecento alla prima metà del Novecento. Abbracciando un lungo periodo, tendono a precisare le effettive condizioni del paese tra il tramonto dell'antico regime e l'età della rivoluzione industriale, la formazione della borghesia come classe dirigente, la struttura dello Stato amministrativo, la vita delle province, i rapporti tra governo e governati, con una visione "globale" dei problemi, fondata su una ricca documentazione.

Le indagini sulla democrazia risorgimentale hanno il loro centro nello studio articolato del Partito d'Azione nei decenni a cavallo dell'Unità: prendendo come indispensabile riferimento le predominanti personalità di Mazzini e di Garibaldi, da una parte sono seguiti gli uomini che passano dalla cospirazione all'accettazione della prassi parlamentare, dall'altra è messa in evidenza l'attività dei repubblicani, che fanno sentire la loro presenza nella società italiana anche dopo l'Unità con l'impegno nel giornalismo e nella organizzazione operaia.

Alfonso Scirocco ha portato la sua attenzione sulle manifestazioni di protesta sociale nell'Italia dell'Ottocento, sui movimenti di massa, sul ribellismo contadino, sul brigantaggio, sui modi della repressione, rinnovando le antiche tematiche con l'adozione di più moderni metodi di lavoro.

L'ampia conoscenza delle vicende dell'Ottocento gli ha permesso di tracciare un disegno complessivo del cammino dell'Italia dalla divisione politica esistente nell'età napoleonica alla formazione del regno unitario, completata con la proclamazione di Roma capitale nel 1871. Il volume L'Italia del Risorgimento tiene conto delle recenti interpretazioni critiche, individuando tre aree tematiche fondamentali (l'organizzazione degli Stati preunitari e dello Stato unitario, i rapporti tra governo e paese reale, la strutturazione della cultura e del consenso), e operando una mediazione tra la più puntuale storia politica e le acquisizioni della storia della società e delle istituzioni, con una forte accentuazione degli aspetti giuridici ed istituzionali.

Le ragioni e la validità dell'unità d'Italia portata a compimento nell'Ottocento, e le possibili analogie con l'attuale cammino degli Stati nazionali verso l'unità europea sono il motivo dell'agile saggio In difesa del Risorgimento.

 

Principali pubblicazioni:

 

Governo e paese nel Mezzogiorno nella crisi dell' unificazione (1860-1861), Milano, Giuffré 1963, pp. VIII-404 (seconda ediz., Napoli, SEN 1981).

 

I democratici italiani da Sapri a Porta Pia, Napoli, ESI 1969, pp. 550.

 

Politica e amministrazione a Napoli nella vita unitaria, Napoli, ESI 1972, pp. 255.

 

Democrazia e socialismo a Napoli dopo l'Unità (1860-1878), Napoli, Libreria Scientifica Editrice 1973, pp. VIII-357.

 

Il Mezzogiorno nell'Italia unita (1861-1865), Napoli, SEN 1979, pp. 264.

 

Dalla seconda restaurazione alla fine del regno, in Storia del Mezzogiorno, vol. IV, Roma, Edizioni del Sole 1986, pp. 643-789.

 

Il periodo 1815-1870, in La storiografia italiana degli ultimi vent'anni, Atti del congresso di Arezzo del 1986 della Società degli storici italiani, Roma-Bari, Laterza 1989, pp. 3-33.

 

L'Italia del Risorgimento, Bologna, Il Mulino 1990, pp. 476 (II ediz. ampliata 1993, pp. 506).

 

Briganti e società nell'Ottocento: il caso Calabria, Lecce, Capone 1991, pp. 171.

 

In difesa del Risorgimento, Bologna, Il Mulino 1998, pp. 200.

 

Articoli e saggi più recenti:

 

I sovrani e le riforme, in L'Italia fra rivoluzioni e riforme (1831-1846), Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano 1994, pp. 53-109.

 

Banditismo e repressione in Europa in età moderna, in Fra storia e storiografia. Scritti in onore di Pasquale Villani, Bologna, Il Mulino 1994, pp. 413-425.

 

Brigantaggio e politica in Calabria dopo il moto cosentino del 15 marzo 1844: Talarico re della Sila, "Rassegna Storica del Risorgimento", 1995, fasc. III, pp. 5-18.

 

Collegi e licei del Mezzogiorno (1806-1860), in Storia delle istituzioni educative in Italia tra Ottocento e Novecento, Milano, Comune di Milano 1996, pp. 7-21.

 

Ferdinando II di Borbone, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 46, Roma 1996, pp. 226-242.

 

Prefazione a G. Addeo, L'albero della libertà nella repubblica napoletana del 1799, Napoli, Loffredo 1997, pp. 9-15.

 

Ruggero Bonghi sul Lago Maggiore: Vittoria Cima, in Bonghi, Butler, D'Azeglio, Giovanetti, King, Rossi, Regina Vittoria. Storie di terra, storie di lago, Novara, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano 1997, pp. 115-154.

 

Francesco De Sanctis segretario della Commissione di Pubblica Istruzione nel 1848-49 ed una ispezione al collegio di Avellino, in Filosofia e storia della cultura. Studi in onore di Fulvio Tessitore, voll. 3, Napoli, Morano 1997, vol. II, L'età contemporanea, pp. 651-660.

 

Tra brigantaggio politico e banditismo nel 1815 nel Mezzogiorno, in Per la storia del Mezzogiorno medievale e moderno. Studi in memoria di Jole Mazzoleni, Roma, Ministero per i beni culturali e ambientali, 1998, pp. 859-875.

 

Echi dei fatti siciliani del 1848 nella stampa napoletana, in "Clio", a. XXXIV, n. 4, ottobre-dicembre 1998, pp. 549-572.

 

 

http://www.storia.unina.it/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il corpo di spedizione comandato da Fanti aveva sconfitto l’esercito pontificio a Castelfidardo il 18 settembre, il 29 si era impadronito della piazzaforte d’Ancona, dove il re aveva assunto il comando supremo e aveva ricevuto una deputazione di meridionali, che lo invitava a entrare nel regno, quindi aveva varcato il confine penetrando nell’Abruzzo. Garibaldi, riferendogli della vittoria sul Volturno. aveva sollecitato a passare la frontiera e a inviare delle truppe a Napoli, consapevole della debolezza della sua posizione. Del resto alcuni reparti di bersaglieri, imbarcati sulle navi da guerra alla fonda nella capitale come fanteria di marina, avevano partecipato alle ultime fasi della battaglia.

La Dittatura aveva i giorni contati. L’unico dubbio riguardava il modo di cedere il potere e la possibilità di negoziare con la monarchia sabauda delle concessioni politiche in cambio del regno Due Sicilie. L’arbitro assoluto era Garibaldi. Intorno a lui si svolse la lotta tra i moderati, fautori dell’annessione incondizionata attraverso un plebiscito, e i democratici, che proponevano l’elezioni di un’assemblea che stabilisse le condizioni dell’unione al Piemonte. Il 5 ottobre Mordini, prodittatore in Sicilia, decretò autonomamente le elezioni nell’isola.

A Napoli le opinioni si divisero. Il prodittatore Pallavicino insistette per il plebiscito, e promulgò l’8 ottobre un decreto che fissava la consultazione per il 21, al solo scopo di accettare o respingere l’annessione «per sì, o per no»; i democratici, da Mazzini, a Cattaneo. a Crispi, fecero pressioni per abbinare a esso l’elezione dell’assemblea. Garibaldi doveva sancire il decreto, o sconfessarlo. Sembrò volta a volta convinto delle tesi opposte che gli venivano prospettate, non riuscendo a deporre la speranza di liberare Roma, se avesse conservato per qualche tempo il potere. Non aveva altre vedute. Le sue convinzioni nei riguardi di Vittorio Emanuele erano state replicatamente esposte, e l’invito ad accogliere i piemontesi come fratelli (pubblicato sul «Giornale Officiale di Napoli» del 29 settembre) non lasciava dubbi. Inoltre a Torino la Camera dei deputati, riunita agli inizi d’ottobre, avallò la linea cavouriana dell’annessione.

Le posizioni contrastanti vennero a confronto l’11 ottobre, durante un’animata riunione presso Garibaldi a Caserta. La questione restò sospesa. Il 12 a Napoli ci fu una grande dimostrazione popolare per il sì. Pallavicino diede le dimissioni. Il Dittatore abbandonò il quartier generale per presenziare nella capitale a una riunione del Consiglio dei ministri. Si dichiarò scontento dell’operato del governo, che si dimise. Si apriva una crisi politica, mentre i moderati provocavano manifestazioni contro Mazzini, accusato di fomentare la discordia. Il 13 Garibaldi, indignato perché «si era gridato morte a questo, morte a quello, ai miei amici» tenne un ultimo discorso pubblico. Nel pomeriggio convocò i principali esponenti moderati e democratici. Aveva ricevuto una lettera del re, che si congratulava per la vittoria del Volturno. Il rinvio della consegna del regno alla monarchia sabauda non aveva una plausibile ragione. Al termine di un animato dibattito, Garibaldi approvò la rinunzia all’assemblea.

Le votazioni per il plebiscito si tennero il 21 ottobre. Nel Mezzogiorno i sì furono 1.302.064, contro 10.312 no; in Sicilia 432.053, contro 667. Il giorno prima al Macerone Cialdini aveva sbaragliato il generale borbonico Scotti Douglas e si era aperto il passo verso il Volturno. Garibaldi il 25 passò il fiume con lo stato maggiore e alcune migliaia di volontari su un ponte di barche, lanciato dai volontari inglesi.

All’alba del 26 Ottobre, si fermò presso Teano, al bivio di Taverna Catena, presso una casa rustica e una dozzina di pioppi. Passavano in lunga fila le truppe regie. Nella tristezza del paesaggio autunnale, le bande dei reggimenti che suonavano musiche marziali davano una nota di allegria. Il generale Della Rocca si fermò a conversare col Dittatore.

Quando improvvisamente — ricorda Alberto Mario — una botta di tamburi troncò le musiche e s’intese la marcia reale. — Il Re!, disse Della Rocca.

- Il re! Il re!, ripeterono cento bocche [...]. Il Re, coll’assisa di generale, in berretto, montava un cavallo arabo storno, e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di servitori [...]. Disotto al cappellino Garibaldi s’era acconciato il fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e la tempia dalla mattutina umidità. All’arrivo del Re, cavatosi il cappellino, rimase il fazzoletto. Il re gli stese la mano dicendo — Oh, vi saluto, mio caro Garibaldi: come state? E Garibaldi: Bene, Maestà, e Lei? E il re: Benone! Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe, gridò: Ecco il re d’Italia! E i circostanti: Viva il re!

Vittorio Emanuele si trattenne un po’ in disparte a colloquio col generale. Poi si avviò, cavalcando, con Garibaldi a sinistra. A venti passi di distanza seguivano alla rinfusa gli ufficiali garibaldini in camicia rossa e quelli dell’esercito regolare nelle eleganti divise.

Nelle vicinanze di Teano si separarono. Il re proseguì per la cittadina, dove i cuochi lo avevano preceduto per preparare il pranzo. Garibaldi prese una via laterale. Si fermò in un casolare. Pranzò «seduto su una pancuccia, a due passi dalla coda del cavallo: stavagli davanti un barile in piedi, sul quale gli fu apprestata la colazione. Una bottiglia d’acqua, una fetta di cacio e un pane. L’acqua per giunta infetta».

Il giorno dopo, a Jessie White Mario, che chiedeva provvedimenti per i feriti, disse tristemente: «Signora, ci hanno messi alla coda!». Il re gli aveva comunicato che le operazioni di guerra sarebbero state continuate dall’esercito regolare. I corpi volontari ancora utilizzati sarebbero stati comandati da Della Rocca.

Per il conquistatore dì un regno gli ultimi giorni furono un susseguirsi di amarezze. «Si voleva godere il frutto della conquista, ma cacciarne i conquistatori», fu il suo giudizio. In realtà Cavour aveva fretta di mostrare alla diplomazia che l’avventura rivoluzionaria in Italia era finita. Era urgente ristabilire a Napoli l’ordine politico-sociale garantito da un governo universalmente riconosciuto, mettere fine a una situazione anomala, quale era la dittatura, e rendere vane le minacce per Roma. In questo senso l’intransigenza verso Garibaldi e i garibaldini mostrata a Napoli dal re e dal suo entourage aveva un’incontestabile validità. Non fu, però, accettabile l’ostentazione di questa intransigenza, il silenzio sui Mille e il loro duce in tutti gli atti compiuti in quei giorni in nome della monarchia, il gretto spirito burocratico con cui furono trattate le camicie rosse, l’in-sensibilità ai sentimenti di Garibaldi mostrata da Cavour con l’invio al fianco del re di Fanti e Farmi, considerati da lui suoi nemici personali: Farmi si gloriò di non avere stretto la mano al Dittatore.

Così, fu il solo Garibaldi a dare un segno di riconoscenza ai volontari. Il 31 ottobre, a Napoli, nella piazza del Palazzo Reale, consegnò alle formazioni ungheresi le bandiere donate dalle donne napoletane, e il 4 novembre distribuì ai Mille di Marsala (ne erano presenti 426) la medaglia decretata dal municipio di Palermo. Il 6 a Caserta, davanti alla Reggia, passò in rassegna le formazioni che avevano combattuto la guerra vittoriosa. Il re aveva promesso di assistere a questo atto solenne. Non si presentò. Il comandante Forbes sostenne che era impegnato in un convegno galante a Capua (caduta il 2); più probabilmente, dai suoi consiglieri fu dissuaso dal convalidare l’opera della rivoluzione. Garibaldi non ricambiò le scortesie.

Il 7 novembre fu al fianco di Vittorio Emanuele, che fece l’ingresso ufficiale a Napoli, accompagnandolo nell’itinerario di prammatica, alla reggia e al Duomo. L’8, nella sala del trono del Palazzo Reale, presentò al nuovo re i risultati del plebiscito; per cortesia, prese parte al successivo ricevimento. La sua autorità cessava. Aveva chiesto di rimanere nel Mezzogiorno per un anno come luogotenente: gli fu negato, per le valide ragioni politiche che conosciamo; aveva chiesto che il suo esercito non fosse disperso: anche questo gli fu negato, per ragioni meno plausibili.

Gli furono offerte cariche e prebende, che, secondo il solito, rifiutò: il collare dell’Annunziata (massima onorificenza del regno, conferita al Pallavicino), un titolo nobiliare, la promozione a generale d’armata, un castello, una nave, una tenuta per Menotti, una dote per Teresita, la nomina di Ricciotti ad aiutante di campo del re.

Partì, mesto, all’alba del 9. «Ecco, Persano — confidò all’ammiraglio —, degli uomini si fa come degli aranci; spremutone il succo fino all’ultima goccia, se ne getta la buccia in un canto». Andò sullo Hannibal a salutare l’ammiraglio Mundy. Poi s’imbarcò sul piroscafo americano Washington. Lo accompagnavano Menotti, Giovanni Basso, Giovanni Froscianti, Luigi Gusmaroli, Luigi Coltelletti, Pietro Stagnetti. Delle ricchezze del regno portava qualche centinaio di lire (messe da parte da Basso a sua insaputa), alcuni pacchi di caffè e di zucchero, un sacco di legumi, un sacco di sementi, una balla di merluzzo secco.

L’incontro nei pressi di Teano, coi due cavalieri in primo piano, e il passaggio della carrozza tra la folla e gli archi di trionfo nell’ingresso a Napoli, coi due protagonisti, quello che usciva di scena e quello che gli subentrava, erano stati illustrati a piena pagina da tutte le riviste italiane e straniere, ed erano stati il tema di litografie colorate di larga diffusione. Il «Punch» lo aveva definito l’incontro di «due re».

Minore evidenza ebbe la partenza dell’Eroe. «The Illustrated London News», con spirito patriottico, dedicò una tavola a tutta pagina all’ultimo incontro con l’ammiraglio Mundy, che aveva fatto sentire con abilità la simpatia dell’Inghilterra; le stampe popolari lo mostrarono mentre dalla barca diretta alla nave salutava la folla che Io acclamava dai natanti e dal molo. Sulla drammatica epopea dei Mille calava il sipario. Per il «Punch», mentre Vittorio Emanuele cavalcava verso il trono, Garibaldi, «solo, prendeva possesso di un trono più alto e di una più nobile corona» .  

 

               " ANCORA UNA TESTIMONIANZA   A   FAVORE   DI

                                    "   TAVERNA  CATENA "