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A chi percorre le strade che dal
nord convergono al quadrivio, specie quella di Venafro, si mostra invece
evidentissimo il paese di Presenzano, sito in posizione dominante su un
contrafforte del Monte San Leonardo. Sicchè taluno può aver creduto che
detto paese fosse Caianello. È anche da osservare che per
raggiungere il quadrivio da Presenzano, la via diretta più breve e più
agevole è proprio la grande strada proveniente da Venafro. Si può anche
arrivarci prendendo la strada proveniente da Cassino, ma il percorso risulta
notevolmente più lungo - circa dodici chilometri invece di sette - (v.carta
stradale del T. C. I. scala 1 : 200. 000).
Precisiamo che il
famoso quadrivio nel 1860 era costituito (v. «Carta delle
provincie meridionali », ed. 1861): dalla grande via « consolare
» che proveniva da Venafro, proseguiva salendo a Teano,
successivamente tornava in pianura e raggiungeva Capua
passando per Calvi e dalla strada proveniente da Cassino
(allora denominata San (Germano) la cui continuazione
verso sud si poteva considerare la via che, dopo il quadrivio, tocca
Tavernanuova e in seguito si ricongiunge alla « consolare »
per Capua. Attualmente la strada Càssino - Capua è la statale n. 6 (Casilina).
Al tempo presente l’antico quadrivio ha cambiato aspetto e
praticamente è diventato un bivio, riguardo alle grandi vie di
comunicazione. Soltanto la strada da Venafro e quella che va
verso Tavernanuova hanno conservato la vecchia sede, L’ultimo
tratto della strada da Cassino è in sede nuova, mentre il primo
tratto della strada per Teano coincide con la via per
Tavernanuova (vedi Carta del T. C. I. Ediz. 1963,).
A proposito di nomenclatura è bene ricordare che il termine «
bivio > si usa comunemente e lecitamente anche per indicare un
quadrivio « Perciò quando taluni testimoni dell’ incontro
chiamano « bivio» il quadrivio della Catena, non c’è affatto da
scandalizzarsi, come fa chi (Boragine) sostenendo la tesi « San
Cataldo », scrive: « Sarebbe fare ingiuria atroce al Mario,
all’Abba, al Missori, al Cariolato ed altri molti, che parlan di
bivio, il voler supporre che con questo nome essi abbiano voluto
indicare.., quello che è un quadrivio ».
E si gioca sull’equivoco se si
pretende di affermare che coloro i quali parlano di « bivio » (o
addirittura « gran bivio ») non si riferiscono al citato
quadrivio ma alludono a qualche altro « bivio « esistente o
sulla strada verso Teano oppure a Tavernanuova.
Abbiamo indugiato in considerazioni di carattere topografico
poiché - come in altri casi soltanto la realtà geografica può
fornire una base sicura e non opinabile per la ricerca della
verità storica. Oggi poi la fotografia aerea consente di
mostrare e documentare tale realtà in modo quanto mai evidente
e convincente.
Prima di
procedere all’ indagine critica sulle tesi in contrasto vien
fatto di chiedersi se esiste una documentazione ufficiale
sull’avvenimento. È da dire in proposito che si è incominciato
male, poichè la prima notizia dell’ incontro risulta in uno
strano dispaccio, datato 27 ottobre da S.Maria Capua Vetere,
inviato dal generale garibaldino Milbitz al collega generale
Tùrr che si trovava a Napoli. Il messaggio era cosi redatto: «Ieri
mattina il Re Vittorio Emanuele si trovava alla testa di quattro
divisioni a Montecroce: ivi s’ incontrò col Dittatore ».
Nella zona esiste un Montecroce o Monte S. Croce
che è la cima più alta (m. 1006) del massiccio vulcanico detto
di Roccamonfina, sul cui versante orientale sono sparsi una
ventina di villaggi e paesi piccoli e grandi, il maggiore dei
quali è Teano. Se è quello che si è voluto designare, non si
comprende il perchè di un riferimento così impreciso (vedi
Carta).
Una più soddisfacente spiegazione si può prospettare ricordando
che in alcuni dialetti meridionali per indicare un quadrivio si
diceva un « capocroce ». Se allora con la « voce del fante »
giunse al Milbitz la prima notizia dell’ incontro come avvenuto
« al capocroce », il generale, considerando nome proprio detta
denominazione antonomastica, e non trovando alcun « Capocroce»
sulla carta della zona, potè credere di identificarlo con «
Montecroce ».
Anche in seguito le notizie ufficiali non furono mai chiare, nè
esaurienti, per quanto sia stata intrapresa, già a pochi anni di
distanza dal fatto (1864), la ricerca di elementi di documentati
atti al fine di localizzare con precisione l’incontro.
Nel 1891, alla richiesta di un
comitato, costituitosi in Teano per ricordare degnamente
l’avvenimento, il ministro della guerra rispondeva:
« Questo Ministero ha fatto
attentamente consultare tutti i documenti relativi alla campagna
del 1860 nelle provincie meridionali, e i diari della campagna
stessa, che esistono negli archivi del Corpo di Stato Maggiore,
ma non venne trovata alcuna notizia la quale accenni all’
incontro del Re Vittorio Emanuele con Garibaldi in Teano ».
Nell’anno 1907, all’
insegnante teanese Vincenzo Boragine, solerte segretario del
comitato predetto, l’Ufficio Storico del Regio Esercito si
limitò a fornire copia di diari storici riguardanti i movimenti
delle truppe piemontesi nei giorni 25 e 26 ottobre 1860, senza
far cenno dell’incontro del re con Garibaldi.
Nel 1909 comparve
finalmente uno studio, non ufficiale ma di particolare valore
per l’appartenenza del compositore — capitano Giulio Del Bono —
all’ Ufficio Storico del R. Esercito: era intitolato -
L’incontro fra il Re Vittorio Emanuele II e il gen. Garibaldi il
26 ottobre 1860 ». Pubblicato in un fascicolo delle «
Memorie storiche militari » edite a cura dello stesso Ufficio
Storico, vi veniva divulgata per la prima volta la seguente
nota, tratta dal « Diario storico dell’Armata di occupazione
delle Marche e dell’ Umbria »:
« 26 ottobre - A Taverna della Catena S. M. il
Re, che col suo quartier generale marcia colle truppe del IV
corpo, è incontrato dal generale Garibaldi ».
( vedi filmato con
la testimonianza della contessa Erika Garibaldi )
Il capitano Del Bono,
che era a conoscenza delle ricorrenti polemiche sul luogo dell’incontro,
si procurò e pubblicò anche una probante documentazione a
sostegno della tesi «Taverna della Catena » e a confutazione
dell’altra « Ponticello di San Cataldo ».
Ma il ricordato prof. Vincenzo Boragine, ostinato propugnatore
della seconda tesi, non si diede per vinto, e nel 1914 pubblicò
a sua volta un nutrito « studio storico-critico » su « Lo
storico incontro di Vittorio Emanuele e Garibaldi », nel quale
concludeva che la tanto discussa località doveva essere appunto
il ponticello di San Cataldo, sulla via che dal quadrivio porta
a Teano, circa 200 metri prima della chiesa di Borgonuovo
(questa indicata nella carta al 25ooo).
Da notare subito che tra l’abbondante documentazione raccolta
dal Boragine alcune testimonianze risultano pienamente
attendibili, ma sono state dall’autore dello « studio> (poco
storico e malamente critico) interpretate in modo arbitrario ed
erroneo (come già visto e come ancora si dimostrerà in seguito);
altre dichiarazioni appaiono di scarsissimo o di nessun valore e
vanno scartate senza esitazione.
Passa ancora una dozzina d’anni e nel 1926 vede la luce una
pubblicazione ufficiale del
« Ministero della Guerra - Stato
Maggiore del R. Esercito - Ufficio Storico », dal titolo
<< L’assedio di Gaeta e gli avvenimenti militari del 1860 -1861
nell’Italia Meridionale, compilata a cura del colonnello Cesare
Cesari.
Il Cesari, che pure conosceva la « memoria >> del capitano Del
Bono, forse suggestionato dall’appassionato studio del prof. Boragine, accetta integralmente le conclusioni del secondo -
senza peraltro giustificare la sua scelta —
-
scrivendo:
« In quello stesso giorno
(26 ottobre 1860)
presso il ponticello di San Cataldo, a circa 200 metri
dalla chiesa di Borgonuovo, dove la strada di Caianello dopo la
salita di San Nicola fa un gomito che gira verso Teano, aveva
luogo quello storico incontro fra Vittorio Emanuele e
Garibaldi, che segnava l’unione di due eserciti e di due regni.
Qui Re Vittorio fu salutato dal Dittatore col titolo di Re d’
Italia, I due Grandi, dopo un breve colloquio proseguirono
insieme per Teano, dove giunti si separarono.
In fondo alla pagina è
riportata la seguente nota:
« Sulle polemiche suscitate dai cronisti per l’accertamento
topografico del luogo dove avvenne il famoso incontro, e sulle
conclusioni corrispondenti alla più esatta documentazione, vedere il
libro del prof. Vincenzo Boragine « Lo storico incontro di
Vittorio Emanuele Il e Garibaldi)) - S. Maria C. V. 1924. V.
anche, cap. Del Bono, « L’incontro di V. E. Il col Gen. Garibaldi
il 6 ottobre 1860» (in Mcm. St. Milit. U. 5. Vol. I).
Altre comunicazioni sull’avvenimento, fornite dagli uffici
ministeriali negli anni più recenti, si richiamano alle
pubblicazioni ora ricordate, senza pronunciarsi esplicitamente e
definitivamente per l’una o per l’altra tesi.
Per inquadrare con precisione l’avvenimento nel tempo e
nell’ambiente in cui si svolse rifacciamoci alla situazione generale
di quei giorni che — in ordine alla dislocazione degli eserciti —
era la seguente:
Le truppe borboniche,
appoggiate alle fortificazioni di Capua e di Gaeta,
dominavano la zona tra queste due città.
Le truppe piemontesi, costituite dal IV° corpo d’armata (generale
Cialdini) e dal V corpo d’armata (generale Della Rocca) provenienti
dall’Abruzzo per la strada di Venafro, il giorno 5 si accamparono:
il IV° corpo ad ovest di Presenzano, nei pressi della strada San
Germano-quadrivio; il V corpo a est di Presenzano, in località
Tavernole, sulla strada Venafro-quadrivio.
Re Vittorio Emanuele pernottò a Presenzano, nel palazzo Del Balzo.
Il mattino dello stesso giorno 25 le truppe garibaldine passarono il
Volturno su un ponte di circostanza gettato alla cosiddetta « scafa
di Formicola », tra S. Angelo in Formis e Triflisco.
Erano costituite da una aliquota della divisione « Bixio », dalle
brigate «Eber » e « Milano e da una aliquota della divisione «Medici
», questa essendo stata disposta a guardia contro una eventuale
sortita dei borbonici da Capua.
I garibaldini si diressero, per Pignataro e Calvi, a
Zuni dove giunsero verso mezzogiorno. Dopo tre ore di sosta
proseguirono fino all’altezza di Caianello e si accamparono per la
notte tra il bosco e la strada Calvi - quadrivio (presso l’attuale
km 174 della via Casilina).
Tale dislocazione rispondeva
al concetto di proteggere l’esercito piemontese ca sorprese
provenienti da sud.
Si presume che Garibaldi
abbia dormito la notte sul 26 alla Taverna Ceraselle, sulla strada predetta, ad un chilometro circa dal quadrivio.
Esaminiamo ora i più
attendibili tra gli scritti che trattano dell’ incontro del re
con Garibaldi.
Una relazione molto particolareggiata e precisa è
quella del garibaldino Alberto Mario, il quale così
descrive il suo cammino dal sud verso il quadrivio.
«Noi,
percorrendo attraverso i campi e sui primi
abbozzi di una via ferrata l’ ipotenusa del
gomito descritto dalla strada, ci arrestammo
ad un bivio per attendervi Garibaldi.
Proveniente da Venafro sfilava verso Teano
l’esercito settentrionale, e la banda di ciascun
reggimento, dipartendosi dalla testa di colonna,
sostava da lato a rallegrarne il passaggio con
musiche marziali; quindi le si ricongiungeva
alla coda.
« Il sito d’ intersezione delle due strade era
abbastanza capace, e l’adornavano una casa
rustica e una dozzina di pioppi. Terreni arati
all’ intorno e radi alberi e viti ingiallite
dall’autunno cadente; pianura uniforme e uggiosa
Non tardò guari a giungere
Garibaldi: scese di sella, si pose sul davanti a
guardare la truppa con lieta pupilla
».
Notare che il « bivio » indicato nel primo periodo
viene poi meglio descritto quale « sito di
intersezione delle due strade »: si tratta quindi di
un quadrivio. Da notare inoltre che si parla
soltanto della via di Venafro, quale provenienza
dell’esercito settentrionale.
E' importante il
particolare che il Mario, venendo da Calvi, giunto
all’altezza di Masseria Taverna Nuova ha
proseguito verso Taverna Catena passando
per la scorciatoia costituita dai « primi abbozzi di
una via ferrata », via ferrata che portava
esattamente al ripetuto quadrivio, e non certo alla
Chiesa di Borgonuovo. Anche l’accenno alla «
pianura uniforme e uggiosa » esclude il terreno
collinoso della zona Borgonuovo-San Cataldo . –
Un altro testimone dell’ incontro, il garibaldino
Giuseppe Cesare Abba, scrittore delle «Noterelle di
uno dei Mille » così si espresse quando ne fu
richiesto:
« Il punto
preciso dell’ incontro mi pare sia stato il
bivio che, nella carta del
1789 (dello Zanoni),
è segnato col nome di Taverna della Catena.
I garibaldini vi erano giunti dal Bosco di
Caianello in una breve marcia di forse un’ora e
mezzo. Nelle mie noterelle d’uno dei mille sotto
la data del 26 ottobre io scrissi bivio,
anzi gran bivio, forse impressionato soltanto
dalla visione delle due strade, che si partivano
da quel punto verso nord; e bivio scrisse il
generale Belli e bivio leggo nel foglio, in cui
è riportato dell’ Ufficio Storico il brano di
Alberto Mario. Bivio chiamò pure quel punto, nel
diario, il comandante del 70°
battaglione bersaglieri, che vide là i
garibaldini in numero di tremila circa. E vi
erano »
Lo stesso Abba, in una lettera scritta al prof.
Boragine precisava qualche altro particolare su
cui torneremo presto — scrivendo:
« Ricordo che il Re giunse quasi
improvvisamente... Noi della brigata “Eber” non
vedemmo che per un tratto il Re e il Dittatore
camminare, dopo il colloquio, sulla via di Teano
».
Il garibaldino Abba apparteneva alla brigata « Eber
», e il diario della brigata reca le seguenti
note.
«
26
ottobre, 5 ant. - la
brigata passa il Volturno sul ponte costruito
durante la notte in faccia ai molini, e prende
la via delle montagne che lungheggio (sic), passa per Pignataro arriva a Zuni al
½ giorno, dove riposa 3 ore, poscia
progredisce sulla via consolare fino a Caianello
(dove giunge alle 8 pom.), pernotta fra
la strada ed il bosco » - 27 ottobre,
ore 6 - parte la brigata e continua a
marciare sulla via consolare fino alla Taverna
della Catena (ove giunge alle 10,12 e fa
sosta per qualche ora), alle 12
meridiane però riceve ordine di
ripartire e retrocedere fino a Zuni »
Il generale Enrico Della Rocca, comandante del V°
corpo d’armata, nella « Autobiografia di un
veterano » scrive:
« Lasciando Venafro per Alife, dopo
circa due ore di marcia mi imbattei nel generale
Garibaldi, seguito da un aiutante di campo che andava in
cerca del Re. Gl’indicai dove avrebbe potuto trovarlo, ci
stringemmo la mano e si stette qualche tempo in cordiale
colloquio,..
Seppi
poi che aveva incontrato il Re a Quadriglia, e che
per il primo fervorosamente lo aveva salutato e
proclamato Re d’ Italia
>>.
Nel brano sopra riportato
si notano due inesattezze, facilmente correggibili. Il
Della Rocca la mattina del 26 ottobre partì non da
Venafro, ma da Sesto Campano dove aveva
pernottato con il suo quartier generale. La distanza tra
Sesto e il quadrivio è di circa dieci chilometri, perciò
può essere stata effettivamente percorsa in circa due
ore di marcia.
L’altro sbaglio è la
denominazione di Quadriglia data al « quadrivio
». Non esistendo alcuna località di questo nome è da
credere si tratti della errata lettura della parola «
quadrivio » male trascritta.
La stessa errata
denominazione si trova nei « Diari delle campagne
1848-56-66 >> posti in appendice ai « Ricordi di
Michelangelo Castelli » scritti dal Solaroli. E
probabile che l’uno scrittore abbia copiato l’errore
dall’altro. Così scrive il Solaroli:
«
26 ottobe, alle 6 ant. - il Re discese a piedi dal castello di
Presenzano, non si poteva andarvi a cavallo, e
disse, montando a cavallo: “ Vengano con me
quelli che sono di servizio gli altri vadano ad
aspettarmi a Teano “. il Re marciò colla colonna delle truppe, ed io con
tutti gli altri andammo direttamente a Quadriglia,
dove trovammo Garibaldi che era là ad aspettare».
* * *
Un testimone oculare dell’
incontro, di massima attendibilità poichè ne ha scritto,
in una lettera al fratello, il giorno successivo (27
ottobre 1860), è il
colonnello di artiglieria Genova di Revel
il quale si trovava al seguito del re. La lettera,
datata da Teano, è riportata nei ricordi «Da Ancona a
Napoli >> e dice:
« Ieri, prima di arrivare a Teano,
vidi Farini e Fanti, che al solito stanno presso il
Re, trattenere i loro cavalli e rimanere indietro.
Della Ròcca non c’era. Ci trovavamo più vicini al Re
il generale d’Angrogna ed io, quando vedemmo
cavalieri fermi sulla strada al così detto quadrivio
della Taverna della Catena, e portarsi quindi
all’incontro del Re. Era Garibaldi.
Egli fece un profondo saluto al Re
che gli rispose portando vivamente la mano al
berretto e poi sporgendogliela. Si tennero un
momento colla mano. Parlarono qualche minuto, e poi il Re
proseguì avanti con Garibaldi a sinistra
».
Altra precisa conferma si ha in
una lettera scritta dal garibaldino
Achille Fazzari
(nel 1908) dove si legge:
« La mattina del
26 ottobre
ebbe luogo il memorabile incontro tra i due grandi
Fattori dell’ Unità d’ Italia e precisamente vicino
alla Taverna-Catena, ove ricordo benissimo, v’era
una cava di pietra »
Una circostanziata dichiarazione
che merita molta considerazione è pure quella del
colonnello garibaldino Missori (rilasciata nel 1908)
dove è detto:
<<
Incontrai il generale (Garibaldi)
ad un incrocio di strade che non
saprei precisare topo-graficamente; egli era con
poco seguito e nell’attesa aveva fatto piede a
terra.
Riferii quanto dovevo e dopo breve
tempo, venti minuti circa, apparvero le truppe
regolari e quindi, segnalato dalle musiche e dalle
fanfare, comparve il Re, seguito dal suo stato
maggiore.
Il generale si affrettò al cavallo ed
ebbe appena il tempo di muovere che il Re fu vicino
tendendogli la mano
».
Nella dichiarazione ora
riportata è da notare, oltre la solita conferma che
Garibaldi
era fermo « ad un incrocio di strade », il
particolare riguardante l’improvviso sopraggiungere del
re.
Come dalla lettera dell’Abba, anche dalla
narrazione del Missori si desume che il re apparve all’
improvviso, ossia fu avvistato a breve distanza dal
punto dove si trovava Garibaldi.
Ora si osserva che
soltanto la strada che dal quadrivio va verso Venafro
presenta, dopo circa trecento metri, una leggera
flessione verso ovest che ne rende invisibile il
proseguimento. Invece la strada che si dirigeva verso S.
Germano (Cassino) correva in rettilineo visibile per
oltre un chilometro.
Se ne arguisce che il
re deve essere apparso dalla strada di Venafro che, come
già detto, è la più breve per raggiungere da Presenzano
il quadrivio della Catena.
Lo strano è che i due
citati esegeti dello storico avvenimento (Del Bono e
Boragine) ammettono invece, con falsa sicurezza, che il
re ha seguito la via di San Germano. Questo perché dai
documenti ufficiali risulta che il re con il suo
quartier generale « marciava con le truppe del IV corpo
», le quali truppe la notte sul 26 ottobre erano
accampate ad ovest di Presenzano, nei pressi appunto
della strada di San Germano.
Ma a parte la
precisazione contenuta nei diari, che il « quartier
generale » del IV corpo aveva pernottato a Presenzano
(e il quartier generale del V a Sesto
Campano), si sa con assoluta certezza che il re alloggiò
in paese, nel palazzo Del Balzo. E da qui, per portarsi
a Teano, non era necessario nè conveniente che andasse
ad unirsi alle truppe accampate presso la strada di San
Germano, per quanto precisato in precedenza.
Il prof. Boragine si
fa forte, per controbattere la tesi « quadrivio »
proprio del particolare dell’improvviso avvistamento
del re. Egli cosi commenta le insoddisfacenti, per lui,
dichiarazioni dell’Abba, prima riportate.
« Qualche cosa di preciso si è
guadagnato, però, dove
(Abba)
dice:
“Ricordo che il Re
giunse quasi improvvisamente
“. In ciò l’egregio uomo si trova
d’accordo a meraviglia col Missori, col Mario e con
altri ancora. E questa improvvisa apparizione del Re
è più che sufficiente per escludere l’incontro al
Quadrivio della Catena, di dove la strada di
Cassino, che il Re percorreva, vedevasi per parecchi
chilometri in linea retta ed anche alquanto in
salita ».
Così scrivendo il
Boragine si dà decisamente la zappa sui piedi poichè,
mentre giustamente toglie valore alla opinione che il
re abbia seguito la via di Cassino per portarsi al
quadrivio, contribuisce a smentire l’ipotesi dell’
incontro al ponticello di San Cataldo, punto questo dal
quale la strada proveniente dal quadrivio si scopre
completamente per circa un chilometro.
Ancora in argomento,
crede il prof. Boragine di avvalorare la propria tesi
riferendosi ad una relazione, secondo lui «
prefabbricata », nella quale il brigadiere Caputo,
comandante della stazione carabinieri di Caianello,
aveva raccolto nel 1909 alcune dichiarazioni di
abitanti del luogo, veri o presunti testimoni oculari
degli avvenimenti del 1860. Rileva il Boragine:
« Lo stesso
Caputo ebbe a dirmi che i dichiaranti nominati nel
suo rapporto ritenevano che il Re era giunto al
Quadrivio per la strada di Venafro, e che fu proprio
lui che li fece ricredere, avendo saputo con
certezza da persone di Presenzano, che Sua Maestà
era venuto per la via di Cassino »
Se ne conclude che
gli sforzi destinati a sostenere la tesi « San Cataldo »
concorrono invece alla conferma dell’altra <Taverna
della Catena ».
Ma prescindendo da
ogni polemica, è possibile e facile ricostruire
ragionevolmente l’episodio in base alla situazione di
fatto, alla geografia e alla logica.
Garibaldi, che sapeva
essere intenzione di Vittorio Emanuele portarsi da
Presenzano a Teano — e comunque verso sud — per
incontrarlo sicuramente non poteva far altro che
attenderlo in un punto di passaggio obbligato, ossia al
quadrivio, per il quale il re necessariamente sarebbe
transitato, sia che avesse seguito la via di Venafro sia
quella di Cassino.
Essendo appiedato al
quadrivio in attesa, avvistatolo a poca distanza sulla via
di Venafro, montò a cavallo e gli si fece incontro. L’edifizio
della Taverna della Catena si trova proprio ad una
cinquantina di metri sulla via di Venafro.
Di fronte a tutte le
suesposte autorevoli e incontrovertibili testimonianze il
Boragine porta a favore della tesi « San Cataldo » alcune
dichiarazioni di sedicenti testimoni oculari, come già detto
poco attendibili perchè vaghe e confuse, talvolta ingenue e
talvolta artate, contenenti spesso particolari aggiuntìvi
del tutto falsi, che ne infirmano completamente la validità.
A parte ogni altra
considerazione, la tesi del prof. Boragine si condanna per
la sua artificiosità, ed ognuno può rendersene conto
leggendo la ricostruzione che l’autore fa dell’avvenimento
« Ma a quell’ora
(8,1/4),
il Re — come s’è detto innanzi — doveva
essere di già passato pel Quadrivio e dovea trovarsi
presso il Rio di Caianello: e se Garibaldi avesse voluto
da Tavernanova recarsi al Quadrivio (km 3) passando fra
le truppe del V corpo, avrebbe dovuto impiegarvi oltre
mezz’ ora, giungendo al Quadrivio dopo le 8,3/4; e allora non avrebbe potuto più incontrare il Re, ma
avrebbe dovuto corrergli dietro.
»
Questi calcoli
dovettero passare per la mente di Garibaldi, e allora, fulmineo
com’egli era in tutte le sue decisioni, tolse con sè alcuni
ufficiali del suo stato maggiore (al dire del Pecorini-Manzoni)
e ritornò indietro sulla strada di Teano per incontrare il Re. »
Due vie egli ebbe sottomano
per recarsi da Tavernanova alla, provinciale di Teano, la via
Fontana Paola (oggi Cupa) e la Traversa Zarone, entrambe
mulattiere carreggiabili, che escono nei pressi della chiesa di
Borgonuovo. La distanza di circa km 2 da Tavernanova a
Borgonuovo potett’essere agevolmente percorsa in meno di
mezz’ora, e per tal modo il Dittatore potè giungere in tempo per
salutarsi prima col Cialdini (fra le 8,1/4 e le 8,3/4) e poi
incontrare il Re (fra le 8,3/4 e le 9,1/4) e giungere insieme a
Teano alle dieci ».
Dove si vede che il genio « fulmineo »
dell’ Eroe dei due Mondi si sarebbe manifestato in una (manovra
» che somiglia molto al gioco del rimpiattino
Esistono dunque elementi più che
sufficienti per riconoscere la verità: essere avvenuto l’
incontro presso la Taverna della Catena (quadrivio di Caianello).
Del resto, tale verità risulta confermata
dalla « seria » tradizione locale, tanto che nella stessa città
di Teano fu apposta nel 1911, in occasione del cinquantenario
dell’ Unità d’ Italia, una lapide con la scritta:
VITTORIO EMANUELE E
GIUSEPPE GARIBALDI
SUGGELLATO IL PATTO FRA POPOLO E RE
AL QUADRIVIO DI CAIANELLO
CONVENNERO E SOSTARONO
IN QUESTA CITTÀ
IL 26 OTTOBRE 1860
DA QUESTA CASA
OVE SI FERMÒ COI SUOI FIDI
GARIBALDI ADDITAVA ALL’OMAGGIO DEL POPOLO
IL RE D’ ITALIA
NELLE FESTE CINQUANTENARIE
IL COMUNE DI TEANO
XXVI OTTOBRE MCMXI
Sennonché, in seguito, la
lapide è stata deplorevolmente rimossa e sostituita con altra
nella cui epigrafe si legge « A TEANO » al posto di « AL
QUADRIVIO DI CAIANELLO »!
(Vedi
filmato)
Non si comprende perchè ci
si affanni tanto a travisare la realtà creando perfino dei falsi
(nuova lapide con vecchia data) quando l’avvenimento è passato
alla storia come « incontro di Teano » per la semplice e giusta
ragione che questa città è la più importante ed illustre della
zona (e del resto i due grandi si accompagnarono dal quadrivio
fino a Teano).
Non mancano esempi di fatti
storici ricordevoli designatj con un nome che non corrisponde al
luogo preciso in cui si svolsero. Così è della battaglia detta
di Tagliacozzo, che sei secoli prima (1268) aveva deciso le
sorti del regno di Napoli. Allora le milizie sveve ed angioine
si scontrarono ad est del paese attuale di Scurcola Marsicana,
situato circa nove chilometri ad est del primo. E nessuno ha mai
preteso di dimostrare a tutti i costi che la battaglia era
avvenuta dentro i limiti territoriali del comune di Tagliacozzo.
Definita la parte topografica,
per completare il quadro dell’avvenimento può essere
interessante ricordare gli altri particolari della scena.
Circa l’ora, è da credere che
l’incontro sia avvenuto verso le otto del mattino. Vittorio
Emanuele era in divisa da generale. Garibaldi, coperto con un
mantello bigio, aveva in capo il caratteristico cappelleto nero
a tesé rivoltate in su, e sotto il cappello un fazzoletto di
seta annodato al mento. Si è discusso anche sul colore dei
rispettivi cavalli: pare che il re montasse un cavallo arabo
storno e Garibaldi un sauro.
Al seguito del re si trovavano
presumibilmente il generale Fanti, i generali D’Angrogna e
Solaroli, aiutanti di campo, il colonnello d’artiglieria Genova
di Revel.
Insieme con Garibaldi, oltre i
già citati Giuseppe Missori, Alberto Mario, G. C. Abba e Achille
Fazzari, erano Stefano Canzio, Cariolato, Carissimi e Mosto. Non
erano presenti: Medici, rimasto presso Capua, Tùrr, rimasto a
Napoli e Bixio, che si era rotto una gamba il giorno prima
cadendo col cavallo presso il Volturno.
Sulle parole pronunciate dai
due personaggi v’è un certo disaccordo. La tradizione aulica
vuole che Garibaldi abbia gridato: « Saluto il primo Re d’
Italia ! », e che Vittorio Emanuele abbia risposto: « Saluto il
mio migliore amico ! ». Le narrazioni dei singoli invece
riferiscono versioni alquanto differenti, specie per le parole
dette o non dette dal sovrano.
Uno dei testimoni oculari già
ricordato, il garibaldino Missori, racconta:
« Rivedo Garibaldi togliersi
il berretto e ne nodo le precise parole pronunciate a voce
sonora: Saluto il primo Re d’ Italia! »
Garibaldi, stretta la mano al
Re, gli si pose poi a fianco e lo accompagnò, discorrendo,per un
tratto verso Teano ».
Il Cararidini, nella « Vita
del Generale Fanti » scrive:
« Fattosi I’uno incontro
all’altro, Garibaldi trovò la felice parola, che rimarrà
storica, di: Salute al Re d’ Italia, n’ebbe in contraccambio una
stretta di mano, che forse meglio di ogni altra cosa gli
espresse l’ammirazione e la riconoscenza di colui in nome del
quale egli aveva proclamato di agire ».
Nel sintetico racconto
dell’incontro, riferito dal Solaroli, si trova:
« In questo frattempo giunse
il Re. Garibaldi fece mettere in battaglia i pochi che aveva con
lui e si mise a gridare: " Viva il Re d’italia ! " ed i suoi lo
stesso, ma gli si vedeva in viso ch’era molto commosso, e
l’espressione era cupa cupa. il Re gli tese la mano, e gli disse
con emozione: " Come va generale ? ". Lui rispose: "Bene " e
seguitò il Re fino a Teano. Quivi il Re prese la diritta della
colonna che era in marcia, e Garibaldi la sinistra, e disse che
ritornava a prendere i suoi, che erano 3000 incirca, che stavano
accampati dietro Caianello».
(vedi filmato con la dichiarazione
della Contessa Erika Garibaldi)
La narrazione più
particolareggiata, viva ed efficace, se pure soffusa di acceso
spirito «repubblicano », è quella del garibaldino Alberto Mario,
La trascriviamo, a seguito della parte riportata in precedenza
« Della Rocca, generale
d’armata, se gli accostò cortesemente. Alcuni uffiziali
salutavano con visi sfavillanti; la più parte, fatto il saluto
prescritto dal regolamento, procedeva oltre, inconsapevole o
indifferente che il salutato fosse il liberatore delle Sicilie;
sarebbesi detto in quel cambio, se lice una induzione dalla
fisonomia che eglino fossero i liberatori, e Garibaldi il
liberato. Quando improvvisamente una botta di tamburi troncò le
musiche e s’ intese la marcia reale. »"
il Re ! " disse Della Rocca. »
" Il Re ! Il Re ! " ripeterono
cento bocche. E invero una frotta di carabinieri reali a
cavallo, guardia del corpo, armati di spada, di pollici e di
manette, annunziò la presenza del monarca sardo. »
Il Re, coll’assisa di generale, in berretto,
montava un cavallo arabo storno, e lo seguiva un codazzo di
generali, di ciambellani, di servitori; Fanti, ministro della
guerra, e Farmi, viceré di Napoli in pectore, tutta gente
avversa a Garibaldi, a codesto plebeo, donatore di regni.
» Di sotto al cappellino, Garibaldi s’era
acconciato il fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per
proteggere le orecchie e le tempie dalla mattutina umidità,
All’arrivo del Re, cavatosi il cappellino, rimase il fazzoletto.
Il Re gli stese la mano dicendo: " Oh vi saluto mio caro
Garibaldi, come state ? ".
» E Garibaldi: "Bene, Maestà, e lei ? ".
» E il Re: " Benone ! ".
» Garibaldi, alzando la voce e girando gli
occhi come chi parla alle turbe, gridò: "Ecco il Re d’ Italia ".
E i circostanti: " Viva il Re
» Vittorio Emanuele, trattosi in disparte pel
libero transito delle truppe, si intrattenne qualche tempo a
colloquio col generale.
» Indi si mosse.
» Garibaldi gli cavalcava alla sinistra, e a
venti passi di distanza il quartier generale garibaldino alla
rinfusa col sardo. Ma a poco a poco le due parti si separarono,
respinta ciascuna al proprio centro di gravità; in una riga le
umili camicie rosse, nell’altra parallela le superbe assise
lucenti d’oro, d’argento, di croci e di gran cordoni.
» In tanto strepito d’armi e corruscare di
spallini e ondeggiare di cimieri, i contadini accorrevano
attoniti ad acclamare Garibaldi. Dei due che procedevano,
ignorando quale ei fosse, posero con certezza gli occhi sul più
bello. Garibaldi procacciava di deviare quegli applausi sul Re,
e, trattenuto d’un passo il cavallo, inculcava loro con molta
intensità di espressione:
»" Ecco Vittorio Emanuele, il Re, il nostro
Re, il Re d’ Italia: viva lui
» I paesani tacevano e ascoltavano, ma non
comprendendo una sillaba di tutto ciò, ripicchiavano il viva
Calibardo ! Il povero Generale alla tortura sudava sangue dagli
occhi, e conoscendo come il principe tenesse alle ovazioni e
quanto la popolarità propria lo irritasse, avrebbe volentieri
regalato un secondo regno pur di strappare dal labbro di quegli
antipolitici villani un Viva il Re d’ Italia ! anche un semplice
viva il Re ! Ma la difficoltà si sciolse prontamente, perché
Vittorio Emanuele spinse il cavallo al galoppo ».
Giunti all’ ingresso nord di Teano, alla
Porta Roma, verso le ore dieci, i due grandi si separarono; il
Re proseguì a destra per raggiungere il palazzo Caracciolo,
situato alla periferia meridionale della città; Garibaldi volse
a sinistra al Largo del Muraglione e fece ricoverare il cavallo
in una stalluccia dove entrò lui pure per consumare una
modestissima colazione.
La narrazione di Alberto Mario precisa:
« Entrai nella stalla con Missori, Nullo e
Zasio, e vi trovai il dittatore ivi seduto su una pancuccia a
due passi dalla coda del suo cavallo. Stavagli davanti un barile
in piedi, sul quale gli fu apprestata la colazione. Una
bottiglia d’acqua, una fetta di cacio e un pane. L’acqua, per
giunta, infetta. Appena ne bevve egli alcun sorso, la sputò
dicendo tranquillamente: " Deve esservi nel pozzo una bestia
morta da un pezzo ".
» Lentamente e in silenzio ripartimmo sui
nostri passi per Calvi. Il sembiante di Garibaldi m’apparve sì
dolcemente mesto che mai mi sentii attirato verso di lui con
altrettanta tenerezza ».
Il Prof. Boragine da parte sua, dopo aver
reagito sdegnato all’asserzione della « acqua infetta » (come se
il caso non fosse stato possibile e probabile) aggiunge altri
particolari, quasi a rivendicare l’offeso onore « ospitaliero >>
dei teanesi:
« E fu appunto in quella stalluccia che, da
un cantiniere tal Vincenzo Borelli, fu offerta all’ Eroe una
bottiglia di vin d’uva legittimo, come il primo che estrasse Noè
dai preziosi grappoli. E fu pure in quella modesta stalluccia
che il contadino Pasquale Balletta, al donator d’un regno,
volle, a sua volta, donare un panier di fichi, stimando, forse,
nella sua filosofica contadinesca ingenuità, di compensare col
dolce frutto l’amarezza ultima provata poco innanzi dal Duce, di
non aver potuto ottenere che accanto ai cappottoni grigi,
combattessero, sul Garigliano, le camicie rosse ».
In realtà l’ Eroe, generoso e modesto quanto
altri mai, senza aver chiesto nulla per sè, e senza aver
ottenuto la desiderata sistemazione per i suoi volontari, due
settimane dopo — il 09 novembre — partiva da Napoli solo e
insalutato alla volta di Caprera. Aveva consegnato il giorno
precedente a Vittorio Emanuele i risultati del plebiscito che
consacrava l’unione del reame alla monarchia sabauda.
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