dove GARIBALDI  per primo salutò il  RE   D’ITALIA  

 

   Liberamente tratto dal Volume celebrativo del 26 Ottobre 1982

 

    Nel 26 ottobre 1860 — si legge nella storia — avvenne a Teano l’incontro di Vittorio Emanuele Il° con Garibaldi. I due grandi fattori del Risorgimento si strinsero la mano, e il sovrano per la prima volta fu acclamato « Re d’ Italia »:

 

     una scena altamente suggestiva che ben simboleggia lo straordinario momento in cui veniva miracolosamente toccata l’unità della nazione.

 

       Questo il memorabile evento a cui è legato il nome della città di Teano, nei pressi della quale esso si svolse. (solo ed esclusivamente nei pressi). Ma stupisce rilevare che a celebrarlo siano state apposte lapidi e stele in due diverse località, che si contendono ciascuna l’onore di essere riconosciuta come vero e preciso luogo dell’ incontro.

         Le località si denominano: « Taverna della Catena » e « Ponticello di San Cataldo ».

 

        La prima è presso il quadrivio dello stesso nome (v. carta I. G. M. al 25 ooo). La seconda si trova cinque chilometri distante, sulla strada che porta a Teano, a 6oo metri circa dalla chiesa di Borgonuovo (questa segnata sulla carta al 25 ooo), un centinaio di metri dopo il Ponticello che segna il confine fra i territori di Caianello e di Teano.

 

        Il quadrivio della Catena comunemente veniva anche denominato «di Caianello» per il fatto che nel passato tutti i terreni della zona facevano parte del feudo del duca di Caianello; ma si trova, come la Taverna, in territorio del comune di Vairano Patenora (il territorio di Caianello peraltro ha inizio ad un centinaio di metri a sud e ad ovest).

 

        Ancora nel 1907, la Stazione Carabinieri di Caianello aveva sede nell’edificio stesso dell’antica « Taverna della Catena ».

 

        La viciniore stazione ferroviaria, in esercizio dal 1886, si è chiamata Caianello­ - Vairano per oltre mezzo secolo. Ora la sua denominazione è Vairano-Caìanello essendosi riconosciuta la priorità per giurisdizione e per importanza di Vairano rispetto al comune limitrofo. La borgata che è sorta nei pressi si chiama Vairano Scalo.

 

        È poi da notare che dalla zona del quadrivio non sono visibili nè l’abitato di Vairano, occultato dal Monte S. Angelo, nè quello di Caianello, frazionato in piccoli villaggi na­scosti in anfratti boscosi.

 

     

        A chi percorre le strade che dal nord convergono al quadrivio, specie quella di Venafro, si mostra invece evidentissimo il paese di Presenzano, sito in posizione dominante su un contrafforte del Monte San Leonardo. Sicchè taluno può aver creduto che detto paese fosse Caianello.     È anche da osservare che per raggiungere il quadrivio da Presenzano, la via diretta più breve e più agevole è proprio la grande strada proveniente da Venafro. Si può anche arrivarci prendendo la strada proveniente da Cassino, ma il percorso risulta notevolmente più lungo - circa dodici chilometri invece di sette - (v.carta stradale del T. C. I. scala 1 : 200. 000).

 

        Precisiamo che il famoso quadrivio nel 1860 era costituito (v. «Carta delle provincie meridionali », ed. 1861): dalla grande via « consolare » che proveniva da Venafro, prose­guiva salendo a Teano, successivamente tornava in pianura e raggiungeva Capua passando per Calvi e dalla strada proveniente da Cassino (allora denominata San (Germano) la cui continuazione verso sud si poteva considerare la via che, dopo il quadrivio, tocca Taver­nanuova e in seguito si ricongiunge alla « consolare » per Capua. Attualmente la strada Càssino - Capua è la statale n. 6 (Casilina).  

        Al tempo presente l’antico quadrivio ha cambiato aspetto e praticamente è diventato un bivio, riguardo alle grandi vie di comunicazione. Soltanto la strada da Venafro e quella che va verso Tavernanuova hanno conservato la vecchia sede, L’ultimo tratto della strada da Cassino è in sede nuova, mentre il primo tratto della strada per Teano coincide con la via per Tavernanuova (vedi Carta del T. C. I. Ediz. 1963,).

 

        A proposito di nomenclatura è bene ricordare che il termine « bivio > si usa comu­nemente e lecitamente anche per indicare un quadrivio « Perciò quando taluni testi­moni dell’ incontro chiamano « bivio» il quadrivio della Catena, non c’è affatto da scan­dalizzarsi, come fa chi (Boragine) sostenendo la tesi « San Cataldo », scrive: « Sarebbe fare ingiuria atroce al Mario, all’Abba, al Missori, al Cariolato ed altri molti, che parlan di bivio, il voler supporre che con questo nome essi abbiano voluto indicare.., quello che è un quadrivio ».

 

        E si gioca sull’equivoco se si pretende di affermare che coloro i quali parlano di « bivio » (o addirittura « gran bivio ») non si riferiscono al citato quadrivio ma alludono a qualche altro « bivio « esistente o sulla strada verso Teano oppure a Tavernanuova.

        Abbiamo indugiato in considerazioni di carattere topografico poiché - come in al­tri casi soltanto la realtà geografica può fornire una base sicura e non opinabile per la ricerca della verità storica. Oggi poi la fotografia aerea consente di mostrare e documen­tare tale realtà in modo quanto mai evidente e convincente.

 

        Prima di procedere all’ indagine critica sulle tesi in contrasto vien fatto di chiedersi se esiste una documentazione ufficiale sull’avvenimento. È da dire in proposito che si è incominciato male, poichè la prima notizia dell’ incontro risulta in uno strano dispaccio, datato 27 ottobre da S.Maria Capua Vetere, inviato dal generale garibaldino Milbitz al collega generale Tùrr che si trovava a Napoli. Il messaggio era cosi redatto: «Ieri mattina il Re Vittorio Emanuele si trovava alla testa di quattro divisioni a Montecroce: ivi s’ incontrò col Dittatore ».

        Nella zona esiste un Montecroce o Monte S. Croce che è la cima più alta (m. 1006) del massiccio vulcanico detto di Roccamonfina, sul cui versante orientale sono sparsi una ventina di villaggi e paesi piccoli e grandi, il maggiore dei quali è Teano. Se è quello che si è voluto designare, non si comprende il perchè di un riferimento così impreciso (vedi Carta).

        Una più soddisfacente spiegazione si può prospettare ricordando che in alcuni dialetti meridionali per indicare un quadrivio si diceva un « capocroce ». Se allora con la « voce del fante » giunse al Milbitz la prima notizia dell’ incontro come avvenuto « al capocroce », il generale, considerando nome proprio detta denominazione antonomastica, e non trovando alcun « Capocroce» sulla carta della zona, potè credere di identificarlo con « Montecroce ».  

  

        Anche in seguito le notizie ufficiali non furono mai chiare, nè esaurienti, per quanto sia stata intrapresa, già a pochi anni di distanza dal fatto (1864), la ricerca di elementi di documentati atti al fine di localizzare con precisione l’incontro.

 

       Nel 1891, alla richiesta di un comitato, costituitosi in Teano per ricordare degnamente l’avvenimento, il ministro della guerra rispondeva: « Questo Ministero ha fatto attentamente consultare tutti i documenti relativi alla campagna del 1860 nelle provincie meridionali, e i diari della campagna stessa, che esistono negli archivi del Corpo di Stato Maggiore, ma non venne trovata alcuna notizia la quale accenni all’ incontro del Re Vittorio Emanuele con Garibaldi in Teano ».

 

       Nell’anno 1907, all’ insegnante teanese Vincenzo Boragine, solerte segretario del comitato predetto, l’Ufficio Storico del Regio Esercito si limitò a fornire copia di diari sto­rici riguardanti i movimenti delle truppe piemontesi nei giorni 25 e 26 ottobre 1860, senza far cenno dell’incontro del re con Garibaldi.

 

       Nel 1909 comparve finalmente uno studio, non ufficiale ma di particolare valore per l’appartenenza del compositore — capitano Giulio Del Bono — all’ Ufficio Storico del R. Esercito: era intitolato - L’incontro fra il Re Vittorio Emanuele II e il gen. Garibaldi il 26 ottobre 1860 ». Pubblicato in un fascicolo delle « Memorie storiche militari » edite a cura dello stesso Ufficio Storico, vi veniva divulgata per la prima volta la seguente nota, tratta dal « Diario storico dell’Armata di occupazione delle Marche e dell’ Umbria »:

 

« 26 ottobre - A Taverna della Catena S. M. il Re, che col suo quartier generale marcia colle truppe del IV corpo, è incontrato dal generale Garibaldi ». 

           ( vedi filmato con la testimonianza della contessa Erika Garibaldi ) 

       

       Il capitano Del Bono, che era a conoscenza delle ricorrenti polemiche sul luogo dell’incontro, si procurò e pubblicò anche una probante documentazione a sostegno della tesi «Taverna della Catena » e a confutazione dell’altra « Ponticello di San Cataldo ».

 

        Ma il ricordato prof. Vincenzo Boragine, ostinato propugnatore della seconda tesi, non si diede per vinto, e nel 1914 pubblicò a sua volta un nutrito « studio storico-critico » su « Lo storico incontro di Vittorio Emanuele e Garibaldi », nel quale concludeva che la tanto discussa località doveva essere appunto il ponticello di San Cataldo, sulla via che dal quadrivio porta a Teano, circa 200 metri prima della chiesa di Borgonuovo (questa indicata nella carta al 25ooo).

 

         Da notare subito che tra l’abbondante documentazione raccolta dal Boragine alcune testimonianze risultano pienamente attendibili, ma sono state dall’autore dello « studio> (poco storico e malamente critico) interpretate in modo arbitrario ed erroneo (come già visto e come ancora si dimostrerà in seguito); altre dichiarazioni appaiono di scarsissimo o di nessun valore e vanno scartate senza esitazione.

 

        Passa ancora una dozzina d’anni e nel 1926 vede la luce una pubblicazione ufficiale del

« Ministero della Guerra - Stato Maggiore del R. Esercito - Ufficio Storico », dal titolo << L’assedio di Gaeta e gli avvenimenti militari del 1860 -1861 nell’Italia Meridio­nale, compilata a cura del colonnello Cesare Cesari.

 

       Il Cesari, che pure conosceva la « memoria >> del capitano Del Bono, forse suggestionato  dall’appassionato studio del prof. Boragine, accetta integralmente le conclusioni del secondo - senza peraltro giustificare la sua scelta —

-        scrivendo:         

« In quello stesso giorno (26 ottobre 1860) presso il ponticello di San Cataldo, a circa 200 metri dalla chiesa di Borgonuovo, dove la strada di Caianello dopo la salita di San Nicola fa un gomito che gira verso Teano, aveva luogo quello storico incontro fra Vittorio Emanuele e Garibaldi, che segnava l’unione di due eserciti e di due regni. Qui Re Vittorio fu salutato dal Dittatore col titolo di Re d’ Italia, I due Grandi, dopo un breve colloquio proseguirono insieme per Teano, dove giunti si separarono.

 

In fondo alla pagina è riportata la seguente nota:

 

         « Sulle polemiche suscitate dai cronisti per l’accertamento topografico del luogo dove avvenne il famoso incontro, e sulle conclusioni corrispondenti alla più esatta documentazione, vedere il libro del prof. Vincenzo Boragine « Lo storico incontro di Vittorio Emanuele Il e Garibaldi)) - S. Maria C. V. 1924. V. anche, cap. Del Bono, « L’incontro di V. E. Il col Gen. Garibaldi il 6 ottobre 1860» (in Mcm. St. Milit. U. 5. Vol. I).

          Altre comunicazioni sull’avvenimento, fornite dagli uffici ministeriali negli anni più recenti, si richiamano alle pubblicazioni ora ricordate, senza pronunciarsi esplici­tamente e definitivamente per l’una o per l’altra tesi.

          Per inquadrare con precisione l’avvenimento nel tempo e nell’ambiente in cui si svolse rifacciamoci alla situazione generale di quei giorni che — in ordine alla dislocazione degli eserciti — era la seguente:

Le truppe borboniche, appoggiate alle fortificazioni di Capua e di Gaeta, dominavano la zona tra queste due città.

          Le truppe piemontesi, costituite dal IV° corpo d’armata (generale Cialdini) e dal V corpo d’armata (generale Della Rocca) provenienti dall’Abruzzo per la strada di Ve­nafro, il giorno 5 si accamparono: il IV° corpo ad ovest di Presenzano, nei pressi della strada San Germano-quadrivio; il V corpo a est di Presenzano, in località Tavernole, sulla strada Venafro-quadrivio.

          Re Vittorio Emanuele pernottò a Presenzano, nel palazzo Del Balzo.

          Il mattino dello stesso giorno 25 le truppe garibaldine passarono il Volturno su un ponte di circostanza gettato alla cosiddetta « scafa di Formicola », tra S. Angelo in Formis e Triflisco. Erano costituite da una aliquota della divisione « Bixio », dalle brigate «Eber » e « Milano e da una aliquota della divisione «Medici », questa essendo stata disposta a guardia contro una eventuale sortita dei borbonici da Capua.

          I garibaldini si diressero, per Pignataro e Calvi, a Zuni dove giunsero verso mezzo­giorno. Dopo tre ore di sosta proseguirono fino all’altezza di Caianello e si accamparono per la notte tra il bosco e la strada Calvi - quadrivio (presso l’attuale km 174 della via Casilina).

 Tale dislocazione rispondeva al concetto di proteggere l’esercito piemontese ca sor­prese provenienti da sud.

 Si presume che Garibaldi abbia dormito la notte sul 26 alla Taverna Ceraselle, sulla strada predetta, ad un chilometro circa dal quadrivio.

Esaminiamo ora i più attendibili tra gli scritti che trattano dell’ incontro del re con Garibaldi.

    Una relazione molto particolareggiata e precisa è quella del garibaldino Alberto Mario, il quale così descrive il suo cammino dal sud verso il quadrivio.

«Noi, percorrendo attraverso i campi e sui primi abbozzi di una via ferrata l’ ipotenusa del gomito descritto dalla strada, ci arrestammo ad un bivio per attendervi Garibaldi.

          Proveniente da Venafro sfilava verso Teano l’esercito settentrionale, e la banda di ciascun reggimento, dipartendosi dalla testa di colonna, sostava da lato a rallegrarne il passaggio con musiche marziali; quindi le si ricongiungeva alla coda.

         « Il sito d’ intersezione delle due strade era abbastanza capace, e l’adornavano una casa rustica e una dozzina di pioppi. Terreni arati all’ intorno e radi alberi e viti ingiallite dall’autunno cadente; pianura uniforme e uggiosa

 Non tardò guari a giungere Garibaldi: scese di sella, si pose sul davanti a guardare la truppa con lieta pupilla ».

 

         Notare che il « bivio » indicato nel primo periodo viene poi meglio descritto quale « sito di intersezione delle due strade »: si tratta quindi di un quadrivio. Da notare inoltre che si parla soltanto della via di Venafro, quale provenienza dell’esercito settentrionale.

       E'  importante il particolare che il Mario, venendo da Calvi, giunto all’altezza di Masseria Taverna Nuova ha proseguito verso Taverna Catena passando per la scorciatoia costituita dai « primi abbozzi di una via ferrata », via ferrata che portava esattamente al ripetuto quadrivio, e non certo alla Chiesa di Borgonuovo. Anche l’accenno alla « pianura uniforme e uggiosa » esclude il terreno collinoso della zona Borgonuovo-San Cataldo . –

 

         Un altro testimone dell’ incontro, il garibaldino Giuseppe Cesare Abba, scrittore delle «Noterelle di uno dei Mille » così si espresse quando ne fu richiesto:

          « Il punto preciso dell’ incontro mi pare sia stato il bivio che, nella carta del 1789 (dello Zanoni), è segnato col nome di Taverna della Catena. I garibaldini vi erano giunti dal Bosco di Caianello in una breve marcia di forse un’ora e mezzo. Nelle mie noterelle d’uno dei mille sotto la data del 26 ottobre io scrissi bivio, anzi gran bivio, forse impressionato soltanto dalla visione delle due strade, che si partivano da quel punto verso nord; e bivio scrisse il generale Belli e bivio leggo nel foglio, in cui è riportato dell’ Ufficio Storico il brano di Alberto Mario. Bivio chiamò pure quel punto, nel diario, il comandante del 70° battaglione bersaglieri, che vide là i garibaldini in numero di tremila circa. E vi erano »

 

          Lo stesso Abba, in una lettera scritta al prof. Boragine precisava qualche altro particolare  su cui torneremo presto — scrivendo:

          « Ricordo che il Re giunse quasi improvvisamente... Noi della brigata “Eber” non vedemmo che per un tratto il Re e il Dittatore camminare, dopo il colloquio, sulla via di Teano ».

 

        Il garibaldino Abba apparteneva alla brigata « Eber », e il diario della brigata reca le seguenti note.

       

        « 26 ottobre, 5 ant. - la brigata passa il Volturno sul ponte costruito durante la notte in faccia ai molini, e prende la via delle montagne che lungheggio (sic), passa per Pignataro arriva a Zuni al ½ giorno, dove riposa 3 ore, poscia progredisce sulla via consolare fino a Caianello (dove giunge alle 8 pom.), pernotta fra la strada ed il bosco » -  27 ottobre, ore 6 - parte la brigata e continua a marciare sulla via consolare fino alla Taverna della Catena (ove giunge alle 10,12 e fa sosta per qualche ora), alle 12 meridiane però riceve ordine di ripartire e retrocedere fino a Zuni »

    Il generale Enrico Della Rocca, comandante del V° corpo d’armata, nella « Autobiografia di un veterano » scrive:

        « Lasciando Venafro per Alife, dopo circa due ore di marcia mi imbattei nel generale Garibaldi, seguito da un aiutante di campo che andava in cerca del Re. Gl’indicai dove avrebbe potuto trovarlo, ci stringemmo la mano e si stette qualche tempo in cordiale colloquio,..

 Seppi poi che aveva incontrato il Re a Quadriglia, e che per il primo fervorosamente lo aveva salutato e proclamato Re d’ Italia >>

 

Nel brano sopra riportato si notano due inesattezze, facilmente correggibili. Il Della Rocca la mattina del 26 ottobre partì non da Venafro, ma da Sesto Campano dove aveva pernottato con il suo quartier generale. La distanza tra Sesto e il quadrivio è di circa dieci chilometri, perciò può essere stata effettivamente percorsa in circa due ore di marcia.

 

L’altro sbaglio è la denominazione di Quadriglia data al « quadrivio ». Non esistendo alcuna località di questo nome è da credere si tratti della errata lettura della parola « quadrivio » male trascritta.

 

La stessa errata denominazione si trova nei « Diari delle campagne 1848-56-66 >> posti in appendice ai « Ricordi di Michelangelo Castelli » scritti dal Solaroli. E probabile che l’uno scrittore abbia copiato l’errore dall’altro. Così scrive il Solaroli:

 

« 26 ottobe, alle 6 ant. - il Re discese a piedi dal castello di Presenzano, non si poteva andarvi a cavallo, e disse, montando a cavallo: Vengano con me quelli che sono di servizio gli altri vadano ad aspettarmi a Teano “. il Re marciò colla colonna delle truppe, ed io con tutti gli altri andammo direttamente a Quadriglia, dove trovammo Garibaldi che era là ad aspettare».

 

                                                                                                                                                                   * * *

Un testimone oculare dell’ incontro, di massima attendibilità poichè ne ha scritto, in una lettera al fratello, il giorno successivo (27 ottobre 1860), è il colonnello di artiglieria Genova di Revel il quale si trovava al seguito del re. La lettera, datata da Teano, è riportata nei ricordi «Da Ancona a Napoli >> e dice:

« Ieri, prima di arrivare a Teano, vidi Farini e Fanti, che al solito stanno presso il Re, trattenere i loro cavalli e rimanere indietro. Della Ròcca non c’era. Ci trovavamo più vicini al Re il generale d’Angrogna ed io, quando vedemmo cavalieri fermi sulla strada al così detto quadrivio della Taverna della Catena, e portarsi quindi all’incontro del Re. Era Garibaldi.

Egli fece un profondo saluto al Re che gli rispose portando vivamente la mano al berretto e poi sporgendogliela. Si tennero un momento colla mano. Parlarono qualche minuto, e poi il Re proseguì avanti con Garibaldi a sinistra ».

 

Altra precisa conferma si ha in una lettera scritta dal garibaldino Achille Fazzari (nel 1908) dove si legge:

« La mattina del 26 ottobre ebbe luogo il memorabile incontro tra i due grandi Fattori dell’ Unità d’ Italia e precisamente vicino alla Taverna-Catena, ove ricordo benissimo, v’era una cava di pietra »

 

Una circostanziata dichiarazione che merita molta considerazione è pure quella del colonnello garibaldino Missori (rilasciata nel 1908) dove è detto:

<< Incontrai il generale (Garibaldi) ad un incrocio di strade che non saprei precisare topo-graficamente; egli era con poco seguito e nell’attesa aveva fatto piede a terra.

Riferii quanto dovevo e dopo breve tempo, venti minuti circa, apparvero le truppe regolari e quindi, segnalato dalle musiche e dalle fanfare, comparve il Re, seguito dal suo stato maggiore.

Il generale si affrettò al cavallo ed ebbe appena il tempo di muovere che il Re fu vicino tendendogli la mano ».

 

Nella dichiarazione ora riportata è da notare, oltre la solita conferma che Garibaldi era fermo « ad un incrocio di strade », il particolare riguardante l’improvviso sopraggiungere del re.

 

Come dalla lettera dell’Abba, anche dalla narrazione del Missori si desume che il re apparve all’ improvviso, ossia fu avvistato a breve distanza dal punto dove si trovava Garibaldi.

 

Ora si osserva che soltanto la strada che dal quadrivio va verso Venafro presenta, dopo circa trecento metri, una leggera flessione verso ovest che ne rende invisibile il proseguimento. Invece la strada che si dirigeva verso S. Germano (Cassino) correva in rettilineo visibile per oltre un chilometro.

 

Se ne arguisce che il re deve essere apparso dalla strada di Venafro che, come già detto, è la più breve per raggiungere da Presenzano il quadrivio della Catena.

Lo strano è che i due citati esegeti dello storico avvenimento (Del Bono e Boragine) ammettono invece, con falsa sicurezza, che il re ha seguito la via di San Germano. Questo perché dai documenti ufficiali risulta che il re con il suo quartier generale « marciava con le truppe del IV corpo », le quali truppe la notte sul 26 ottobre erano accampate ad ovest di Presenzano, nei pressi appunto della strada di San Germano.

Ma a parte la precisazione contenuta nei diari, che il « quartier generale » del IV corpo aveva pernottato a Presenzano (e il quartier generale del V a Sesto Campano), si sa con assoluta certezza che il re alloggiò in paese, nel palazzo Del Balzo. E da qui, per portarsi a Teano, non era necessario nè conveniente che andasse ad unirsi alle truppe accampate presso la strada di San Germano, per quanto precisato in precedenza.

Il prof. Boragine si fa forte, per controbattere la tesi « quadrivio » proprio del par­ticolare dell’improvviso avvistamento del re. Egli cosi commenta le insoddisfacenti, per lui, dichiarazioni dell’Abba, prima riportate.

 

« Qualche cosa di preciso si è guadagnato, però, dove (Abba) dice: “Ricordo che il Re giunse quasi improvvisamente “. In ciò l’egregio uomo si trova d’accordo a meraviglia col Mis­sori, col Mario e con altri ancora. E questa improvvisa apparizione del Re è più che sufficiente per escludere l’incontro al Quadrivio della Catena, di dove la strada di Cassino, che il Re percorreva, vedevasi per parecchi chilometri in linea retta ed anche alquanto in salita ».

 

Così scrivendo il Boragine si dà decisamente la zappa sui piedi poichè, mentre giustamente toglie valore alla opinione che il re abbia seguito la via di Cassino per portarsi al quadrivio, contribuisce a smentire l’ipotesi dell’ incontro al ponticello di San Cataldo, punto questo dal quale la strada proveniente dal quadrivio si scopre completamente per circa un chilometro.

 

Ancora in argomento, crede il prof. Boragine di avvalorare la propria tesi riferendosi ad una relazione, secondo lui « prefabbricata », nella quale il brigadiere Caputo, comandante della stazione carabinieri di Caianello, aveva raccolto nel 1909 alcune dichiara­zioni di abitanti del luogo, veri o presunti testimoni oculari degli avvenimenti del 1860. Rileva il Boragine:

 

« Lo stesso Caputo ebbe a dirmi che i dichiaranti nominati nel suo rapporto ritenevano che il Re era giunto al Quadrivio per la strada di Venafro, e che fu proprio lui che li fece ricredere, avendo saputo con certezza da persone di Presenzano, che Sua Maestà era venuto per la via di Cassino »

 

Se ne conclude che gli sforzi destinati a sostenere la tesi « San Cataldo » concorrono invece alla conferma dell’altra <Taverna della Catena ».

Ma prescindendo da ogni polemica, è possibile e facile ricostruire ragionevolmente l’episodio in base alla situazione di fatto, alla geografia e alla logica.

 

Garibaldi, che sapeva essere intenzione di Vittorio Emanuele portarsi da Presenzano a Teano — e comunque verso sud — per incontrarlo sicuramente non poteva far altro che attenderlo in un punto di passaggio obbligato, ossia al quadrivio, per il quale il re neces­sariamente sarebbe transitato, sia che avesse seguito la via di Venafro sia quella di Cassino.

Essendo appiedato al quadrivio in attesa, avvistatolo a poca distanza sulla via di Venafro, montò a cavallo e gli si fece incontro. L’edifizio della Taverna della Catena si trova proprio ad una cinquantina di metri sulla via di Venafro.

Di fronte a tutte le suesposte autorevoli e incontrovertibili testimonianze il Boragine porta a favore della tesi « San Cataldo » alcune dichiarazioni di sedicenti testimoni oculari, come già detto poco attendibili perchè vaghe e confuse, talvolta ingenue e talvolta artate, contenenti spesso particolari aggiuntìvi del tutto falsi, che ne infirmano completamente la validità.

A parte ogni altra considerazione, la tesi del prof. Boragine si condanna per la sua ar­tificiosità, ed ognuno può rendersene conto leggendo la ricostruzione che l’autore fa dell’avvenimento

« Ma a quell’ora (8,1/4), il Re come s’è detto innanzi doveva essere di già passato pel Quadrivio e dovea trovarsi presso il Rio di Caianello: e se Garibaldi avesse voluto da Tavernanova recarsi al Quadrivio (km 3) passando fra le truppe del V corpo, avrebbe dovuto impiegarvi oltre mezz’ ora, giungendo al Quadrivio dopo le 8,3/4; e allora non avrebbe potuto più incontrare il Re, ma avrebbe dovuto corrergli dietro. »

 Questi calcoli dovettero passare per la mente di Garibaldi, e allora, fulmineo com’egli era in tutte le sue decisioni, tolse con sè alcuni ufficiali del suo stato maggiore (al dire del Pecorini-Manzoni) e ritornò indietro sulla strada di Teano per incontrare il Re. »

Due vie egli ebbe sottomano per recarsi da Tavernanova alla, provinciale di Teano, la via Fontana Paola (oggi Cupa) e la Traversa Zarone, entrambe mulattiere carreggiabili, che escono nei pressi della chiesa di Borgonuovo. La distanza di circa km 2 da Tavernanova a Borgonuovo potett’essere agevolmente percorsa in meno di mezz’ora, e per tal modo il Dittatore potè giungere in tempo per salutarsi prima col Cialdini (fra le 8,1/4 e le 8,3/4) e poi incontrare il Re (fra le 8,3/4 e le 9,1/4) e giungere insieme a Teano alle dieci ».

Dove si vede che il genio « fulmineo » dell’ Eroe dei due Mondi si sarebbe manifestato in una (manovra » che somiglia molto al gioco del rimpiattino

Esistono dunque elementi più che sufficienti per riconoscere la verità: essere avvenuto l’ incontro presso la Taverna della Catena (quadrivio di Caianello).

Del resto, tale verità risulta confermata dalla « seria » tradizione locale, tanto che nella stessa città di Teano fu apposta nel 1911, in occasione del cinquantenario dell’ Unità d’ Italia, una lapide con la scritta:

                                                                                       VITTORIO   EMANUELE    E    GIUSEPPE   GARIBALDI

                                                                                            SUGGELLATO IL PATTO FRA POPOLO E RE

                                                                                                      AL QUADRIVIO DI CAIANELLO

                                                                                                     CONVENNERO E SOSTARONO

                                                                                                                 IN QUESTA CITTÀ

                                                                                                             IL 26 OTTOBRE 1860

                                                                                                               DA QUESTA CASA

                                                                                               OVE SI FERMÒ COI SUOI FIDI   

                                                                        GARIBALDI   ADDITAVA ALL’OMAGGIO DEL POPOLO

                                                                                                                    IL RE D’ ITALIA

                                                                                                    NELLE  FESTE   CINQUANTENARIE

                                           IL COMUNE DI TEANO

                                         XXVI    OTTOBRE   MCMXI

 

Sennonché, in seguito, la lapide è stata deplorevolmente rimossa e sostituita con altra nella cui epigrafe si legge « A TEANO » al posto di « AL QUADRIVIO DI CAIANELLO »!        (Vedi filmato)

Non si comprende perchè ci si affanni tanto a travisare la realtà creando perfino dei falsi (nuova lapide con vecchia data) quando l’avvenimento è passato alla storia come « incontro di Teano » per la semplice e giusta ragione che questa città è la più importante ed illustre della zona (e del resto i due grandi si accompagnarono dal quadrivio fino a Teano).

Non mancano esempi di fatti storici ricordevoli designatj con un nome che non corrisponde al luogo preciso in cui si svolsero. Così è della battaglia detta di Tagliacozzo, che sei secoli prima (1268) aveva deciso le sorti del regno di Napoli. Allora le milizie sveve ed angioine si scontrarono ad est del paese attuale di Scurcola Marsicana, situato circa nove chilometri ad est del primo. E nessuno ha mai preteso di dimostrare a tutti i costi che la battaglia era avvenuta dentro i limiti territoriali del comune di Tagliacozzo.

Definita la parte topografica, per completare il quadro dell’avvenimento può essere interessante ricordare gli altri particolari della scena.

Circa l’ora, è da credere che l’incontro sia avvenuto verso le otto del mattino. Vittorio Emanuele era in divisa da generale. Garibaldi, coperto con un mantello bigio, aveva in capo il caratteristico cappelleto nero a tesé rivoltate in su, e sotto il cappello un fazzoletto di seta annodato al mento. Si è discusso anche sul colore dei rispettivi cavalli: pare che il re montasse un cavallo arabo storno e Garibaldi un sauro.

Al seguito del re si trovavano presumibilmente il generale Fanti, i generali D’Angrogna e Solaroli, aiutanti di campo, il colonnello d’artiglieria Genova di Revel.

Insieme con Garibaldi, oltre i già citati Giuseppe Missori, Alberto Mario, G. C. Abba e Achille Fazzari, erano Stefano Canzio, Cariolato, Carissimi e Mosto. Non erano presenti: Medici, rimasto presso Capua, Tùrr, rimasto a Napoli e Bixio, che si era rotto una gamba il giorno prima cadendo col cavallo presso il Volturno.

Sulle parole pronunciate dai due personaggi v’è un certo disaccordo. La tradizione aulica vuole che Garibaldi abbia gridato: « Saluto il primo Re d’ Italia ! », e che Vittorio Emanuele abbia risposto: « Saluto il mio migliore amico ! ». Le narrazioni dei singoli invece riferiscono versioni alquanto differenti, specie per le parole dette o non dette dal sovrano.

Uno dei testimoni oculari già ricordato, il garibaldino Missori, racconta:

« Rivedo Garibaldi togliersi il berretto e ne nodo le precise parole pronunciate a voce sonora: Saluto il primo Re d’ Italia! »

Garibaldi, stretta la mano al Re, gli si pose poi a fianco e lo accompagnò, discorrendo,per un tratto verso Teano ».

Il Cararidini, nella « Vita del Generale Fanti » scrive:

« Fattosi I’uno incontro all’altro, Garibaldi trovò la felice parola, che rimarrà storica, di: Salute al Re d’ Italia, n’ebbe in contraccambio una stretta di mano, che forse meglio di ogni altra cosa gli espresse l’ammirazione e la riconoscenza di colui in nome del quale egli aveva proclamato di agire ».

Nel sintetico racconto dell’incontro, riferito dal Solaroli, si trova:

« In questo frattempo giunse il Re. Garibaldi fece mettere in battaglia i pochi che aveva con lui e si mise a gridare: " Viva il Re d’italia ! " ed i suoi lo stesso, ma gli si vedeva in viso ch’era molto commosso, e l’espressione era cupa cupa. il Re gli tese la mano, e gli disse con emozione: " Come va generale ? ". Lui rispose: "Bene " e seguitò il Re fino a Teano. Quivi il Re prese la diritta della colonna che era in marcia, e Garibaldi la sinistra, e disse che ritornava a prendere i suoi, che erano 3000 incirca, che stavano accampati dietro Caianello». (vedi filmato con la dichiarazione della Contessa Erika Garibaldi)

La narrazione più particolareggiata, viva ed efficace, se pure soffusa di acceso spirito «repubblicano », è quella del garibaldino Alberto Mario, La trascriviamo, a seguito della parte riportata in precedenza

« Della Rocca, generale d’armata, se gli accostò cortesemente. Alcuni uffiziali salutavano con visi sfavillanti; la più parte, fatto il saluto prescritto dal regolamento, procedeva oltre, inconsapevole o indifferente che il salutato fosse il liberatore delle Sicilie; sarebbesi detto in quel cambio, se lice una induzione dalla fisonomia che eglino fossero i liberatori, e Garibaldi il liberato. Quando improvvisamente una botta di tamburi troncò le musiche e s’ intese la marcia reale. »"

il Re ! " disse Della Rocca. »

" Il Re ! Il Re ! " ripeterono cento bocche. E invero una frotta di carabinieri reali a cavallo, guardia del corpo, armati di spada, di pollici e di manette, annunziò la presenza del monarca sardo. »

Il Re, coll’assisa di generale, in berretto, montava un cavallo arabo storno, e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di servitori; Fanti, ministro della guerra, e Farmi, viceré di Napoli in pectore, tutta gente avversa a Garibaldi, a codesto plebeo, donatore di regni.

» Di sotto al cappellino, Garibaldi s’era acconciato il fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e le tempie dalla mattutina umidità, All’arrivo del Re, cavatosi il cappellino, rimase il fazzoletto. Il Re gli stese la mano dicendo: " Oh vi saluto mio caro Garibaldi, come state ? ".

» E Garibaldi: "Bene, Maestà, e lei ? ".

» E il Re: " Benone ! ".

» Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe, gridò: "Ecco il Re d’ Italia ". E i circostanti: " Viva il Re

» Vittorio Emanuele, trattosi in disparte pel libero transito delle truppe, si intrattenne qualche tempo a colloquio col generale.

» Indi si mosse.

» Garibaldi gli cavalcava alla sinistra, e a venti passi di distanza il quartier generale garibaldino alla rinfusa col sardo. Ma a poco a poco le due parti si separarono, respinta ciascuna al proprio centro di gravità; in una riga le umili camicie rosse, nell’altra parallela le superbe assise lucenti d’oro, d’argento, di croci e di gran cordoni.

» In tanto strepito d’armi e corruscare di spallini e ondeggiare di cimieri, i contadini accorrevano attoniti ad acclamare Garibaldi. Dei due che procedevano, ignorando quale ei fosse, posero con certezza gli occhi sul più bello. Garibaldi procacciava di deviare quegli applausi sul Re, e, trattenuto d’un passo il cavallo, inculcava loro con molta intensità di espressione:

»" Ecco Vittorio Emanuele, il Re, il nostro Re, il Re d’ Italia: viva lui

» I paesani tacevano e ascoltavano, ma non comprendendo una sillaba di tutto ciò, ripicchiavano il viva Calibardo ! Il povero Generale alla tortura sudava sangue dagli occhi, e conoscendo come il principe tenesse alle ovazioni e quanto la popolarità propria lo irritasse, avrebbe volentieri regalato un secondo regno pur di strappare dal labbro di quegli antipolitici villani un Viva il Re d’ Italia ! anche un semplice viva il Re ! Ma la difficoltà si sciolse prontamente, perché Vittorio Emanuele spinse il cavallo al galoppo ».

Giunti all’ ingresso nord di Teano, alla Porta Roma, verso le ore dieci, i due grandi si separarono; il Re proseguì a destra per raggiungere il palazzo Caracciolo, situato alla periferia meridionale della città; Garibaldi volse a sinistra al Largo del Muraglione e fece ricoverare il cavallo in una stalluccia dove entrò lui pure per consumare una modestissima colazione.

La narrazione di Alberto Mario precisa:

« Entrai nella stalla con Missori, Nullo e Zasio, e vi trovai il dittatore ivi seduto su una pancuccia a due passi dalla coda del suo cavallo. Stavagli davanti un barile in piedi, sul quale gli fu apprestata la colazione. Una bottiglia d’acqua, una fetta di cacio e un pane. L’acqua, per giunta, infetta. Appena ne bevve egli alcun sorso, la sputò dicendo tranquillamente: " Deve esservi nel pozzo una bestia morta da un pezzo ".

» Lentamente e in silenzio ripartimmo sui nostri passi per Calvi. Il sembiante di Garibaldi m’apparve sì dolcemente mesto che mai mi sentii attirato verso di lui con altrettanta tenerezza ».

Il Prof. Boragine da parte sua, dopo aver reagito sdegnato all’asserzione della « acqua infetta » (come se il caso non fosse stato possibile e probabile) aggiunge altri particolari, quasi a rivendicare l’offeso onore « ospitaliero >> dei teanesi:

« E fu appunto in quella stalluccia che, da un cantiniere tal Vincenzo Borelli, fu offerta all’ Eroe una bottiglia di vin d’uva legittimo, come il primo che estrasse Noè dai preziosi grappoli. E fu pure in quella modesta stalluccia che il contadino Pasquale Balletta, al donator d’un regno, volle, a sua volta, donare un panier di fichi, stimando, forse, nella sua filosofica contadinesca ingenuità, di compensare col dolce frutto l’amarezza ultima provata poco innanzi dal Duce, di non aver potuto ottenere che accanto ai cappottoni grigi, combattessero, sul Garigliano, le camicie rosse ».

In realtà l’ Eroe, generoso e modesto quanto altri mai, senza aver chiesto nulla per sè, e senza aver ottenuto la desiderata sistemazione per i suoi volontari, due settimane dopo — il 09 novembre — partiva da Napoli solo e insalutato alla volta di Caprera. Aveva consegnato il giorno precedente a Vittorio Emanuele i risultati del plebiscito che consacrava l’unione del reame alla monarchia sabauda.